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Editoria salentina - 17 Feb 2021

I torchi, i caratteri e i fregi

Contributo alla Storia della stampa leccese dalle origini (1631) al periodo postunitario


Spazio Aperto Salento

Sembra paradossale che in una terra ricchissima di tradizioni scrittorie e di famosi copisti i cui prodotti rappresentano i fondi manoscritti più prestigiosi delle più importanti biblioteche europee, l’introduzione della stampa sia avvenuta obiettivamente tardi. E questo nonostante un fervore culturale di respiro internazionale come nelle opere del francescano Pietro Galatino – il suo De Arcanis (1518) fu uno dei testi più letti dell’epoca e frequentemente ristampato – o in quella di Antonio de Ferraris detto il Galateo (De Situ Japigiae, Basilea 1558).

Un altro salentino di Lecce, Scipione Ammirato che diventerà celeberrimo nella corte medicea di Firenze, stampò a Napoli nel 1562 Il Rota overo delle imprese la sua prima opera a stampa – per quanto fosse stata composta a Lecce. Alle stamperie veneziane affidava le sue opere pubblicate, a partire dal 1505, l’averroista galatinese Marco Antonio Zimara.

Gli esempi si potrebbero moltiplicare ma i letterati salentini continuarono a stampare da Napoli in su. E non soltanto i letterati. Il celebre umanista Belisario Acquaviva d’Aragona, duca di Nardò, fece stampare nel 1519 i suoi quattro trattatelli (De istituendi liberis principum; Paraphrasis in economica Aristotelis; De venatione et de aucupis; De re militari) da Joan Pasquet di Salò, operante con propria officina a Napoli.

È un fenomeno che non è stato mai indagato ma varrebbe la pena di chiarirlo, anche perché Lecce, dalla metà del ‘500, era pur sempre considerata la “secondogenita del Regno” e l’opera che con vigore argomentativo celebrava tale primazia, ossia l’Apologia Paradossica di Jacopo Antonio Ferrari composta tra il 1576 e il 1586, rimase stranamente manoscritta – ma citatissima e continuamente ricopiata – fino al 1707 (Lecce, Mazzei), l’anno della sua prima edizione a stampa: uno dei tanti misteri della stampa salentina. Non è misteriosa, invece, l’introduzione della stampa in Puglia, certamente tardiva, ove si pensi che a Napoli si stampò a partire dal 1470-71, a Cosenza dal 1478 e a l’Aquila dal 1482.

Il primo libro stampato in Puglia sono le Operette di N. A. Carmignano a Bari, del 1535, da parte di un tipografo ambulante, il francese Nehau. Ma la prima vera tipografia fissa pugliese è quella del copertinese G.B. Desa, la cui prima opera stampa è i Successi dell’armata turchesca nella città di Otranto nell’anno 1480 del 1583, già ritenuta opera del Galateo. L’ultima opera del Desa dovrebbe essere le Ordinationi per la chiesa et diocesi di Nardò del 1591: in poche parole l’attività di questo stampatore coincide quasi esattamente con l’episcopato del vescovo neretino Fabio Fornari.

Da un punto di vista strettamente tecnico sappiamo che il Desa acquistò i caratteri e i fregi della sua tipografia da Venezia mentre il suo apprendistato fu romano. Né poteva essere, come abbiamo visto, altrimenti. Si chiude così il ‘500 tipografico pugliese ed è appena il caso di ricordare, tuttavia, che a Taranto il 1567 fu stampata la Divina predestinazione, opera di un cappuccino calabrese, Girolamo Dinami, composta appunto dal tipografo “Quintiliano Campo nel primo del mese di marzo 1567”: ma pure in questo caso siamo di fronte ad una stamperia ambulante. Anche per G.C. Ventura che a Bari tra il 1603 e il 1607 stampò solo due opere, siamo di fronte ad un fenomeno del genere.

