“Riflessione” della scrittrice Maria Tondo, esperta in analisi transazionale
L’essere umano ha un naturale bisogno di bellezza per l’equilibrio interiore che gli è familiare come nutrimento poiché eleva lo spirito e si contrappone alla frenesia moderna e alla disperazione. Riscoprire la bellezza, in natura o nell’arte, trasforma il quotidiano a partire dallo sguardo che ricerca la bellezza nello spazio degli oggetti da ricercare e da possedere. E il tempo con la sua bellezza conferisce una qualità estetica alle persone, agli stessi oggetti e alle esperienze.
Meno conosciuta è la natura della bellezza nella intensità del presente e nel valore del passato come inestimabile scuola di vita e di potenzialità del futuro. In un mondo che corre, prendersi il tempo è una scelta di qualità, responsabilità e di visione. Vivere il presente nel giusto equilibrio di tempo come cammino che coinvolge a livello fisico e interiore, è fonte di stupore, coinvolgimento e fascino. Una sosta sulla dimensione interiore può aiutare a trasformare la vita in tempo dell’uomo e di Dio ancora più bello.
Scendendo in se stessi si riesce a vedere “la bellezza” del tempo come cammino d’amore “verso il Tu” dal quale nasce “La bellezza che salverà il mondo?” (F. Dostoevskij) se celebra l’armonia di Chronos (tempo cronologico) e Kairos (tempo di Dio).
Certo, l’esperienza del tempo è soggettiva poiché è frutto del personale rapporto con la realtà percepita tramite i sensi unita alla interpretazione della nostra psicologia. E soggettiva è la definizione della bellezza del tempo che traspare dalla speciale condizione umana di spontaneità, originalità, creatività, naturalezza, semplicità, mitezza.
È bello quando dopo una sosta di silenzio nasce un senso di stupore di fronte al nuovo scoperto. “Non smetteremo mai di esplorare e alla fine di tutto il nostro esplorare ritorneremo al punto da cui siamo partite e conosceremo quel posto per la prima volta” (T.S. Eliot ).
In tanti hanno risposto alla domanda sul senso del tempo nella vita dell’uomo. È stato affrontato da filosofi (Heidegger, Pascal) e teologi (Agostino), psicologi del tempo (Zimbardo) e scienziati (Einstein), che hanno colto la percezione psicologica e fisica, e il significato di mortalità, eternità e il “vivere” il tempo come “cammino”. Cammino vuol dire dove si cammina, quando si cammina, ma qui cammino vuol dire uno stato della nostra consapevolezza… Il cammino della vita umana riceve da Cristo il suo significato profondo, riceve da Cristo la sua finalità piena, riceve da Cristo anche la sua bellezza, la sua serenità ” (Giovanni Paolo II, 1991).
“Cammino” è movimento e stato di consapevolezza della vita come cambiamento. E ognuno aggiunge altro alla bellezza del tempo. Basta ricorrere alla saggezza Zen 4 “tempi” essenziali nella vita: un tempo per “imparare”, per “mettere in pratica” ciò che si è imparato, per cercare un bosco dove “meditare” e per “imparare a mendicare”.
Le dimensioni dall’apprendimento alla mendicanza appartengono al tempo che siamo e che diventiamo. Il cammino nel tempo è un viaggio di scoperta del divino presente nelle relazioni e nella storia. L’obiettivo finale è l’esperienza del tempo come relazione libera da risposte rapide, decisioni immediate e processi sempre più compressi.
IL RAPPORTO COL TEMPO DENTRO DI NOI
“Il tempo è troppo lento per chi aspetta, troppo rapido per chi teme, troppo lungo per chi soffre, troppo breve per chi gioisce, ma per chi ama, il tempo è eternità” (Shakespeare). “Possiamo avere tutti i mezzi di comunicazione del mondo, ma niente, assolutamente niente, sostituisce lo sguardo dell’essere umano” (Paulo Coelho).
