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Arte - 12 Dic 2020

La produzione artistica di Salvatore Niccoli detto Sani

Riflessioni su una “storica” antologica personale dell’artista, tenutasi nel 2008 presso il Centro per l'Educazione alla legalità di Magliano

 


Spazio Aperto Salento

Salvatore Niccoli, in arte Sani è stato «autodidatta nel campo delle arti figurative, docente di lettere classiche nei licei, ha naturalmente sentito di dover esprimere un’idea, una visione, una realtà che lo colpisse. Uomo di cultura, ha vissuto staccato da ogni corrente, restando se stesso, geloso destinatario unico del proprio lavoro, immerso in un’ininterrotta ricerca espressiva che insegue l’evolversi dell’essere, nell’esigenza di coglierlo in un suo istante esistenziale per fissarlo in sintesi pregnanti» (Esmeralda Addabbo).

Niccoli, nato a Napoli il 13 marzo del 1925, visse parte della sua esistenza a Carmiano (prima iscrizione all’anagrafe del Comune salentino il 25 ottobre 1945). Si spense il 6 marzo del 2017, all’età di 92 anni.

L’antologica personale di Niccoli organizzata a Magliano (30 novembre – 6 dicembre 2008) fu una mostra pensata utilizzando una privilegiata campionatura delle più significative opere realizzate tra il 1945 ed il 2008, in sessantatré anni di fertile attività.

La manifestazione si collocava cronologicamente dopo l’esposizione organizzata nella sala «Pellegrino» della Biblioteca provinciale «Nicola Bernardini» di Lecce (maggio 2008). Era stata promossa dalla Biblioteca Comunale «Salvatore Paolo» di Carmiano (Lecce) in collaborazione con i volontari del Servizio Civile Nazionale, con il patrocinio della Società di Storia Patria per la Puglia – Sezione di Lecce – e allestita presso il Centro per l’Educazione alla legalità di Magliano.

La rassegna, inoltre, seguiva un altro appuntamento artistico organizzato con il medesimo titolo l’anno prima (2007) nelle sale della Libreria Evaluna e della Galleria caffè “bar dell’epoca” di Napoli.

Sulla mostra partenopea, nella presentazione Esmeralda Addabbo fra l’altro sottolinea: “La mostra altro non è che il racconto di un percorso emozionale segnato da una continua e spasmodica urgenza spirituale». Addabbo così prosegue: «È una narrazione che si dipana seguendo un ritmo scandito da una sincronia di colori e parole, in cui forme intime e organiche si mescolano di continuo plasmando la materia. Questi due strumenti, la forma visiva e la parola scritta, nelle mani dell’artista, servono a esprimere concetti e rappresentazioni mentali con ancora più veemenza e con una maggiore intensità espressiva. Parole e colori, in questo caso, costituiscono due efficaci modi comunicativi, reciproci e reversibili che, armoniosamente, tratteggiano forme e raccontano ciò che di più assoluto esse sottendono, portando coloro che guardano a una più profonda comprensione e a un più intimo contatto con l’autore».

L’attenzione del visitatore della manifestazione salentina, comunque, non poteva non fermarsi, innanzitutto, sull’insolito titolo dato alla mostra: Autoritratto Krôma Rêma. La rassegna, infatti, si proponeva, in primo luogo, come il ritratto che l’artista offriva di sé, attento, però, a non scivolare nell’ingabbiante equazione «vita = opera d’arte» che avrebbe limitato la persona nella sfera affettiva privilegiando la ricerca spasmodica della dimensione estetica dell’esistenza. L’immagine era, inoltre, contenuta nella cornice di due parole greche, quasi un sottotitolo esplicativo, scritte con le lettere colorate dell’alfabeto di Omero. A prima vista, poteva sembrare un’iscrizione rompicapo, dal significato criptico che avrebbe fatto auspicare l’intervento di Indiana Jones. Ma accantonando le battute, il titolo non era una formula, sia pure enigmatica, che derivava da un legittimo desiderio di manifestare una «raffinatezza culturale»; né nasceva dalla volontà di adottare e di esibire un messaggio propagandistico ad effetto; né la scrittura di pugno – che era stata preferita ai caratteri della stampa, di per sé impersonali – era un atto liberatorio al pari di chi anonimamente scrive sui muri dando sfogo a qualche suo segreto impulso.

