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Recensione - 07 Gen 2021

Aneddoti, allegorie e vicende del passato nei racconti avvincenti di Toti Bellone

Note su “La Fitalòra”, il nuovo libro del giornalista e scrittore salentino  


Spazio Aperto Salento

Esiste una letteratura locale, affidata a coraggiosi editori di provincia, che sta alla grande prosa “nazionale” come certi negozietti, di nicchia, stanno alla catena dei grandi supermercati. È il caso del “La fitalòra” (Edizioni Besa, pagg. 192) dove la filiera narrativa, pur corta, nel senso che attinge a situazioni territoriali, si dilata a dismisura calandosi nelle più comuni vicende umane che di tutti sono e a tutti appartengono.

Toti Bellone entra nelle latebre dei tempi andati ma, senza fare operazioni di mero vintage, li recupera, vivificandoli e, semplicemente togliendo le ragnatele del tempo, le restituisce intatte nel sapore titillando il sopore della memoria.

Riprende aneddoti e vicende che in analoga guisa hanno caratterizzato l’infanzia di tutti quelli che hanno più di quarant’anni perché poi coloro che seguirono sono bellamente (?) racchiusi nello sconfinato recinto dei social.

E così i racconti dell’infanzia narrati dall’adulto con eguale curiosità dell’infante che fu, avvincono alla lettura; specialmente la descrizione dei personaggi “anomali”, sempliciotti o genialità incomprese e comunque libere più di quanto noi non crediamo di esserlo.

Vi sono poi racconti dove le allegorie fanno pensare ai film di Borowczy, per chi lo ricorda quale antesignano di quella distopia che nutre, con diversa fortuna, gran parte della letteratura emorragica di questi tempi. Altri invece si ammantano di lirismo generando una sorta di crasi tra prosa e poetica. Un libro eterogeneo, dunque, dove i registri narrativi mutano di racconto in racconto esattamente come un menù gourmet dalle varie portate.

Lino Baldi

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