La prima vera tipografia pugliese del XVII secolo è quella importata a Trani dal romano Lorenzo Valeri che nella città adriatica giunse il 1619 e vi stampò il primo libro nel 1622. Nel 1627 si allontanò una prima volta da Trani per raggiungere Brindisi dove l’arcivescovo Falces gli commissionò un’opera di carattere ecclesiastico. Da Brindisi il Valeri acquistò diverse casse di caratteri e fregi tipografici appartenuti alla dismessa tipografia copertinese del Desa. Nella bottega di Valeri, attiva fino al 1656, continuata poi dai suoi eredi, si fermarono e lavorarono numerosi giovani e tipografi.

Qui – a Trani – era giunto già dal 1621 il borgognone Pietro Micheli che subito entra in contatto con Valeri. Nel 1627 acquista caratteri a stampa, vuole, cioè, mettersi in proprio e, infatti, lo stesso anno si trasferisce a Bari dove si impianta un torchio tipografico secondo un contratto che va dall’agosto del 1629 allo stesso mese dell’anno successivo. A Bari si mette in società col tipografo bresciano Giacomo Gaidone col quale costituisce una società nel giugno del 1630 sciolta, tuttavia, appena un anno dopo (14 marzo 1631). Col Gaidone il Micheli stampa alcune opere tra cui il Teatro morale e politico sopra le opere di P. Virgilio Marone (1630): poche opere, comunque, perché il Micheli pensava ad una piazza vergine dove poter operare in regime di monopolio e, finalmente, da solo. Comunque sia, il Micheli, al quale si deve l’introduzione nel 1631 della stampa a Lecce, non si mosse da Bari fino a quando l’autorità ecclesiastica non concesse l’imprimatur per la stampa del celeberrimo Tancredi il “poema eroico” di Giulio Cesare Grandi i cui preparativi per la stampa risalivano almeno al 1628. La pubblicazione, laboriosissima, di quest’opera fu anticipata da una piccola opera i Carmina di Filippo Formoso dedicata ad Antonio Albrizzi Farnese, principe di Avetrana, marchese di Salice e signore di Torre Santa Susanna patria del Formoso. Il dovizioso principe, in quegli anni, risiedeva a Lecce nella bella villa extraurbana già appartenuta al nobile Fulgenzio della Monica.

A parte l’ambiente leccese dove il Micheli ritrovò non pochi connazionali, fu la locale Universitas che, agendo sullo strumento fiscale, agevolò la sistemazione in città dello stampatore. Come ha documentato N. Vacca in un fondamentale saggio del 1965, a costui, annualmente, si concedeva un’abitazione e la franchigia della gabella “delle cose commestibili”, estesa a tutta la sua famiglia e questo per “avere introdotta la stampa in essa città”.

Da quel 1631 il Micheli stampa ininterrottamente fino al 1688 quando, insieme al figlio Giacomo, testa, e del testamento in questione è possibile individuare casa e bottega che doveva essere quella accanto alla cappella di S. Leucio all’attuale via F. A. D’Amelio, ai civici 5-7 (proprio la casa dove abitò il grande poeta dialettale F. A. D’Amelio). Ad assistere amorevolmente, padre e figlio ammalati, fu la loro serva Caterina de Palese di Salve che, riconoscenti “dei meriti acquisiti nella lunga milizia in casa Micheli”, è istituita erede universale (nello stesso notaio si trova anche la forma Caterina de Polaci).

Pienamente inserita nella realtà socio-economica della Lecce seicentesca, l’officina di Pietro fu continuata dagli eredi fino al 1696, secondo gli Annali pubblicati da G. Scrimieri nel 1976. Tale circostanza è stata confermata dal ritrovamento (G. Spagnolo) di un’opera sconosciuta, “ex officina haeredum Petri Michaelis”, datata appunto 1696 e che può essere considerata l’ultimo esemplare a stampa della gloriosa tipografia, attiva per poco meno di settant’anni, in assoluto la più longeva stamperia dell’arte tipografica leccese e, da un punto di vista contenutistico, senz’altro la più importante.

L’affermazione del Micheli fu impressionante e in parte fu dovuta al Tancredi, l’opera del Grandi già citata, probabilmente uno degli esiti provinciali più significativi di quel vastissimo movimento culturale, vivissimo specialmente nel Viceregno, che partiva dalla Gerusalemme del Tasso per caratterizzare la propria ispirazione letteraria: e Terra d’Otranto anche prima del Micheli, era stata quasi la patria delle celebrazioni provinciali del grande poeta.

