Salento - 15 Mar 2026

Manduria. Mura messapiche e Fonte Pliniano, così brilla la città antica racchiusa nel Parco Archeologico

Con le fortificazioni alte sino a dodici metri e larghe sei, la Necropoli ed il Fons di acqua sorgiva, è il più esteso insediamento messapico sopravvissuto ad invasioni e distruzioni


Spazio Aperto Salento

Basta un po’ di fantasia, al cospetto delle antiche mura di Manduria, per immaginare le popolazioni che la abitavano, nell’atto di difendersi dalle mire espansionistiche della vicina Taranto, alleata degli indomiti guerrieri di Sparta, di cui era colonia tra le più fiorenti del Mediterraneo. Fra tutti, la battaglia del 338 avanti Cristo, quando agli ordini del re Archidamo, l’esercito alleato riesce ad aprire un varco in grado di fare irrompere uomini e cavalli, senza sapere di aver violato solo una parte della doppia ed a tratti tripla cinta muraria, di cui assieme al fossato ed ai numerosi passaggi segreti, si è dotata la città. Tanto è larga e spessa, la prima viene appena scalfita, ed in preda a nuovo vigore per aver arginato l’attacco, i manduriani hanno partita vinta, e con la morte del suo condottiero, quel che resta del nemico, batte in rovinosa ritirata.

LA CERCHIA MURARIA

Il viaggio nella città salentina di quasi 30mila abitati, il cui nome si deve al messapico “mandur”, luogo di cavalli, parte dal centro cittadino. A poca distanza dalla piazza intitolata all’eroe dei due mondi, Garibaldi, in un cartello, una porzione di mura è così descritta: “tratto delle mura medievali coincidente con mura messapiche e fossato della cerchia arcaica del V secolo avanti Cristo”. Per immergersi nel Parco Archeologico dove svetta il cuore delle ciclopiche mura, superata la ferrovia che lo ha preservato dall’espansione edilizia, dopo una breve passeggiata, con due artistiche colonne, largo Scegnu ne segna l’ingresso. Percorso un breve tratto basolato, lungo il quale altri cartelli descrivono la storia della città antica, all’improvviso, le mura appaiono in tutta la loro potenza e bellezza.

Mura alte sino a 12 metri e larghe 6 (© T.B.)

Della regione messapica spalmata fra Jonio ed Adriatico, per estensione, Manduria non era la prima. Con cento, quasi ottanta e settanta ettari, più grandi erano Myron-Muro Leccese, Basta-Vaste e Caballino-Cavallino. Con i sedici costituiti proprio dalle mura, dalla Necropoli e dalla caverna del mitico Fonte Pliniano, il suo è oggi il sito archeologico più esteso del Salento, considerato come territorio, che oltre alla provincia di Lecce, comprende le aree meridionali di Taranto e Brindisi. Le tre cinte murarie costituite da enormi blocchi di pietra calcarea incastrati senza malta, da un lato e dall’altro, si snodano partendo dal punto in cui si trovava l’ingresso monumentale dell’agglomerato urbano, fondato da un’etnia proveniente dalla vicina Illiria balcanica. Si trattava di una doppia porta, fatta anch’essa di grosse pietre, racchiusa fra quattro pesanti pali di legno conficcati in profondità nel terreno, che smembrata nel corso dei secoli, al pari di sezioni di mura uguali alle numerose superstiti, alte da sette a dodici metri e larghe sei, vennero utilizzate per la costruzione di nuovi edifici.

Poterle percorrere ancora oggi, oltre al privilegio di immergersi in uno dei più importanti segmenti della storia della civiltà messapica che fra il VII ed il I secolo avanti Cristo imperò sul Tacco d’Italia, è fare pure un viaggio in un affascinante fondale marino, perché fra i resti megalitici ed il banco tufaceo, affiorano tantissimi reperti fossili, in buona parte costituiti da conchiglie, che come è facile intuire, rappresentano il segno, che agli albori del mondo, anche questa parte di Continente era sommersa dalle acque.

