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Cultura - 02 Gen 2021

Il carteggio di Leopardi nell’opera del salentino Pantaleo Palmieri

Antonio Scandone si sofferma sul libro “Leopardi, la lingua degli affetti e altri studi”, scritto da Palmieri con accuratezza, precisione ed eleganza. L’autore, nato a Squinzano, dopo la laurea in “Lettere moderne” presso l’Università di Lecce, si è trasferito in Romagna dove, fra l’altro, ha diretto da preside il Liceo Scientifico di Forlì.   


Spazio Aperto Salento

Leopardi, la lingua degli affetti e altri studi”, è un libro di Pantaleo Palmieri (in foto) pubblicato nel 2001 dall’Editrice “Il Ponte Vecchio di Cesena”. Si tratta di un’opera fondamentale per la conoscenza di Giacomo Leopardi, forse ancora troppo poco conosciuta dal Salento, dove l’autore di origini squinzanesi è nato nel 1948.

Il libro è composto da 6 saggi e un’appendice. I primi tre saggi sono raccolti nella sezione “La lingua degli affetti”, e comprende gli interventi che riguardano studi filologici compiuti sullo Zibaldone, dal titolo:

1 – “Parole al padre”;

2 – “Lo scintillio del riso nella scrittura epistolare di Giacomo Leopardi”;

3 – “Affetti familiari nello specchio dello Zibaldone”.

Gli altri tre saggi sono raccolti nella sezione “Altri studi”, che comprende:

1 – “Non m’arrischio di scrivergli il primo: Leopardi, Cassi, Perticari e la Scuola classica romagnola”;

2 – “Leopardi e Monti: la dedicatoria delle Canzoni del 1818”;

3 – “Le inchieste leopardiane di Augusto Campana”.

Infine l’Appendice comprende il saggio dal titolo “Monaldo Leopardi e l’intellettualità romagnola”, oltre ad alcune lettere del carteggio di Monaldo, tra cui una interessantissima al cognato Carlo Antici nella quale parla dell’educazione dei suoi figli, dei suoi principi pedagogici, del metodo degli studi e delle straordinarie capacità di Giacomo.

Si tratta di uno di quei libri che si leggono in un paio di giorni, con molto gusto, sia perché scritto davvero bene, con ogni accuratezza formale, con eleganza e precisione, sia perché l’argomento era anche esso degno di considerazione, perché vi si scopre un Leopardi tutt’altro che “progressivo”, come aveva argomentato Cesare Luporini, anzi affatto classicista, antiromantico, del tutto alieno dagli impegni politici e dalle lotte ideologiche, perché interamente compreso dalle angosce esistenziali e dalle ragioni dei rapporti umani. Per converso vi si riscontra un Monaldo come la tradizione ce l’ha consegnato, fortemente bigotto, rigorosamente conservatore, i cui ideali fondamentali erano quelli mutuati direttamente dalla Curia ecclesiastica e dalla tradizione codina; decisamente impegnato, sul piano teorico e pubblicistico, contro tutto ciò che sapeva di moderno, di contestante, di sconvolgente l’assetto secolare, che in quel periodo in particolare erano le correnti del liberalismo e del romanticismo. Lo stesso Palmieri non può tacerne la determinazione delle sue idee quando afferma: “Monaldo usava di norma toni propriamente combattivi, altrimenti – scriveva il 28 ottobre 1834 al Roothaan, che invece lo invitava alla moderazione – nel volgo la mansuetudine delle parole passa per debolezza delle ragioni, la voce che più alto tuona è quella che più ascolta, e la battaglia combattuta rimessamente è una tacita rinuncia della vittoria”. (p. 151, nota). Anche se poi nei rapporti con i figli, e in particolare con Giacomo nella reciproca corrispondenza, Monaldo si rivela notevolmente aperto, disponibile, comprensivo e sostanzialmente condiscendente.

