Cultura - 27 Giu 2026

“La capacità di esser soli”

Riflessione” della scrittrice Maria Tondo, esperta in analisi transazionale


Spazio Aperto Salento

 

“La solitudine non è isolamento
triste o fuga dalla società,
ma è spazio interiore, un’occasione
per ritrovare se stessi e smettere
di rincorrere le opinioni altrui”
(da “Lettere a Lucilio”, Lucio Anneo Seneca)

 

La solitudine è un elemento antropologico costitutivo; infatti, l’uomo nasce solo e muore solo pur essendo un “essere sociale” fatto “per la relazione”.

L’esperienza mostra che soltanto chi sa vivere bene da solo, riesce a vivere bene anche le relazioni poiché è libero da dipendenza simbiotica ed è in contatto col suo mondo interno. Chi non teme di scendere nella propria interiorità sa anche incontrare l’alterità. È significativo che molti disagi e malattie “moderne’’, che riguardano la soggettività, toccano anche la qualità della vita relazionale: l’incapacità di abitare l’interiorità rende difficili le relazioni   durature con gli altri.

La psicologia ha spesso relegato l’esperienza della solitudine ad una sfera di connotazione negativa intesa come evitamento della relazione o impossibilità di godere di essa. Spesso, le proprie risorse psichiche sono usate come processo del meccanismo di difesa per difendersi dall’altro o da ciò che suscita.

Essendo l’uomo un essere relazionale, il suo processo d’integrazione comprende l’intero arco della vita secondo le modalità di sviluppo di ognuno nella direzione della solitudine e della relazione interpersonale.

Per la maggior parte delle persone la solitudine sembra essere un’esperienza dolorosa da cui ci si deve difendere. Evitare di star soli o di sentirsi soli, allora, genera un bisogno coatto di fuggire il confronto col vuoto e induce le persone ad eliminare i tempi vuoti con nuovi impegni. Ma la solitudine è soprattutto bisogno di uno spazio interno come luogo intimo dove tenere a distanza gli stimoli esterni e superare il rumore della estroversione, razionalizzazione e attivismo.

Accade, a volte, che nel dialogo intrapsichico l’ascolto delle risonanze interiori ci precludono la socialità isolandoci da ogni forma di comunicazione esterna.

Quando la solitudine è condizione di distacco, non si caratterizza come ritiro o isolamento, ma come consapevole condizione    ricercata e vissuta. In tal caso genera autoconsapevolezza che consente di abitare uno spazio fisico e mentale dove vivere il proprio ruolo tra gli altri. Allora, facilita la libertà dal copione e il raggiungimento dell’autonomia che sono condizioni fondamentali per l’intimità con se stessi e con gli altri. Quando la solitudine ci permette di riflettere, comprendere, decidere e creare, diventa essa stessa una bolla di comunicabilità armonica in senso intrapsichico e interpersonale.

La capacità di esser soli è l’opportunità di essere in compagnia di sé nell’ascolto della propria libertà come risorsa, punto d’arrivo e opportunità per un sano sviluppo psico-affettivo.

Donald Winnicot (Pediatra e psicanalista dello stato mentale della neomamma) analizzava la cosiddetta “Preoccupazione materna primaria” affermando che non esiste il bambino da solo, ma sempre e soltanto il bambino insieme a chi si prende cura di lui, svolgendo un ruolo materno. Di conseguenza, un adulto che sa godere della solitudine è stato un bambino che ha giocato serenamente a fianco della madre nella condizione di serena relazionalità con la primaria figura protettiva. Allora, la persona comincia a vivere anche la solitudine come una esperienza di cura.

Il bambino che sperimenta una relazione di attaccamento intrusivo e non sintonizzato, invece, vivrà una esperienza di facile reazione agli stimoli esterni e compiacerà sempre o dipenderà. Ed è, perciò, difficile immaginare che saprà vivere la solitudine come uno spazio pieno che sa gestire in autonomia. Sarà probabile che ricorra all’uso difensivo della solitudine come isolamento e ritiro dall’ambiente contro cui lotta perché percepito come ostile.

La capacità di esser solo è un segno importante di maturità nello sviluppo affettivo dell’individuo che può vivere la solitudine come paura o desiderio a seconda della esperienza vissuta nel suo primo periodo di vita.

Certo, nessuna relazione può eliminare la solitudine poiché ciascuno di noi è solo nella sua esistenza e in virtù della solitudine è capace di espandere la sua interezza di percettività, sensibilità e umanità con le quali sperimenta altri aspetti di sé che gli altri rendono visibili come nuovo potenziale amore.