Non è un caso che il 1636 il tipografo fu costretto a pubblicarne una seconda edizione, circostanza rara a quei tempi. Lo Scrimieri (Annali cit.) ha censito 234 opere a stampa del Micheli (alcune non ritrovate); successivi approfondimenti hanno permesso di aggiungere a quel catalogo qualche decina di edizioni sconosciute – per esempio Le Costituzioni del Conservatorio di S. Anna del 1685 (G. Spagnolo), Delle Orazioni, e Sermoni con le quattro domeniche dell’avvento di autore non identificato (G. Spagnolo), Mundus Traditus (F. Quarto), Il trattato sui benefici ecclesiastici di Andrea Lanfranchi (G. Spagnolo), La regola di Santa Chiara per le suore cappuccine di Napoli e Lecce stampata nel 1664 (G. Spagnolo), Il De appulsu Reliquiarum S. Agatae Virginis et Martiris Catanensis Callipolim coniectatio di Giovanni Battista De Grossis stampata nel 1647 (A. Laporta) portando a circa 250 le opere complessivamente stampate dai Micheli dal 1631 al 1696.

Che significò nell’ambiente cittadino questa vera e propria valanga libraria? Sicuramente un aumento della predisposizione a leggere e a scrivere e quindi una maggiore alfabetizzazione. Una maggiore circolazione del libro a stampa perché la tipografia locale abbatteva i costi: un libro espressamente richiesto a Venezia, per fare un esempio, doveva costare assai di più. Un libro stampato a Lecce costava meno, per ovvie ragioni, di un libro stampato a Napoli: c’era una convenienza economica accompagnata ad una maggiore rapidità di stampa. Se nel 1634 il Micheli stampò cinque opere, l’anno successivo il livello era giunto a otto – uno dei più alti di tutta la sua lunga attività, a dieci nel 1659: con il passare degli anni questo ritmo decrebbe notevolmente e, per fare qualche esempio, nel 1686 furono stampate solo quattro opere, nessuna nel 1687, una nel 1688, nessuna nel 1689 e due nel 1691: la crisi del ‘600 influì pure sul mercato librario.

Questi pochi dati sottolineano l’enorme favore che godette il Micheli nei primi anni di attività. Finalmente nelle biblioteche degli aristocratici locali comparirono le edizioni leccesi i cui autori furono, dunque, per questi, una vera e propria novità. Possediamo un elenco del 1663 della biblioteca privata dei Castromediano de Lymburg, marchesi di Cavallino e operosi committenti di opere stampate dal Micheli: le Orazioni funerali stampate nel 1637 in occasione della morte di Beatrice Acquaviva d’Aragona “marchesa di Cavallino”; il Trionfo di Morte stampato lo stesso anno e per la medesima occasione come il Ragionamento del domenicano Basilio Pandolfi.

Di particolare interesse tipografico è la Descrizione delle pompe funerali, sempre per la scomparsa dell’Acquaviva, stampate nel 1638. Il rapporto tra questa famiglia feudataria e il Micheli continua nel tempo e il 1660 A. Fusco stampa la Cronologia nobilissimae familiae de Castromediano; del 1676 è una specie di allegazione giuridica per sostenere le ragioni di Giusto Castromediano nei confronti dell’Ordine di Malta del quale voleva far parte. Si può pertanto affermare che i Castromediano furono i più illustri committenti della tipografia leccese del borgognone. E non finisce qui, il rapporto è tanto stretto che, come abbiamo anticipato, ed è noto da circa vent’anni, la biblioteca di famiglia possedeva un consistente numero delle edizioni del Micheli, quest’elenco è tratto dall’inventario del 1663: Lecce Sacra dell’Infantino (1634); Funerali della Marchesa di Cabalino (1638); Vita di Tommaso Perrone (1641); Vergine desponsata del Grandi (1639 -40); Lecce rosata (1656); Tancredi e le Imprese del Grandi (1648); Fasti Sacri di A. Grandi; l’opera poetica di G. Cicala, Cicada sive Carmina (1648-49).