Sostando un po’ sulla dimensione psicologica del rapporto col tempo, lo vediamo con una luce nuova quando il nostro sguardo incontra quello dell’altro. “Abbiamo bisogno di tempo per scoprire negli occhi dell’altro che io ho un valore e che la mia vita ha una coerenza e un senso. Essere amato è essere visto in un certo modo: come più utile, più divertente, e più che desiderabile. È essere visto come chi restituisce lo stesso sguardo” (T. Radcliffe).
Qual è il mio desiderio fondamentale e come posso realizzarlo?
Conosco il senso del cammino che sto percorrendo?
Dove mi trovo in questo momento?
L’incontro degli sguardi accende una luce nuova nel mondo interiore dove tocca il desiderio più profondo. Allora, il tempo rappresenta la cornice dell’esperienza: non solo quello scandito dalle lancette dell’orologio, ma anche quello psicologico soggettivo. E ciò che conta è come lo viviamo.
Nella prima tappa del cammino vediamo il nostro mondo interno con una parte luminosa e una parte opaca con parti ombrose. Nel percorso dall’esterno all’interno siamo consegnate a noi stesse e ci chiediamo se sappiamo vedere la manifestazione del progetto di Dio. La presenza dell’altro ci arricchisce poiché la relazione è luogo della manifestazione dell’io e del tu che facilitano la conoscenza. A volte, per giustificare il nostro disagio, guardiamo fuori e riteniamo gli altri responsabili del nostro malessere. Occorre, invece, imparare l’auto-ascolto per vivere bene il tempo. Ascoltare (ob-audire) è offrirsi all’altro come spazio in cui egli si può muovere riconosciuto e accolto.
L’altro è lo specchio della nostra identità come luce sulla nostra luce e sulle nostre ombre. E occorre saperlo ascoltare per liberarci da pregiudizi e accogliere tutto dell’altro. Ascoltare è essere una presenza di compagnia che lascia l’altro libero di parlarci a modo suo stando accanto e di fronte.
LA CONSAPEVOLEZZA ATTRAVERSO L’AUTOASCOLTO
Essere in relazione è imparare a guardare e ascoltare l’altro che ci riconsegna alla nostra identità. E nel rapporto scopriamo chi siamo e come siamo con le caratteristiche di temperamento e comportamento.
Al centro di movimenti e di tensioni tra limite e desiderio, tra apertura e chiusura, tra dialogo e isolamento, tra comunicazione e silenzio, tra vicinanza e lontananza, tra presenza e intimità e tra distacco e distanza scopriamo nuovi aspetti e sperimentiamo l’espansione negli ideali e nei desideri e il restringimento nella debolezza e nel limite. Spesso lottiamo per paura della nostra fragilità poiché la tensione tra limite e desiderio è faticosa. Secondo il mondo del limite alcuni aspetti vanno accettati come elementi con cui imparare a convivere o su cui lavorare per ridurne l’azione. Allora, possiamo scegliere di vivere il tempo della vita in adattamento (dipendenti dalle forze di copione) o in autonomia (liberi dalle dipendenze).
In adattamento dipendiamo dai giudizi e pensieri degli altri ritenuti la fonte del benessere e del malessere. In autonomia siamo consapevoli di poter cambiare comportamento nel “qui e ora”. E, allora, ci liberiamo dalla dipendenza con l’autostima e l’accettazione degli altri che come diversi ci aiutano a vivere una relazione affettiva autentica e paritaria.
L’autostima è accoglienza di sé con i limiti e ascolto dei propri bisogni e desiderio di prendersi cura di sé e fiducia nelle proprie capacità. È accettazione degli altri con la loro imperfezione e sbagli, ed è pazienza per la diversità e comprensione del loro modo di essere e capacità di ricominciare per vivere rapporti di intimità.