Si trattava, invece, di un vero e proprio “manifesto” programmatico. Infatti, partiamo dai significati: il primo termine Krôma indica “colore” ed il secondo Rêma “ciò che è detto”. Un buon etimologo avvertirebbe che sono parole primarie da cui traggono origine altre voci; per esempio, dalla radice del secondo termine derivano re-tore, re-torica, par – re – sía.

 Diverso da rêma è il termine lógos che indica la parola parlata, da cui discende diá-logos, la parola che unisce. E la parola – per scomodare Martin Buber – è il fondamento di ogni relazione: nella vita con la natura; nella vita con gli uomini; nella vita con le essenze spirituali.

Colore e parola, dunque, «in sincronico parallelismo» portano a considerare i loro rispettivi ambiti di appartenenza: l’espressione per mezzo dell’immagine e quella per mezzo della parola. Il colore, infatti, suggerisce un itinerario di lettura che si risolve per lo più nell’arte

figurativa; la parola (scritta e parlata), invece, tradisce l’originaria esigenza dell’uomo di comunicare, il bisogno di trasmettere i propri pensieri e i propri sentimenti. Tuttavia, l’uno non esclude l’altra.

Non è raro, infatti, frugando nelle esperienze artistiche, imbattersi in disegni accompagnati da scritte e viceversa; molte scritte sono colorate, come le insegne pubblicitarie. Ma non è questo lo spirito dell’adozione del titolo. In realtà, a ben riflettere, è lecito pensare oltre: al «colore della parola» ed alla «parola del colore». Perché, alla fine, ciò che si vuole mettere in evidenza è che le parole hanno un loro colore e che i colori acquistano il ruolo delle parole, quando, caricandoli di sfumature simboliche, diventano scrittura e sono utilizzati per rappresentare la varietà delle vicende umane (pubbliche e private, personali e collettive).

Dal punto di vista fonetico Krôma e Rêma sono due parole formate da due sillabe, una lunga ed una breve. A parte l’omoteleuto, metricamente formano il ritmo del dimetro trocaico, contrassegnato da un tempo forte e da un tempo debole, e rinviano all’originaria dualità maschile e femminile, ad un pieno e ad un vuoto, per intenderci, come in scultura ed in architettura. Claude Bragdon, a questo proposito, è dell’idea che ci possa essere l’eventualità di una interpretazione musicale dell’architettura laddove architettura, musica e poesia diventano una unità inscindibile.

Gli stessi templi greci possono essere letti come una trascrizione in architettura di un metro lirico, con pieni e vuoti espressi con le stessa fedeltà dei suoni brevi e lunghi, con un ritmo scandito come nei versi di una poesia. La lingua greca, del resto, è una lingua fondamentalmente musicale: sette segni grafici per cinque suoni vocalici. E Salvatore Niccoli, il cui retroterra culturale è classico, firma le sue opere Sani, con uno pseudonimo che formalmente è il risultato dell’unione delle due sillabe iniziali del suo nome e cognome, ma che, per una strana coincidenza, foneticamente si articola con il medesimo accento ritmico delle parole che davano il titolo alla mostra, in cui alcune opere esposte apparivano quasi commentate da scritti poetici dello stesso artista che rinviano alla brevità degli epigrammi ellenistici.

La rassegna ed il catalogo stampato per l’occasione si aprivano con un’opera in tufo del 1945 dal titolo paradigmatico: La pietra.

Non era una pietra qualsiasi, ma era la pietra che diventava fondamenta, quella su cui poggia ogni costruzione, o meglio, contestualizzandola, era la base da cui partiva la ricostruzione di un mondo che sembrava aver perduto ogni certezza e speranza. Era un blocco tufaceo squadrato che si presentava simile ad uno scrigno con le facce decorate a rilievo, in cui erano raccontate, come in un diario, scene legate al vissuto dell’artista. Tra esse emergeva la veduta paesaggistica più famosa di Napoli, in cui sembravano quasi concentrati i quattro primordiali elementi costitutivi: la terra, espressa nella costa partenopea; l’aria, resa salubre dalla ricca vegetazione riprodotta nell’immagine riassuntiva della folta chioma del pino marittimo; il fuoco, suggerito dal fumo incandescente del Vesuvio; l’acqua, rappresentata dal mare del golfo napoletano.

