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Cultura - 09 Gen 2021

“C’erano l’arcobaleno e un vecchio frantoio abbandonato”

Il libro di Ninì Urbano è “un affresco a tutto campo, e a tinte vivacissime, di un tempo e di un luogo che è innanzi tutto un luogo dell’anima”. L’analisi del testo di Antonio Scandone


Spazio Aperto Salento

Fin dal primo approccio alla lettura del volume “C’erano l’arcobaleno e un vecchio frantoio abbandonato” (Congedo Editore, 2018) di Ninì Urbano (in foto), insorge nella sensibilità di chi lo ha tra le mani la necessità di riportare nella giusta dimensione la definizione del testo, che l’autore ha voluto classificare, dimessamente, nei termini di “un frammento di vita”.

In realtà esso è un affresco a tutto campo, e a tinte vivacissime, di un tempo e di un luogo che è innanzi tutto un luogo dell’anima. Già, perché al di là della collocazione specifica nel paese natio, Salice Salentino, i fatti, le persone, gli usi, le case, le vie, le piazze, ecc., sono descritti in maniera così nitida e circostanziata, così intensa e vigorosa, ma nello stesso tempo così carica di emozioni condivise e di valori universali, che chiunque li legga non può fare a meno di ritrovarsi, mentalmente, ma ancor più emotivamente, al centro della narrazione, immedesimarsi nell’atmosfera evocata e viverci dentro come uno dei personaggi che vi agiscono e si confrontano.

In effetti, nonostante la puntigliosa meticolosità delle diverse descrizioni, al termine della lettura non si può sfuggire alla sensazione che nella sostanza si è percorso un tracciato di rievocazione poetica, accorata e sognante, perché, al di sotto della limpidezza cartesiana della prosa di Ninì Urbano, e dello sforzo encomiabile nella rifinitura della terminologia e della strutturazione sintattica, riaffiorano in ogni pagina la concitazione e la palpitazione tipiche della prosa d’arte.

Leggendo queste pagine si resta letteralmente ammirati dalla cura scrupolosa e dalla diligenza filologica che l’autore ha saputo applicare alle dettagliate ricostruzioni delle antiche usanze di uno dei nostri paesi salentini, frequentemente connotate e colorite dalla presenza della terminologia dialettale. Che il più delle volte, e in maniera opportuna, non è adoperata didascalicamente, con traduzione tra parentesi o rimandi esplicativi a piè di pagina, ma direttamente incorporata nel testo, e semmai, se proprio l’autore l’abbia ritenuta indecifrabile da un lettore allogeno, con traduzione riportata in nota.

L’autore ha saputo perciò diluire le peculiarità terminologiche locali all’interno del corpus del testo, fondendoli in esso in una spontanea organicità, come è ormai ampiamente acquisito nella pratica letteraria contemporanea, compresa la nostra italiana, dopo i clamorosi, e splendidi, esempi di Beppe Fenoglio, di Carlo Emilio Gadda, dopo gli sperimentatori del Gruppo 63, fino all’ultimo exploit editoriale di Andrea Camilleri. Tali diretti apporti dialettali diventano poi opportuni quando, fissati sulla carta, rinfrescano la memoria dei lettori più attempati, anche in virtù dei tanti dettagli e particolari oggettivi della vasta e articolata antropologia culturale del nostro Salento, che Urbano ha inserito nel testo con finalità funzionale. Come ha fatto, ad esempio, con gli “uttali” al posto delle “caditoie”, o la “firsura” al posto del “pentolone”, o le “fiche nataline”, i cui significati non sono riportati tra parentesi, ma innervati direttamente nella contestualità della narrazione.

In realtà, la scelta procedurale di ripulitura del nostro lessico originario dialettale adottata da alcuni, forse troppi, autori salentini in prosa o in versi, tradisce, senza volerlo, non solo l’atavico e dannoso senso di subalternità ad una cultura nazionale ritenuta aprioristicamente di dignità superiore, complesso meridionalistico duro a morire, ma anche una larvata intenzione di esposizione nazionale del proprio prodotto editoriale. Del tutto legittima, ovviamente, e anzi auspicabile, se non si corresse il rischio di ridurre la propria creazione letteraria, spesso anche personale ed originale, ad un testo con finalità divulgative ad uso turistico.