Certo, possiamo liberarci dai condizionamenti copionali vivendo tra le risorse di fragilità e tenerezza che emergono in tante esperienze. Allora, impariamo a far fronte alla vulnerabilità quando gli altri sono presenti in un certo modo. E tutte le volte in cui essi non rispondono a questa attesa, se ci sentiamo delusi e ribelli, tristi e scontenti, impariamo ad accettare la povertà personale e dell’altro/a con tenerezza.
Ma che cosa è la tenerezza?
È l’espressione dell’amore maturo che accoglie la diversità nel profondo del cuore e non ciò che ci fa star bene temporaneamente. Deriva da “viscere materne” parola ebraica che secondo i Chassidim è la parola “hesed” che significa “vita protetta che si diffonde”. È vita protetta quando si diffonde con lo sguardo dolce che sa accogliere e amare senza volere se stessi e gli altri esenti da fragilità e da lentezze e da differenze. È il frutto di un cammino di ri-conciliazione e di accettazione incondizionata dell’altro così com’è.
Se lasciamo che il tempo della vita scorra e la sua bellezza appaia come dono, riusciamo a dire a chi ci è di fronte: “Sono qui perché ti voglio bene. Mi paci come sei e con me sei libero di essere te stesso e di non aver paura della tua fragilità. Anch’io son libero con te”.
IN ASCOLTO DEL NOSTRO TEMPO
Ci farebbe bene porci la domanda: che cos’è la bellezza del tempo per me? Indipendentemente dalla risposta, il fatto importante sarà stato porsi la domanda. Se riusciamo ad essere acuti osservatori, notiamo come la nostra personale risposta si trasformi di anno in anno. Esserci pienamente e dare inizio alla nostra esperienza in modo creativo e spontaneo: sono questi gli ingredienti indispensabili che concorrono al senso di completezza personale.
L’orizzonte culturale della post-modernità è segnato dalla frammentazione e iperattività che mettono in discussione l’uso dello sguardo e il sano impiego del tempo. L’uso dei social media, spesso, adombra la bellezza del tempo poiché la loro cultura sembra esaltare la persona, ma di fatto la rende eterodiretta e dipendente.
Viviamo, infatti, in un contesto molto problematico, che induce a dubitare del valore della persona umana, del significato stesso della vita e del bene e, in ultima analisi, della bontà della vita. Ciò indebolisce l’impegno a “trasmettere da una generazione all’altra qualcosa di valido e di certo, regole di comportamento, obiettivi credibili intorno ai quali costruire la propria vita” (Benedetto XVI, 2008).
Spesso, con passi frettolosi percorriamo sentieri lontani dalla strada su cui cammina il Signore. E non sappiamo vedere la luce con uno sguardo più attento dato dalla conversione degli occhi rivolti al Volto presente e nascosto in ogni fatto. Capita, a volte, di non riuscire ad usare il tempo per dedicare attenzione alle persone che amiamo e alle cose e ai nostri ricordi.
In un mondo che cambia velocemente è facile riscontare atteggiamenti di giudizio e di fuga poiché spesso non si riesce a capire. Solo se sostiamo, cominciamo a vedere bene perché impariamo ad usare un altro sguardo. È sempre così: il Signore ci raggiunge per liberarci dalla corsa quando non ce l’aspettiamo. Attraverso “la porta aperta della stanza interiore” illuminata dalla Parola “lo sguardo di Gesù” ci aiuta a vedere.
Al di là dell’apparenza e dei limiti e delle fragilità umane guida il nostro sguardo al pensiero che libera l’uomo. Allora, il rapporto col tempo diventa la sintesi dell’incontro di umano e divino come unicità e diversità in ogni relazione.
Luogo protetto dove è visibile la bellezza del tempo è “la relazione con l’altro/a” nella quale la persona accoglie ed è accolta. Per il monaco cistercense inglese Aelredo di Rievaulx, l’esperienza l’amicizia umana è strada verso l’amicizia divina. “Eccoci qui, io e te, e spero un terzo, Cristo in mezzo a noi. Adesso non c’è nessuno a disturbarci. Non c’è nessuno che possa interrompere la nostra amichevole conversazione, nessuna chiacchiera e nessun tipo di rumore disturberà questa piacevole solitudine. Vieni, amato mio, apri il tuo cuore e poni in queste orecchie amiche qualsiasi cosa tu vuoi, ed accettiamo come un dono gradito il favore di questo luogo, di questo tempo e di questo riposo”.
