Dell’antico complesso monastico fondato dai padri basiliani italo-greci, restano tracce del chiostro e della “lama”, nonché la chiesa intitolata al Martire, contenente un mirabile ciclo di affreschi a sfondo religioso
La ripida scalata per raggiungerla, fra rocce striate di nero e cespugli di macchia mediterranea, ripaga ampiamente lo sforzo fisico. Alla sommità dove lo sguardo profondo quasi cento metri abbraccia la baia di Gallipoli, che al tramonto di tinge di colorata magia, svetta uno dei gioielli dell’architettura romanica minore in Puglia; minore solo per le dimensioni. È l’antica Abbazia costiera intitolata a San Mauro Abate (510-584), al cui interno, in attesa, dopo il restauro conservativo, di quello cromatico, brilla un ciclo di affreschi del XIII secolo, sui quali, in età Barocca, 1600 circa, venne passato uno strato di stucco bianco sul quale dipingere motivi floreali, angeli e volute del Settecento salentino.
Siamo sulle Serre di Sannicola, in località Lido Conchiglie, dove secondo la leggenda, per nascondere se stessi e le spoglie del cristiano Mauro martirizzato a Roma, i suoi amici trovarono rifugio per sfuggire ai soldati dell’Urbe, che via mare li avevano inseguiti mentre erano diretti in Libia, terra natale del Martire, che amato discepolo di San Benedetto da Norcia (480-547), una volta diventato monaco, ne portò in giro per l’Europa la “regola”, fondando in Francia, nel 543, l’Abbazia di Glanfeuil, primo Monastero benedettino.
L’ABBAZIA DI SAN MAURO
Sebbene al riparo d’una grotta, la stessa che con vaghe tracce di pittura, è sopravvissuta a destra dell’ingresso della chiesa, gli amici di Mauro vennero scovati e trucidati dai soldati, ma anche questi ultimi, appena all’inizio del viaggio di ritorno a Roma, sorpresi da una tempesta, trovarono la morte davanti alle coste gallipoline. In ricordo della duplice tragedia e della dispersione dei resti del Martire, gli abitanti della zona decisero di innalzare una chiesa proprio attorno alla grotta.
Sin qui la leggenda, appunto, perché in realtà, i resti si trovano in due chiese di Francia: Saint-Maur-sur-Loire e Saint-Nicolas. Quanto all’Abbazia, monumento nazionale dal 1968, con chiesa, chiostro di cui restano tracce sul terreno e nei muri, e dipendenze dette “laura”, cioè l’insieme delle celle dove i monaci dormivano e copiavano gli antichi manoscritti, venne edificata dai padri basiliani italo-greci fra il X e l’XI secolo, e per la prima volta, di essa si parla in una pergamena in greco bizantino del 1149, laddove si legge della donazione di terre e beni a favore dell’omonimo Monastero, successivamente passato, nel 1300, ai fratelli benedettini, che lo tennero per più di duecento anni, se è vero come è vero, che nel 1547, nel resoconto sulla visita pastorale nel Regno di Napoli per conto di Papa Paolo III Farnese, il vescovo di Genova, Pellegrino Cibo, scrisse che era stata abbandonata e per questo caduta in rovina.

Le grotte carsiche utilizzate come “lama” (© T.B.)
Del cenobio bizantino e della “laura” ricavata nelle grotte carsiche esistenti e nelle altre scavate ex novo, restano solo la chiesa romanica in conci squadrati di tufo, a pianta rettangolare di dieci e poco più metri per quasi sei e mezzo, con le successive aggiunte barocche (cornice superiore in carparo nella facciata, portale con modanature più elaborate, piccolo rosone), ed un modesto spicchio del chiostro. Ma anche così, per non dire della bellezza degli affreschi che si trovano all’interno, il fascino esercitato sul visitatore, è di quelli rari, anche per la suggestiva posizione in altura. Una posizione, che per chi già la ammira dal basso, percorrendo la strada litoranea che collega Gallipoli alle marine di Nardò, Santa Maria al Bagno e Santa Caterina, la ammanta di storia e mito.
Sebbene elegante nella sua austerità, col rosone che funge da finestrella strombata sull’arco lunato della facciata, l’esterno della chiesa, che vista anche dall’alto, pare sospesa nel vuoto, quasi stride con la ricchezza dell’interno. Una ricchezza fatta esclusivamente di pitture, che in larga parte coprono le tre navate ad arco (a botte la centrale, a mezza botte le laterali), rette da sei pilastri quadrangolari, tre per lato, con capitelli appena accennati, e l’intera volta, sino alle tre absidi d’epoca, semicircolari, dov’erano gli altari barocchi con colonne tortili, spariti nel corso dei secoli al pari d’ogni altro arredo (putti, statue, Coro in legno intarsiato, Pulpito), con al centro una stretta feritoia, attraverso la quale filtra la luce diurna, e nelle notti più terse, il giallo dorato della Luna.
Finalmente aperta la minuta grata di ferro che sbarra l’ex luogo di culto caratterizzato da un campanile a vela, salito e sceso l’unico gradino, si viene investiti da un’atmosfera da Medioevo, quando ad illuminare gli ambienti erano solo torce e candele. Il chiarore che penetra da due piccole finestre e da un secondo ingresso al piano di calpestìo, una volta fatto da battuto di malta e terracotta, riproduce infatti quel genere di suggestione, provata ad Andria nell’iconica fortezza ottagonale di Castel del Monte, e nella trama filmica, ne “Il nome della rosa”, non a caso ambientato in un’Abbazia dell’Età di Mezzo.
LA MERAVIGLIA DELL’INTERNO
Districarsi fra aureole di santi, crocifissioni, Natività e quant’altro affiora soltanto oppure è stato cancellato dal tempo e dagli uomini, è cosa ardua. Anche perché, tanta e variegata, è l’offerta pittorica dell’Abbazia mauroiana, che sull’esempio della riqualificata di Santa Maria di Cerrate, è peccato mortale non venga ancora riportata allo splendore del tempo in cui venne impressa da più autori, al pari dei monaci, fors’anche essi stessi protagonisti, provenienti dalla Grecia. Nonostante gli spazi vuoti, in origine, il ciclo pittorico doveva interamente ricoprire le murature.