Data la incontestabile levatura e lo spessore culturale di Giacomo, era del tutto naturale che Monaldo, sicuramente sensibile alle istanze dell’erudizione e agli allettamenti della letteratura, stabilisse con Giacomo una corrispondenza che, al di là delle contingenze e delle reiterate richieste di sostegno da parte del figlio ormai emancipato dalla sua tutela e in giro errabondo per l’Italia dell’epoca, fondava il suo oggetto soprattutto sui giudizi di carattere letterario, critico, erudito, filosofico e culturale. Contrariamente a quanto ci si poteva aspettare, dalle pagine del carteggio tra padre e figlio spesso si scopre che i loro giudizi negli ambiti culturali suddetti in gran parte coincidevano. E questo al di là del pur legittimo sospetto che il povero Giacomo dovesse frequentemente far ricorso alla blandizie, e alla mai dismessa reverenza nei confronti dell’autorità paterna, per averne il sostegno, se non proprio il più elementare sostentamento.  D’altro canto, il problema di fondo di Monaldo in quanto padre non era tanto costituito dalla necessità di mantenere un regime di rigore morale nella sua funzione di responsabile della formazione della prole, quanto piuttosto la sua necessità di assecondare l’intransigenza ben più ermetica della moglie Adelaide dei conti Antici, che praticamente lo teneva in pugno. Come del resto teneva in pugno tutti i membri della famiglia, con estrema severità di precetti ed aridità di affetti, tanto che in più occasioni aveva espresso il principio secondo cui avrebbe preferito piuttosto vedere i figli morti, che non traviati dalla retta via dell’osservanza precettistica cristiana.

Nella ricostruzione puntigliosa e filogranata di tali rapporti, desunti fondamentalmente dall’escussione minuziosa di ogni sintagma dell’epistolario tra padre e figlio, Palmieri si rivela essere soprattutto un filologo, e anche molto preparato e smaliziato nella scienza e nella tecnica della disciplina. Lo si desume facilmente dalla abilità con cui applica le sue conoscenze e la sua acribia nello stabilire l’esattezza di particolari bibliografici o biografici, seguendo puntigliosamente ogni traccia che possa condurlo alla scoperta della verità storica. Sulla scorta del metodo, mai dismesso, del suo maestro Mario Marti, secondo cui l’esegesi di ogni opera letteraria deve procedere rigorosamente “dal certo al vero”. Per questo Palmieri costruisce le sue indagini con rigore scientifico e con passione di studioso, fino a conseguire dei risultati di tutto rispetto, talvolta inediti e sorprendenti, che poi comunica col garbo consueto e la chiarezza delle idee, nel corso di pubblici convegni e conferenze di specialisti, e che poi pubblica su riviste specializzate o, come in questo caso, in volume. È entrato in proficua dimestichezza con i massimi esponenti della filologia e della critica letteraria italiana contemporanea, come Sebastiano Timpanaro, Augusto Campana, Rolando Damiani, con i quali ha avuto ed ha confronti di pareri, frequenze di corrispondenza e scambi di scoperte filologiche.

Dal testo esaminato, come da tutta la sua ampia e variegata produzione scientifica, non emergono quasi mai i connotati delle sue preferenze ideologico-politiche, sino al punto da non far trapelare al lettore alcuna connotazione di carattere laico o cattolico. Sicuramente si attesta su un versante progressista, cita Gramsci, ma nel contempo sceglie come esergo un brano di Carducci in cui il poeta dice di apprezzare Monaldo come un “vero uomo”, non curandosi affatto delle sue convinzioni codine e reazionarie. In effetti anche Palmieri sembra abbia fatto questa scelta, di indifferenza alle ragioni politiche o ideologiche, per privilegiare soprattutto l’autenticità, l’umanità, la schietta generosità degli uomini. Rivela inoltre un grande equilibrio culturale ed espone le sue idee con raffinatezza, anche se con fermezza. Quando polemizza con quanti hanno espresso delle affermazioni contrarie alle sue convinzioni lo fa con garbo e con moderazione, senza irritare l’interlocutore e senza attribuirsi doti ultimative e conclusioni definitive.