L’essere accolti e accogliere aiuta a condividere bisogni, paure, gioie e ad accettare le caratteristiche della storia personale con la propria e altrui originalità. Reciprocità è accoglienza dei tempi e delle diverse modalità. Se collaboriamo invece di agire sull’altro, egli cresce libero dai condizionamenti interni ed esterni che ritardano o bloccano il suo sviluppo. Anche attraverso momenti di disorientamento, a volte, cresciamo rimanendo in una situazione da cui vorremmo fuggire.
Nelle relazioni vivo la dipendenza o l’autonomia?
Accolgo le persone e facilito il loro cammino di libertà?
Son diventato consapevole di un aspetto nuovo della mia personalità e come lo gestirò per vedere meglio la bellezza del tempo?
Il rapporto con Gesù genera la luce sul tempo che diventa esperienza d’amore dentro la Comunità di Chiesa. È, così, possibile salvare il tempo della vita dal suo incessante frammentarsi nell’inarrestabile fluire dei giorni. “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna… perché ricevessimo l’adozione a figli” [Gal 4,4].
LA BELLEZZA DELLO STARE ACCANTO DI GESÙ
La pedagogia di Gesù manifesta lo stile semplice del Maestro e Pegagogo. “Gesù Cristo, il nostro pedagogo, ha tracciato per noi il modello della vita vera e ha educato l’uomo che vive in lui… Assumiamo, dunque, il salvifico stile di vita del nostro Salvatore, noi figli del Padre buono e creature del buon pedagogo, da cui discende la vita buona del Vangelo” (Clemente d’Alessandria, 1,98, 1.3). E Olivier Clement indica la situazione spirituale dell’uomo e la donna di questo tempo tra Chiesa e mondo. “Non ci sono ricette facili. Il fatto stesso di stare tra laicità e liturgia può dare alla nostra vita una fecondità inaspettata”.
Per conoscere l’identità della persona dobbiamo guardare Gesù, il Verbo fatto carne, che ri-vela l’uomo all’uomo. Nell’incontro con Cristo scopriamo di essere chiamati e la risposta alla vocazione è il senso del tempo orientato dallo sguardo del cuore. L’uomo raggiunge il compimento del destino nel dono di sé soltanto nell’incontro con Dio nel quale trova la piena realizzazione di sé nella verità rivelata da Cristo. L’uomo compie se stesso in Dio che gli è venuto incontro mediante il Figlio sceso sulla terra nel tempo umano iniziato con la creazione. E nella comunione con Dio viviamo l’esperienza di fede personale.
Resta il compimento nell’incontro con Cristo dentro la comunità di Chiesa la quale attinge dal Volto lo sguardo del cuore sulla storia. Allora, il tempo cessa di essere un girovagare senza meta e diventa un cammino verso la perfezione dell’essere che trova attuazione nella progressiva costruzione di una vita piena completa.
Gesù è la verità dell’uomo dall’umanità calda, capace di amicizia e di amore, desideroso di fraternità attenta ai bambini e compassionevole con i sofferenti. E questa umanità, segnata da pienezza di grazia e verità, è resa manifesta nella sua vita di relazione. In Lui non c’è frattura tra parole e gesti, sentimenti e comportamento. La sua credibilità nasce dalla forza della relazione come dimensione dialogica: non cerca una verità astratta, ma un incontro vivo, concreto, profondo con l’altro attraverso il dialogo intimo e diretto.