La capacità di esser soli si caratterizza con una connotazione positiva quando facilita la possibilità di relazioni libere e mature. Dopo le prime esperienze relazionali significative e la successiva educazione, ognuno decide cosa fare della sua vita. Da adulto si può, poi, modellare e realizzare anche con i limiti dell’iniziale copione di vita poiché, lavorando su stesso, ha imparato a vivere in autonomia.

Possiamo, allora, affermare che saper essere soli rappresenta una preziosa risorsa per essere in contatto con la propria intimità e conoscersi, per riorganizzare le idee e metabolizzare i dolori con ulteriori nuove decisioni. Perfino l’isolamento forzato del carcere, se si collabora con l’inevitabile, può costituire una spinta alla crescita che giunge quando si attraversa la tappa della intimità con se stessi.

Nella intimità il livello sociale e il livello psicologico facilitano l’autonomia delle scelte con emozioni e comportamenti che sono molto più vasti del vecchio copione ripetitivo. La persona autonoma raggiunge gli obiettivi che si prefigge conservando rispetto per sé e per gli altri.

LA SOLITUDINE OGGI

La solitudine è una condizione esistenziale sempre presente nelle alterne vicende della vita. E nel nostro tempo, in cui tutto appare “relazionale”, si può cercare e trovare una dimensione positiva della solitudine se ci si concentra sul valore dell’autonomia nelle tre dimensioni di consapevolezza, spontaneità e intimità.

Siamo immersi in un universo linguistico carico di molteplici significati semantici e simbolici: la dotazione di straordinari mezzi di comunicazione, le nuove tecnologie, i beni materiali e l’affabulazione digitale. Eppure capita di non riuscire a capirci e a dialogare guardandoci negli occhi nonostante l’ondata dei social che servono a far sentire l’uomo sempre in comunicazione.

A volte, questo può paradossalmente amplificare il senso di solitudine come “mancanza di” che genera tristezza, isolamento e chiusura. Eppure, la solitudine come capacità di esser soli va incoraggiata e coltivata nel suo aspetto sano di cura di sé come un positivo traguardo da raggiungere. L’attenzione alle potenzialità umane orientate verso la crescita spinge la persona al benessere attraverso scelte consapevoli che vanno fatte in solitudine.

Si può essere soli e stare al mondo per conto proprio con un particolare senso di matura padronanza nel far fronte alle avversità.

Abbiamo bisogno di creare spazi di solitudine dove poter stare per conto nostro pur continuando a vivere con gli altri in modo genuino. A volte, ci si sente soli in mezzo ad una folla vociante e non in un deserto. Allora, l’auto-ascolto spinge all’apertura agli altri con i quali ricercare il dialogo.

In un’epoca in cui il polo della relazione appare ipertrofizzato al limite della grandiosità ridondante, la riflessione sulla capacità di esser soli ha valore di spinta poiché libera il copione culturale dominante da tante scorie e rende la persona capace di osservare il mondo da altre nuove prospettive. Di conseguenza, raggiunge la piena forma di solitudine consapevole che facilita l’esperienza dell’autonomia nella forma dell’intimità.

Questo è possibile quando ci lasciamo formare dall’altro che vive in noi e dall’altro che è fuori di noi. Entrambi sono sempre lo specchio in cui si riflette la nostra immagine come luce sulla nostra luce e luce sulle nostre ombre. E la relazione diventa veicolo di reciproco rispetto che elimina fattori di rischio per la socialità.

La capacità di esser soli può essere riconquistata mediante un serio lavoro su se stessi che include il rispetto di ogni forma di diversità. In tal modo facilita un nuovo sviluppo personale autonomo.

La solitudine è semplicemente “capacità di essere soli con e senza la presenza dell’altro” resa possibile dalla capacità di abitare lo spazio esistenziale invalicabile. Allora, ognuno assume la solitudine, si riconosce il compito di “divenire se stesso” e non si rifugia nell’anonimato della folla o nella deriva della chiusura. E la persona libera dal copione evita la ripetizione di “giochi psicologici” che impediscono la vera intimità.

Nella consapevolezza che ognuno è e resta sempre mistero, perché la persona è mistero, occorre restare di fronte a noi e all’altro/a con lo sguardo pieno di silenzio e di stupore per contemplare le meraviglie che Dio compie in ogni creatura.

Allora, si può vivere una relazione autentica ri-vivendo in noi la difficile e incerta crescita dell’attenzione a ciò che si muove in noi e capendo cosa c’è e si muove nella vita emozionale dell’altro/a. Allora, occorre solo uno sguardo in ascolto della realtà complessa personale e relazionale.

Maria Tondo
Scrittrice, esperta in analisi transazionale

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In foto: Maria Tondo