LA NECROPOLI

Giocattolo messapico

Fuori e dentro le mura ed a ridosso del vicino Convento di Sant’Antonio, recintato con le pietre delle cinte murarie, ecco ora la Necropoli, le cui oltre mille tombe esistenti, molte delle quali purtroppo violate dai tombaroli, sono venute alla luce nel corso delle varie campagne di scavo. In larga parte di forma rettangolare, sono sepolture di uomini, donne, bambini, soldati ed atleti, al cui interno c’erano corredi funerari bellissimi. In particolare, in quelle femminili, sono emersi orecchini provvisti di piccole cavità, nelle quali le donne di Manduria riponevano un minuscolo batuffolo di cotone imbevuto di una sorta di profumo ricavato dalle piante spontanee, che ancora oggi crescono nella macchia mediterranea. In quelle dei bambini, invece, gli scopritori hanno trovato anche giocattoli di ceramica, che come tutti gli altri preziosi reperti, fanno bella mostra nel Museo cittadino. A forma di maialino, uno risale al III secolo avanti Cristo, mentre un altro, dipinto a vernice nera, è a forma di capretta, ed affiorò assieme ad un vaso per l’acqua, detto “trozzella”. Chiamati “askos”, i giocattoli erano provvisti di un piccolo becco, quasi certamente usato come biberon, anche perché in uno, sono state riscontrate tracce di latte e miele.

Veduta della Necropoli con una delle tombe (© T.B.)

IL FONTE PLINIANO

Appena varcato l’ingresso del Parco Archeologico, da una torretta spunta un albero di mandorlo ai cui rami, per ingraziarsi il favore degli Dei, le manduriane appendevano monili d’oro ed i combattenti trofei di guerra. Compresi fra le lettere F ed M, iniziali di Fons Mandurinus, albero e torretta, sono il simbolo di Manduria, ed emergono dal cosiddetto Fonte Pliniano, una sorgente d’acqua situata nel cuore della città. Una doppia rampa di scale, immette in una vasta caverna naturale, nella quale avrebbe potuto abitare un Ciclope della mitologia greca, uno dei quali, Polifemo, reso celebre nell’opera letteraria “Odissea” del grande poeta epico Omero.

La caverna col Fonte Pliniano (© T.B.)

Descritta nel I secolo dopo Cristo nella “Naturalis Historia” dallo scrittore latino Plinio il Vecchio, la sorgente, perenne e di acqua dolce e cristallina, il cui nome è declinato al maschile perché derivante dal termine “fons”, aveva vanto di essere anche miracolosa, in quanto il livello dell’acqua era ed è sempre lo stesso, anche in caso di piogge torrenziali. Ma evidentemente, così si riteneva solo al tempo di Plinio, quando la legge dei vasi comunicanti che spiega il fenomeno, non era ancora nota. Incisioni e disegni, anche di malati trasportati in barella, attestano come nei secoli e sino al periodo dell’ultima guerra mondiale, il Fonte Pliniano sia stato ritenuto ancora miracoloso, e come tale tenuto in considerazione come luogo di culto, proprio perché la sua acqua continuava ad essere considerata prodigiosa. Non a caso, nel tempo sono stati trovati ex voto in ceramica, provenienti persino dalla Grecia e da Roma antica. Quella stessa Roma “Caput mundi”, il cui esercito al comando del dittatore Quinto Fabio Massimo, nel 209 avanti Cristo, saccheggiò e distrusse Manduria, per punirne l’amicizia con Taranto, con la quale dopo la battaglia contro il re Archidamo, si era nel frattempo alleata, nel tentativo di bloccare l’espansione del grande impero nato sulle sponde del fiume Tevere. Attorno all’anno Mille, distruzioni e saccheggi, avvennero anche per mano dei barbari Goti e Saraceni, cui seguì, da parte di Ruggiero Normanno, la riedificazione col nome di Casalnuovo. Come si legge sulla lapide che su Corso XX settembre è incisa sull’Arco di Sant’Angelo conosciuto come Porta Napoli, per tornare a fregiarsi dell’amato nome Manduria e festeggiare il santo eletto a patrono, San Gregorio Magno, i manduriani dovranno attendere il 1789, epoca del regno di Ferdinando IV di Borbone.

Toti Bellone
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Foto in alto: le mura col fossato in primo piano (© T.B.)

 

Un tratto di mura con uno dei passaggi segreti (© T.B.)

Una porzione di mura inglobata dalla città (© T.B.)