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Cultura - 19 Dic 2020

Vittorio Bodini: il Meridione 50 anni dopo

Il 19 dicembre 1970 moriva lo scrittore e poeta Vittorio Bodini: leccese nato a Bari, uno dei maggiori del nostro secolo. 50 anni dopo il suo Sud continua per lo più ad ignorarlo.


Spazio Aperto Salento

“Biancamente dorato è il cielo”. Queste le parole con cui Dior lancia la sua sfilata a Lecce, città “vedova del suo tempo”. Sono le parole di Vittorio Bodini, poeta leccese di cui tutta la Puglia è vedova da tempo. Esattamente da 50 anni. Europeo per formazione, mediterraneo per vocazione, per elezione meridionalista, Vittorio Bodini è stato uno dei più grandi letterati italiani del Novecento. Moriva il 19 dicembre del 1970, il poeta che aveva portato il surrealismo spagnolo in Italia, che aveva tradotto Garcìa Lorca, ma più di tutto, che aveva ridato al suo Salento dignità di fantasia e immaginazione.

A lui dobbiamo tra le letture più profonde che siano mai state fatte nell’anima dei meridionali, dei pugliesi e dei salentini soprattutto, abitanti di una pianura dove si ha l’impressione che la storia non riesca a procedere (parole sue). Vittorio Bodini ha trovato nella chiave del Barocco leccese, quello naturale prima di quello delle chiese, suggerito dagli scontorti ulivi, dai muretti a secco e dai fichi d’india, il sotterraneo spartito di tutto ciò che insieme si tiene nella pianura più a Sud-Est d’Italia. Così facendo, scandagliando l’anima delle persone e dei territori, aveva dichiarato quella posizione di marginalità estrema, geografica e culturale, di un lembo di Italia da sempre provincia, concentrico solo a se stesso. Così facendo, ne ha esaltato le immagini, le fantasie, i chiaroscuri, gli odori autoctoni, dando al contempo e finalmente dignità propria ad un luogo che aveva vissuto da sempre ai margini dell’antagonismo, del paragone, condannato ad essere sempre inautentico e sempre la seconda faccia della medaglia d’Italia.

Il riscatto di Bodini, il dialogo con la Spagna e con la grande letteratura italiana, le sue poesie sono il riscatto di tutta la Puglia. Quella folle idea di un piano culturale meridionale autocentrato, vagheggiata con il siciliano Sciascia, e le sue prose dolci e affilate sono la presa di coscienza di tutto il Meridione.

Al Salento Bodini ha dato i colori: il bianco della calce, il rosso del tramonto “da bestia macellata”; ha dato la chiave, il Barocco dei Santi e degli ulivi; dal Salento, invece, ha preso le parole, che risuonano della terra natia come forse solo le coste liguri fanno nel primo Montale. Doveva essere dalle parti di Gallipoli quando, svogliato in una giornata di settembre, mi graticolavo sugli scogli a leggere Bodini, davanti a un mare mosso. Mi trafissero così vere le parole: “Viviamo in un incantesimo, tra palazzi di tufo, in una grande pianura. / Sulle rive del nulla, mostriamo le caverne di noi stessi / – qualche palmizio, un santo / lordo di sangue nei tramonti, un libro/ lento, di pochi fatti, che rileggiamo / più volte, nell’attesa che ci dia / tutte assieme la vita / le cose che crediamo di meritare”. Fu lancinante scoprirmi già compreso, parte di una vita che era sempre esistita. E chiunque abbia calcato questa terra sa che le poesie di Vittorio ci investono come un vestito su misura. Questa terra è il Salento, la Puglia, o forse anche la Sicilia, o la Grecia e la Calabria di Pitagora, uno delle nostre parti, a detta sua (di Bodini).

Probabilmente anche la Spagna, per Bodini terra d’amore e di studio, dove il poeta ritrovò delle comunanze spirituali con il nostro Sud. A Madrid, la stessa popolazione “impiegatesca e borghese” che la faceva somigliare a Roma, ma anche “la medesima combinazione di follia e realismo negli abitanti”, e poi “le stesse inerzie febbrili, il bianco della calce contro il cielo, il basilico e il gelsomino, parole che pronunciamo con la stessa intimità”. Proprio vagando per le strade di Madrid, Bodini affonda nel cuore della quistione meridionale, quando imbarazzato a chi gli chiedeva: “Ci sono stati gli Aragonesi da voi?”, rispondeva: “Sì, ma sappiamo poco di quei tempi. A scuola dovevamo studiare le più miserabili zuffe di campanile fra le città del Nord. […] E invece di noi niente”.

Proprio la storia dei martiri Otranto, invece, della sua Puglia, diventa il cuore del problema della mancata coscienza del Meridione. In Ottocento morirono, nella difesa del primo avamposto occidentale e cristiano contro l’allora invasore turco musulmano, eppure gli stessi eredi o conterranei di quei soldati, ignorano la loro storia. “Una parte degli italiani studia solo la storia degli altri senza sapere nulla della propria, come se tutto quanto avveniva nel frattempo nel Mezzogiorno non riguardasse che una sorta di territorio coloniale”, riflette amaramente il poeta.

Non so se da allora molti di più di noi conoscano qualcosa di più della nostra storia. Di per certo, in pochi conoscono Bodini, rimosso dall’Italia a trazione mitteleuropea, sfrattato perfino dalle scuole della sua stessa terra, in cui i ragazzi continuano a studiare la storia di altri. Eppure, Bodini ci aveva dato un’anima, perfino a noi gente del Sud, costretti ancora oggi al doppio titolo: di Italiano sì, ma Meridionale. Cinquanta anni dopo, non posso dire se molto è cambiato nel Meridione. Non credo. Di per certo, quel pensiero meridiano tanto agognato ancora non esiste, e Bodini se ne è andato, fuor dalla storia, insieme alla terra che l’aveva fatto nascere e che attraverso lui era rinata. Terra che continua a ruotare su sé stessa, ignara di sé, sotto gli Aragonesi, i Borbone, i Savoia o la Repubblica, comunque provincia.

Federico Demitry