Rischio destramente scongiurato da Ninì Urbano. La sua, infatti, è una ricostruzione accorata e partecipe di un ambiente, di un clima, di una temperie sociale e un segmento antropologico della nostra identità salentina, quale si è tramandata pressoché immutata nel corso dei secoli, per giungere fino alla sua definitiva e irreversibile trasfigurazione del secondo dopoguerra, con l’irruzione dello sviluppo economico, del progresso, del consumismo, del conformismo e infine della globalizzazione, che hanno appianato e livellato quasi del tutto ogni identità territoriale.

La ricostruzione nitida e dettagliata della sua infanzia e della sua famiglia consente ad Urbano di produrre una rappresentazione paradigmatica della civiltà contadina che si era protratta fino agli anni Cinquanta, e nella quale si possono ancora riconoscere quanti, nel nostro Salento, hanno potuto sperimentare gli ultimi scampoli di quella antica civiltà. Ricostruzione sì calorosa ed intensa, ma non sterilmente nostalgica, condotta con una prosa ariosa, frizzante, briosa, spesso autoironica, eminentemente evocativa, che richiama mentalmente, sia per lo stile che per il soggetto, il romanzo Frusaglia, di Fabio Tombari, un dimenticato autore degli anni Cinquanta; ma anche alcuni aspetti e alcuni episodi di Pel di carota. Una prosa che si fa apprezzare per la sua discorsività, per la sua narratività, per la facilità solo apparentemente spontanea della sua lettura.

La realtà oggettiva del suo paese negli anni Cinquanta, della sua famiglia e dei suoi concittadini è vista con occhi di bimbo, ma accortamente filtrata dalla sua sensibilità, con la quale è riuscito a conseguire quasi compiutamente la tonalità stilistica della mimèsi, di quella procedura descrittiva che consiste nel calarsi integralmente nei panni del personaggio narrante per rendere il narrato attraverso la sua sensibilità e il suo modo di esprimersi. Una prosa, dunque, molto lontana dai concettualismi e dagli intellettualismi evocativi di tanti pur raffinati creatori del bildungsroman, da Henry James, ad esempio, a Thomas Mann, o al Musil de I turbamenti del giovane Törless, l’Elias Canetti de La lingua salvata, o al grande Marcel Proust, che seppure nelle sue vorticose evocazioni parte da un dato di fatto oggettivo apparentemente insignificante, come le madeleines intinte nella tazza di tè, poi si espande in considerazioni mnemoniche e in indagini psicologiche sottilissime che a lungo andare ne rendono laboriosa la lettura ed intricato il dipanarsi dell’intreccio.

Nel corso della narrazione di Urbano si apprezzano dei riquadri rappresentativi di una icasticità sorprendente. Non si sfugge, infatti, all’apprezzamento e al diletto che si prova nello scorrere le pagine della dettagliata e ben articolata descrizione della cottura del pane nel forno. Così come ci si compiace dei riferimenti diretti a fatti, luoghi e personaggi che ciascuno di noi attempati salentini ha vissuto personalmente in quegli anni. In tale temperie stilistica rientra la definizione diretta dei personaggi che vi compaiono, la loro connotazione quanto più possibile realistica e verace, dunque il loro autentico vissuto, i loro nomi reali, che nulla tolgono alla poesia, anzi le conferiscono maggiore spessore e maggiore credibilità. Cosa sarebbe della Divina Commedia se il suo autore non avesse nominato per filo e per segno tutti i personaggi storici reali che vi compaiono? Con i loro caratteri, le loro personalità, le loro manie, perfino le loro fattezze fisiche. Si pensi a quel Manfredi che “biondo era, e bello, e di gentile aspetto”. Cosa resterebbe della lirica del Carducci Idillio maremmano se togliessimo il nome alla sua “Maria bionda”? O se stralciassimo il riferimento diretto del Foscolo all’amico Pindemonte e alla “mesta armonia” che governa i suoi versi?