Sicuramente nella biblioteca esistevano altre opere del Micheli perché è stata conservata un’opera, attualmente nella Biblioteca Provinciale di Lecce, con un ex libris e lo stemma dei Castromediano sulla copertina che non compare nell’elenco del 1663: si tratta di un’opera di teologia tomistica di padre Dionisio Leone stampata il 1651 (sul frontespizio: ex bibliotecae marchionalis Caballini). Si potrebbero aggiungere tante altre osservazioni come per esempio, il rapporto privilegiato dei Castromediano con i due fratelli Grandi, Ascanio e Giulio Cesare, ma è tempo di vedere cosa succede a Lecce quando anche gli “eredi Micheli” il 1696 chiudono definitivamente la loro gloriosa stamperia creando improvvisamente un vuoto che all’inizio del secolo successivo sarà in parte colmato dal chierico coniugato Tommaso Mazzei che acquista proprio dai Micheli l’attrezzatura tipografica, nel 1699, dimostrando che già a quella data aveva maturato un interesse reale nei confronti del settore, probabilmente proprio quando i Micheli cessarono di stampare.

Il Mazzei cominciò a stampare nel 1700: a questa data risalgono, infatti, due opere, le Cronache del Coniger, stampate, però, nella stamperia arcivescovile di Brindisi e il Quaresimale di M. Capuano, ristampato due anni dopo. Ma l’opera forse più importante del Mazzei è l’Apologia Paradossica del Ferrari, stampata la prima volta nel 1707 (la seconda nel 1728), operazione sostenuta da Giusto Palma “Principe dell’accademia degli Spioni”, sodalizio all’interno del quale era nata l’idea di dare finalmente alle stampe quella che veniva considerata una delle fonti principali degli studi storici locali.

Attento alla storia di Lecce, specialmente a quella sacra, nel 1714 dà alle stampe due opere, entrambe dedicate “all’illustrissima città di Lecce”, la Storia di S. Irene del Beatillo (stampata la prima volta a Napoli nel 1609), e I primi martiri di Lecce. Giusto Oronzio e Fortunato di C. Bozzi (l’opera era stata pubblicata per la prima volta dal Micheli nel 1672). Le due pregevoli edizioni sono accompagnate da altrettante incisioni dedicate ai protettori leccesi inquadrate da carnosi motivi floreali tenuti insieme in alto, come festoni, dalla valva di una conchiglia proprio come nelle architetture di Mauro Manieri: costui infatti disegnò e incise queste immagini che contengono vedute di Lecce.

Tommaso stampa fino al 1719. L’ opera fu continuata per un certo tempo dal nipote Francesco Egidio Mazzei che chiude definitivamente con la stampa, con la vendita della tipografia il 1740, dandosi al commercio librario in quel di Alessano. Chi acquista è Don Mauro Chiriatti, parente di Oronzo Chiriatti che il 1714 aveva iniziato una intensa ma breve attività culminata il 1723-24 con la pubblicazione delle due parti della Cronica de’ Minori osservanti riformati di P. Bonaventura da Lama e, il 1727, con il De Situ Japygiae del Galateo, prima edizione leccese, curata da Giovan Bernardino Tafuri.

Ben più lunga e importante fu l’attività dell’erede del Chiriatti, ossia Domenico Viverito che quel 1740 ne aveva, attraverso lo zio Don Mauro, acquisito torchi, caratteri e fregi, il Viverito era tuttavia in attività già dal 1731 con la stampa della Quator centum laudes di Bonaventura da Lama. Dieci anni dopo stampa un libro capitale nel dibattito, diventato ormai europeo, sul fenomeno del tarantolismo, il De tarantulae anatome et morsu del medico campiota Nicola Caputo. Vent’anni dopo, in piena attività il Viverito stampa le riflessioni su “Lo spirito delle leggi” del Montesquieu, composte da Ermenegildo Personè, giurista, filosofo e polemista. Domenico scomparve nel 1777 ma da alcuni anni versava in difficili condizioni finanziarie. I figli suoi, Pasquale e Giuseppe, continuarono l’attività paterna fino alla fine del secolo.