L’interno visto dall’altare (© T.B.)
Pressocché immancabile nelle chiese bizantine, così come concordano gli studi svolti sino ad ora, è da dire presto, che sulla controfacciata, doveva essere stata affrescata una Dormitio Mariae. Quanto al resto visibile od a questo ricondotto, sopra la navata di centro, insistono le pitture con le scene della vita di Cristo: più esattamente, accanto agli accenni di una presunta Resurrezione, sul lato sinistro, una Crocifissione, il Bacio di Giuda e l’Ultima Cena, ed ancora, le Pie Donne al Sepolcro e la Discesa al Limbo. A destra, si riconoscono: Battesimo, Presentazione al Tempio, Trasfigurazione e Natività. Nel rispetto della tradizione pittorica partita da Bisanzio, al di sopra di quanto appena descritto, a mezzobusto, sono raffigurati i Profeti, che dopo quello irriconoscibile ch’a sinistra partendo dall’ingresso, inaugura la fila, sono: Gioele, Abdias, Isaia, Mosè, Zaccaria, Giona, Ezechiele, Davide.
Continuare a scrutare col capo rivolto in alto, si corre il rischio d’incorrere in un capogiro. Ma dopo una breve pausa per ammirare, al di là della rete posta a riparo del secondo ingresso, il panorama che spazia sino a raggiungere la casbah della vicina Gallipoli, ecco spuntare, negli spazi fra gli archi, i quattro Evangelisti: riconoscibili, Luca e Matteo da una parte, appena intuibili Marco e Giovanni dall’altra. Nei sottoarchi, sono invece i Santi Luciano e Teodoro Tirone, Clemente di Ocrida e Gioannicio, nonché Antonio Eremita ed un altro, sconosciuto, del quale si vede solo parte del capo.
L’inesauribile parata, segue con i Santi Niceta e Paolo sui primi due pilastri; San Macario ed i resti di un’aureola in un primo sottarco; San Simone e Sant’Onofrio nel secondo; nel terzo Sant’Eumenio con accanto un’altra testa. La mirabile sequenza si completa con i Santi Giacomo l’Adelfoteo, Stefano e Nicola, la Madonna col Bambin Gesù ed i probabili resti di un San Pietro. E non è finita. Saliti i pochi scalini che conducono alle absidi, nella centrale, più tardo perché del XVI secolo, ripreso fra gli Angeli, spicca un Cristo, che a dare ragione ad alcune interpretazioni, potrebbe raffigurare proprio il padrone di casa, San Mauro, che un autore evidentemente a lui particolarmente devoto, deve aver dipinto sottraendo visibilità ad un precedente San Giovanni Battista.
Come che stiano le cose, sebbene pressocché cancellati, nella scena, le stesse interpretazioni, vogliono anche i quattro Padri o Dottori della Chiesa, mentre nelle altre due, si notano la figura di un non meglio indicato Diacono, e poche tracce dei colori rosso e verde. Rosso come la vivezza dell’Abbazia, verde come la speranza che i suoi preziosi affreschi vengano recuperati così come impongono bellezza ed importanza storica. Quest’ultima, dettata dalla circostanza, che gli alfieri del monachesimo bizantino che parlavano e scrivevano in greco, vivevano da semi eremiti nelle grotte che attorno alla chiesa fungevano da “laura”, dando così vita ad un modello a metà fra l’eremo ed il cenobio. Un doppio impianto, dunque (cuore liturgico la chiesa, zona abitativa la “laura”), che fanno dell’Abbazia romanica di San Mauro, un sito-chiave per comprendere il passaggio, nel Salento meridionale, dal rito bizantino a quello latino.
Toti Bellone
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In alto: l’Abbazia adagiata sull’altura delle Serre (© T.B.)

Immagini del prezioso ciclo pittorico (© T.B.)

L’abside ed il campanile a vela col mare sullo sfondo (© T.B.)