Per compilare questo volume Palmieri ha vagliato fin nei minimi particolari lo Zibaldone e il poderoso carteggio di Leopardi, che conosce con grande padronanza e dimestichezza; ma con la stessa scrupolosità ha scandagliato anche le opere di Monaldo, che sono state tante ed anche importanti, alle quali Palmieri tributa apertamente stima e apprezzamento. Ha anche approfondito la produzione di tutta la cosiddetta Scuola Classica Romagnola, che lui propone di correggere in Romagnola-Marchigiana, che ha avuto sì forti connotati antiromantici e cattolici, ma ha anche dato alla Storia numerosi nomi di patrioti e liberali.

Pantaleo Palmieri è un salentino non solo di nascita e di formazione ma anche, e forse soprattutto, di affetti. Egli infatti, anche se residente da anni a Forlì, è nato a Squinzano ed ha trascorso tutti gli anni della sua giovinezza a Trepuzzi, dove ha risieduto fino al conseguimento della laurea in Lettere Moderne. Subito dopo si è trasferito in Romagna, per insegnare nei Licei, frequentando nel contempo la scuola bolognese dell’altro nostro illustre salentino Raffaele Spongano, con il quale si perfezionava in Filologia Moderna. Successivamente, per un ventennio, ha diretto da Preside il Liceo Scientifico di Forlì. Anche se fortemente impegnato nell’attività professionale, per anni è riuscito a conciliare il lavoro con la passione per lo studio, la ricerca e l’approfondimento degli autori e delle tematiche letterarie che più gli stavano a cuore. In particolare si è interessato della linea classicistica Monti-Giordano-Leopardi-Carducci, per ciascuno dei quali ha prodotto dei saggi pubblicati su riviste specializzate o in libri autonomi come questo che abbiamo presentato. La sua bibliografia è, dunque, particolarmente ricca.

È socio dell’Arcadia-Accademia nazionale, dell’Accademia dei Filopatridi di Savignano, dell’Accademia Pascoliana di San Mauro Pascoli, dell’Accademia dei Benigni di Bertinoro, del Centro Nazionale di Studi Leopardiani e del Centro Mondiale della Poesia di Recanati. Inoltre è Presidente dell’Associazione culturale forlivese “Nuova Civiltà delle Machine” e membro della redazione dell’omonima rivista edita da ERI-RAI. Attualmente è membro del Comitato scientifico per la Nuova Edizione Nazionale delle Opere di Carducci.

Recentemente il Circolo Culturale “Galileo” di Trepuzzi lo ha insignito del titolo di socio onorario, e gli ha dedicato una miscellanea di tributi e di studi in occasione del suo settantesimo compleanno.

Tuttavia, come troppo spesso succede per i nostri concittadini o i nostri corregionali più illustri, la sua conoscenza tra i salentini, e il conseguente doveroso apprezzamento, non hanno ancora conseguito la rilevanza che sicuramente merita. Forse per quella sorta di ostracismo nazionale nei confronti dei talenti nostrani, a tutto vantaggio dei personaggi dell’arte, della cultura e della scienza del Nord Italia. Proscrizione che diventa autolesionistica quando viene esercitata da noi stessi meridionali e salentini, per una forma di regressione in una sorta di insuperato vassallaggio psicologico e subalternità culturale che ancora serpeggiano nel nostro senso di autostima. Anche Palmieri, dunque, rientra in quel quadro di antropologia culturale che così incisivamente ha tratteggiato Bodini, in una citazione molto opportunamente riportata da Federico Demitry in un suo recente intervento proprio su questo Spazio Aperto diretto da Rosario Faggiano. Eccola:

“Proprio vagando per le strade di Madrid, Bodini affonda nel cuore della questione meridionale, quando imbarazzato a chi gli chiedeva: Ci sono stati gli Aragonesi da voi? rispondeva: Sì, ma sappiamo poco di quei tempi. A scuola dovevamo studiare le più miserabili zuffe di campanile fa le città del Nord. E invece di noi niente”.

Antonio Scandone