Questo periodo si sovrappose, almeno dal 1795, all’attività di un altro significativo tipografo leccese, Vincenzo Marino, che si associò con i fratelli compromettendo la già traballante situazione dei Viverito. Giungiamo, così, nel XIX secolo: ma è un periodo, questo, poco o nulla studiato. Vincenzo Marino, sciolta la società con i fratelli, continuò a stampare e nel 1824 pubblicò un’opera di carattere scientifico – i tempi erano veramente cambiati – L’Analisi chimica e medico pratica di un’acqua sulfurea in provincia di Lecce, di M. Micheli. Il Marino scomparve intorno al 1840, lo stesso anno della ristampa di un’opera agiografica di Oronzo Morelli su S. Oronzo (già pubblicata, sempre dal Marino, a Lecce nel 1796).

Gli “eredi Marino” continuarono a stampare almeno fino al 1845. Ma negli stessi decenni della prima metà del secolo a Lecce erano sorte le seguenti tipografie: Agianese (nel 1814 stampa le Opere di F. B. Cicala); la Tipografia dell’Intendenza che nel 1832 stampa le celebri Puesei del D’Amelio (la stessa tipografia sarà denominata, più tardi, “Tipografia dell’Ospizio di S. Ferdinando nel palazzo dell’Intendenza” attiva, ovviamente, non dopo il 1859). A queste, poco prima del 1843, si aggiunge la tipografia di Nicola del Vecchio i cui eredi stamparono, almeno, fino al 1878.

In periodo borbonico nacque pure la tipografia di Alessandro Simone – 1850 – che diventò, dopo l’unificazione nazionale, la gloriosa tipografia Garibaldi presso “l’Ospizio Garibaldi alla strada S. Angelo” e poi “Tipografia Garibaldi Flascassovitti e Simone” così denominata almeno fino al 1868. Ma dopo il fatidico 1860 il nuovo clima politico, economico e sociale della città porta in pochi decenni a una vera e propria esplosione dell’attività tipografica che, per la prima volta, diventò uno dei principali settori dell’economia cittadina e anche questo è un fenomeno poco studiato della storia di Lecce da mettere in relazione con l’altrettanta impetuosa crescita dei periodici locali (alcuni esempi: Il cittadino leccese, dal 1861; Corriere Meridionale, dal 1890; la Gazzetta delle Puglie, dal 1881) senza contare la pubblicistica satirica e quella più specificatamente politica. Nel ventennio successivo all’Unità d’Italia a Lecce operavano le seguenti tipografie: Simone-Garibaldi; Tip. Ed. Salentina (circa dal 1869); del Vecchio; Campanella, Lazzaretti; Scipione Ammirato e altre di minore importanza.

Fino allo scoppio della prima guerra mondiale a quelle già enumerate si aggiunsero: Tip. Cooperativa; Tip. del giornale “La provincia di Lecce”; Tip. Sociale; Tip. Giurdignano; Dante Alighieri; Bortone; Masciullo; Bortone e Miccoli; Tip. Del Popolo; Tip. Dell’Azione Pugliese.

Al 1934 le imprese tipografiche operanti a Lecce erano queste: Buttazzo; Gallucci e Scorrano; O. Guido; Martano e Marasco; Madonna; Roberti e Mucciato; V. Conte; Cafaro; Buttazzo e Madonna; F.lli Guido; “La Celere”; l’Editrice del cav. Mannarini Sambuchi; Garrisi; G. Guido; F. Scorrano; Tip. Salentina: 17 stabilimenti che sicuramente davano lavoro a qualche centinaio di dipendenti e quindi era un settore trainante dell’economia cittadina che non conosceva, ancora, momenti di crisi in virtù del fatto che aziende del genere erano collocate, le più vicine, a Maglie, Gallipoli e Galatina e quindi la tipografia leccese aveva un bacino di potenziali clienti di quasi mezza Provincia e comunque, una capacità tecnica insuperabile.

Bisogna aspettare gli anni sessanta del secolo perché si affermino le prime, vere, aziende editoriali con una fisionomia completamente diversa dalle tradizionali tipografie.

Mario Cazzato – Gilberto Spagnolo

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 Foto in alto: Particolare del frontespizio de “Il Tancredi”

 

 

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Le illustrazioni a corredo del saggio sono tutte tratte da “esemplari” appartenenti a biblioteca privata.