Anche se l’atmosfera evocativa, poetica, sognante, che è la cifra stilistica di fondo di questo lavoro, viene talvolta intorbidata dalle descrizioni dei lavori, o delle usanze, delle procedure, dei giochi, che sono mirabilmente dettagliate e precise, ma proprio per questo più adatte ad un altro tipo di testo, di carattere tecnico, che ricostruisca i vecchi processi sociali in maniera da poterli riprodurre, all’occorrenza. La poesia, infatti, non può essere mai didascalica.

Si può comprendere l’entusiasmo dell’autore per la riproduzione dei dettagli, la rievocazione per il diletto dei lettori della mia generazione, e la encomiabile voglia di trasmissione di questo patrimonio di sentimenti, emozioni e sensazioni alle generazioni di giovani e di ragazzi che ignorano completamente cosa era la realtà dei nostri paesi di appena 50 o 60 anni fa. Che poi era una realtà che è durata ed è sopravvissuta per secoli, e che si è estinta definitivamente, sotto i nostri occhi di ultimi testimoni, nel giro di pochi decenni. Ma il dettaglio tecnico rischia di appannare ciò che costituisce il pregio fondamentale di questo lavoro, l’evocazione lirica, il sentimento di ciò che è stato, la reviviscenza di ciò che non è più e non sarà mai più. Spostato magistralmente dal piano della liricità soggettiva a quello della liricità corale. In una parola, la poesia. Che rischia di smarrirsi quando il suo flusso melodico e sognante viene interrotto dal dettaglio tecnico, dallo sforzo, seppur notevolissimo ed abilissimo, della didascalia.

Ovviamente non mi aspettavo che Urbano avesse eliminato o sacrificato in qualche modo le parti del suo libro in cui descrive dettagliatamente le procedure dei giochi o dei lavori di un tempo. Sarebbe stato un vero peccato. Né di presentarle come se fossero delle schede incastonate quasi forzatamente o arbitrariamente nell’interno del corpo del testo, come parti a sé stanti, come gli ablativi assoluti all’interno dei periodi di qualche autore latino. Probabilmente la soluzione più appropriata doveva essere quella di diluirle, quelle descrizioni, all’interno della narrazione, facendole diventare parte di essa, dunque rendendole vive, funzionali e, per così dire, necessarie. Facendo ricorso, ancora una volta, alle risorse inesauribili della narratività, delle modalità del racconto, che includono, per sua stessa natura, la fantasia, l’immaginazione, l’invenzione, il libero arbitrio dell’autore. Anche di quello più realistico e più rigoroso nell’intento della riproduzione del suo vissuto o di quello della sua società. Balzac riproduceva con caparbia precisione persino i numeri civici delle vie dei luoghi in cui erano ambientati i suoi romanzi, i vicoli, le case, gli interni, le stanze, i mobili, le incrostazioni sui muri, ecc. Naturalmente tutti, o quasi tutti, inventati dalla sua fantasia. Ma ugualmente incastonati in maniera naturale, all’apparenza del tutto spontanea e necessaria, all’interno del fluire della sua narrazione. Una metodologia narrativa che ben si presta ad un lavoro come questo di Urbano. Quella, cioè, di far vivere nel loro svolgimento i suoi giochi, i suoi dettagli, le sue descrizioni puntuali e precise degli oggetti e degli strumenti di quegli anni della nostra infanzia. Calandosi personalmente in essi, partecipando in maniera realistica, facendosi vedere nell’atto di giocare anche lui con la pumeta o con lu fitaturu, entrando in quel forno de lu Mingucci per aspettare che il suo pane arrivi alla cottura, mentre il ragazzo Ninì si inebria di quei profumi che ogni tanto fuoriescono da quella bocca infernale e favolosa.