Sani continuerà a produrre sculture, tutte dipinte come nella migliore tradizione ellenica, accostandosi tecnicamente alle esperienze figurative maturate dal secondo dopoguerra in poi, ma «staccato da ogni corrente, moda, suggestione di grido, restando se stesso, isolato, ignorato, geloso destinatario unico del proprio lavoro». Tra i materiali preferiti: il metallo.

Nella sua esperienza artistica passa dalla pietra al legno, al ferro, ai metalli in genere, che hanno contraddistinto quell’età, definita nel cammino della storia dell’uomo, della «rivoluzione dei prodotti secondari», che segna la fine della preistoria e che coincide con l’inizio della storia greca, precisamente con la colonizzazione dell’Asia Minore.

Sembrerebbe che Sani avesse voluto avvertire che se è vero che ognuno ha la sua storia è altrettanto vero che ognuno ha una sua preistoria, in cui talvolta non si riconosce, nel desiderio di affrancarsi e di staccarsi definitivamente da un mondo che non gli appartiene più, perché considerato superato ma soprattutto sottosviluppato, sempre più proteso in un’affannosa ricerca di una prosperità che non sia effimera. A questo trapasso sembra ispirarsi Il tuffo (1969), in cui la parabola del salto in acqua non è visibile, perché tracciata e segnata nella mente dell’osservatore in una visione simultanea dell’evento: prima-poi, detto-fatto, intenzione-azione, poién-práttein.

 Nello stesso anno in cui Sani realizza questa scultura, in una necropoli nelle vicinanze di Posidonia (la romana Paestum), è riportata alla luce una tomba databile al 480-470 a.C., interessante per l’arredo pittorico attualmente conservato al Museo Archeologico di Napoli, che sarà denominata e conosciuta come la Tomba del tuffatore. Tra le altre scene che ritraggono un simposio, infatti, è ritratto un giovane che elegantemente si libra nell’aria nell’atto di tuffarsi in uno specchio d’acqua verde azzurro, con un evidente valore simbolico del tuffo, allusione al salto che ognuno fa dalla vita nell’oceano della morte. Anche in questo caso, per Sani il pendent è classico; più precisamente Magno greco.

In questi anni Sani realizza Solarità gallipolina e Maternità (1969), opere di una forte dinamicità, Corridoio freddo e Ignoro (1970) in cui l’esaltazione del movimento nella modellatura di forme essenziali è sempre e comunque in relazione alla scelta del materiale (legno, metallo, stucco, plexiglass), che caratterizzerà le opere del periodo successivo, come Tensione Una del 1980, in cui ritorna un ritrovato primitivismo caratterizzato dall’uomo che domina l’animale, rinnovando l’eterna lotta tra umanità e bestialità, tra razionale e irrazionale. E di dualismo si tratta in Tensione Due (1998), in Contatto e in Speculum (2008), dove è possibile intravedere, sia pure per un momento, il proprio volto nella sensazione della visione di un altro, come accade a Narciso o come nel «secchio-specchio» di Montale, in cui la constatazione della precarietà dell’immagine è la consapevolezza della precarietà della memoria e della vita. Ma guardare la propria immagine riflessa nello specchio rimanda, ancora una volta, a considerare il retroterra culturale greco. Infatti, è un invito a mettere in atto il celebre «Conosci te stesso» oppure rinvia al tema socratico dell’educazione alla virtù, secondo l’episodio riferito da Diogene Laerzio (III secolo d.C.), quando Socrate consigliava ai suoi giovani discepoli di guardarsi allo specchio e di osservarsi, per incitarli a concordare la loro virtù con la loro bellezza o, al contrario, a mitigare e a compensare la bruttezza.

Con spirito di sintesi e capacità di astrazione Sani ha, pertanto, elaborato temi e modelli la cui modernità e novità paradossalmente sono rintracciabili nell’antico e – ri-scoprendo l’essenzialità (nella scelta dei materiali e nell’adozione delle forme semplici), in un mondo che artificiosamente privilegia i beni superflui – invita alla riflessione indicando ad ognuno la via del ritorno alla integrità e alla semplicità, la sola ed unica che possa naturalmente alimentare la carica rinnovativa dell’esistenza, nella frenetica, quanto contraddittoria, condizione della contemporanea vita quotidiana.

Paolo Agostino Vetrugno

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