Per Gesù educare è accettare di scendere e di svuotarsi per stare accanto all’altro. E per questo rinuncia ai privilegi vivendo una incarnazione concreta nel rapporto paritario con tutti. I discepoli li chiama amici nella relazione d’amore fondata sulla fiducia, senza condizioni e rivela loro i segreti della sua vita intima e di missione. La relazione di Gesù è accompagnata dall’atteggiamento di condiscendenza ed è preceduta da un cammino di abbassamento per passare dalla forma di Dio alla forma di uomo come noi. Allora, appare tutta la bellezza del tempo.
Altra caratteristica è la sua accoglienza a partire dai più poveri (Zaccheo, la donna sirofenicia, i peccatori, le prostitute, il centurione). Questo è reso possibile dalla fiducia e libertà in cui l’altro può entrare senza la paura di sentirsi giudicato. È Gesù a cercare per primo, a mettersi in ascolto di ciò che sta a cuore all’altro. Incontra l’uomo uguale in dignità, non in quanto povero.
Nell’incontro crea un clima nel quale l’altro emerge come persona e soggetto che è accolto nel suo linguaggio corporeo, emotivo e anche debole. È un uomo di compassione: capace di “sentire con” fino a “patire con” e cerca e fa emergere la fede presente nell’altro. Con la sua presenza di uomo affidabile e ospitale educa e fa emergere la fede già presente e non dice di essere lui a guarire, ma la fede di chi ricorre a lui. “La tua fede ti ha salvato”. “Donna davvero grande è la tua fede” (Mt 15,28).
Raggiunge l’intimo dell’uomo e lo genera alla fede in un Dio che ama per primo e precede l’uomo con un amore che è Amore gratuito. Il punto centrale è credere a questo incontro che infonde amore al tempo: all’amore di Dio che si manifesta nel volto e nella voce del Figlio, Gesù Cristo.
Il rischio dell’amore è credere all’amore per altri che magari non ne vogliono sapere o di vivere per una verità che non è colta pienamente. Allora, ci si lascia svuotare dalla sete di Dio il cui Regno verrà. E quanto di più rischioso ci sia, e anche di più sicuro.
Nel Vangelo di Giovanni sono evidenti i tratti che esaltano la bellezza della relazione quando il discepolo rimane nell’amore (Gv1,35-42). Ed è proprio Gesù che ce lo spiega: “Volgi lo sguardo verso di Me e vedrai la bellezza del tempo”.
Nell’incontro con Cristo scopriamo di essere chiamati e la nostra risposta è il senso del tempo orientato dallo sguardo del cuore. L’uomo raggiunge il compimento del destino nel dono di sé soltanto nell’incontro con Dio. Solo allora trova la piena realizzazione di sé nella verità rivelata dal Figlio sceso sulla terra nel tempo umano iniziato con la creazione. E nella comunione con Dio vive l’esperienza di fede personale.
Resta il compimento nell’incontro con Cristo dentro la comunità di Chiesa la quale attinge dal Volto lo sguardo del cuore sulla storia. Col suo sguardo Gesù ci offre una nuova conoscenza come un dono nella tappa finale del cammino. Egli ci aiuta a toccare la parte oscura di noi e ci sottrae all’impotenza delle nostre capacità. E, solo dopo, ci riporta al centro dei problemi che con altro sguardo ri-leggiamo per il dono della sua presenza. Allora, scopriamo le nostre inconsistenze e cogliamo le verità della vita come bellezza del tempo che viviamo.
La conversione dello sguardo fa vedere la bellezza del tempo come cammino nell’obbedienza a Dio presente e nascosto in ogni fatto. Si accosta a noi mettendo il suo passo in sincronia col nostro, anche nelle sconfitte. E nel cammino ecclesiale sinodale con lo sguardo all’orizzonte di un “altro sentiero” partiamo dal nostro sì alla vulnerabilità del povero.
Appare, allora, dinanzi a noi tutta “la bellezza del tempo” resa visibile dalla presenza luminosa di Gesù che ci cammina accanto. E noi riusciamo a contemplarla a partire dalle piccole cose.
Maria Tondo
Scrittrice, esperta in analisi transazionale
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In foto: Maria Tondo