Non si contano i testi, scritti e pubblicati soprattutto in questi ultimi anni, spesso anche da alunni delle scuole medie, che riproducono i giochi dei nostri vecchi tempi, le ricette, i proverbi, le usanze, i lavori, le campagne del Salento. Ma si tratta, appunto, di un genere manualistico, riproduttivo, descrittivo, spesso prodotto per esercitazione scolastica o ad uso turistico. E ancora più spesso colorato di tinte oleografiche, quelle di un Salento fatto di sule, di mare, e di jentu, con i suoi muretti a secco, i fichidindia e le dune sabbiose. Che fra l’altro non ci sono più, barbaricamente smantellate dall’invasione selvaggia del cemento. Non parlo degli ulivi secolari, perché me lo impedisce un nodo alla gola di rigetto del loro presente di spettrale calcificazione.

Urbano, con questo lavoro, si colloca su un piano superiore a tali testi, sul piano dell’evocazione lirica, del coinvolgimento poetico, molto più difficile da perseguire e da raggiungere, rispetto alla semplice enumerazione, dettagliata quanto si voglia, delle tecniche e delle pratiche di un tempo che fu. E riesce a raggiugere la perfezione proprio in quei tratti del suo discorso dove il linguaggio si dispone in consonanza con lo stato d’animo, traduce evocativamente il sentimento da cui ha origine, diventa l’espressione mimetica della sensibilità infantile di un ragazzo di pochi anni che rivive dall’interno l’espressività inattingibile della propria infanzia. E vede con i suoi occhi, e parla con la sua lingua, e ricorda con le sue emozioni. Un linguaggio che è più efficace proprio dove l’autore è più naturale, più spontaneo, più immediato. Dove rinuncia al dettaglio tecnico ed all’ostentazione culturale, che pure è parte inconfondibile della sua personalità adulta, per cogliere sul nascere il moto spontaneo del ricordo.

È fuori discussione che Ninì Urbano con la penna ci sappia fare, che sappia trovare i termini più raffinati, gli aggettivi più appropriati, i predicati più confacenti alle sue esigenze comunicative. Ammirevole il suo sforzo di dettaglio e di precisione. Ma proprio lì, quando non riesce a frenare l’impulso didascalico e divulgativo, rischia di smarrire la poesia, che è semplicità e immediatezza, e rigetta le intermediazioni intellettualistiche.

Tuttavia, a parte questa notazione critica addebitabile unicamente al mio gusto personale, alle mie propensioni e alle mie preferenze, non posso non riconoscere che questo libro di Urbano è un buon lavoro, una bella esperienza, una lettura piacevole e rigenerante, istruttiva e formativa al tempo stesso. Non gli è sfuggito nulla nella descrizione di un paese salentino di 60 e più anni fa, dalla conformazione urbanistica dell’epoca alle connotazioni di antropologia culturale dei suoi abitanti, dagli antichi mestieri pressoché scomparsi al modo di cucinare e di assumere i pasti, dai ritratti dei personaggi più tipici dell’epoca alle serate estive passate nei crocchi seduti davanti casa, dai giochi dei ragazzi ai metodi educativi e didattici di una scuola elementare che era appena uscita dalla precettistica fascista forse senza neanche accorgersene. Sicché tutte le nuove generazioni nate dopo quegli anni, diciamo dopo gli anni 60, nel corso dei quali si sono verificate le trasformazioni più rapide e più radicali mai registrate in tutti i secoli precedenti, avranno modo, leggendo questo libro, di ripercorrere più che virtualmente, quasi direttamente, quasi personalmente, le nostre strade, e di visitare le nostre case e di mettersi a tavola con noi e di rivivere gli affetti, i motivi, le sensazioni, i sogni, le pulsioni che ci animavano quando i ragazzi eravamo noi. Con questo suo lavoro Ninì Urbano ha dato un contributo notevole e prezioso proprio a questa estenuante, forse perdente, lotta per la sopravvivenza di una nostra comune identità di salentini, compressa e contrastata dalla forza preponderante dell’omologazione.

Fosse solo per questo suo proposito, il lavoro di Ninì Urbano merita a pieno titolo il ringraziamento di tutti coloro che lo leggeranno e che lo apprezzeranno come merita.

Antonio Scandone

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