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Recensione - 19 Ott 2021

“Bar Samarcanda”, la poesia realistica di Luigi Palazzo

Nella nuova raccolta di poesie dell’autore salicese vengono rappresentate, coralmente, le disillusioni della banalità della vita, la sua insignificanza, la sua vacuità


Spazio Aperto Salento

A distanza di appena due anni dalla pubblicazione della prima prova poetica di Luigi Palazzo, quel Non raccontarmi il cielo che ci ha fatto intravvedere i prodromi di una nuova rilevazione letteraria salentina, ci ritroviamo ora tra le mani questa sua nuova raccolta di composizioni, dal titolo ammiccante ed intrigante di Bar Samarcanda (Edizioni Transeuropa/Nuova poetica, 2021, pagg. 91).

Si tratta della silloge di 55 composizioni, compreso il prologo della bacheca del bar, ciascuna delle quali è intestata ad un nome, ad un personaggio, ad un avventore del ritrovo serale, che, quasi parlando a se stesso, nella lucidità disinibita della sua bevuta, rivela le amarezze e le afflizioni della propria esistenza.

In questa raccolta, in effetti, si delineano, in sequenza, i drammi contemporanei dell’alienazione, della disoccupazione, dello straniamento delle proprie idealità e dei propri progetti, della solitudine e dell’incomunicabilità, dell’appiattimento sulla dimensione dell’inconsistenza, e soprattutto sull’oscuramento dell’orizzonte del futuro dei giovani. E non solo.

Come si denuncia apertamente, ad esempio, nella lirica dal titolo Dopolavoro:

“Tre generazioni per farmi studiare
per la speranza ingenua
non dico del riscatto sociali di una famiglia
ma almeno di non avere le pezze al culo”.

In una dimensione di poetica che si colloca a mezz’aria tra le tematiche esistenzialistiche e le tentazioni anarcoidi. Pur mantenendo ferma e ineludibile la nostalgia dei principi, dei valori, dell’impegno e della solidarietà, che sono il tratto fondamentale della personalità di Palazzo, quale noi abbiamo ampiamente riconosciuta nella sua precedente produzione poetica.

Il tutto rappresentato con una tecnica compositiva nuova e originale, che agevolmente si può definire cinematografica. Confermata fra l’altro dalla stessa scansione distributiva delle varie parti: Piano sequenza, Intermezzo, Soggettive, Epilogo. Pagina dopo pagina si assiste, infatti, ad una ampia carrellata panoramica su tutto l’interno del locale, sull’ambiente del Bar Samarcanda, per una ricognizione generale delle presenze e delle movenze di ciascun gruppo umano.

Poi l’obbiettivo si avvicina su ogni tavolino, e inquadra in primo piano ogni singolo avventore, colto nell’attimo della sua più autentica spontaneità. Ne rileva in dettaglio le fattezze fisiche caratterizzanti, ma soprattutto ne scava l’anima, per farne risaltare i turbamenti, i travagli interiori, i rimpianti, le pene esistenziali, la solitudine. In tal modo ogni personaggio diventa protagonista di un dramma collettivo, esemplificazione della svariata umanità, testimone di una pena che da fisica e personale si sublima in cognizione metafisica. E di conseguenza in riconoscimento, in adesione, in condivisione. Anche se nessuno di noi lettori ha mai messo piede in quel Bar Samarcanda, tuttavia è impossibile sottrarsi alla sensazione di farne parte, in qualche modo, di avvertirne le pulsioni emotive che promanano da ciascuna figura di avventore, da ciascun personaggio.

In tal modo Palazzo realizza una rappresentazione visiva che si presta molto bene al gioco delle analogie figurative. Il suo bar, quell’ambiente intriso di vapori e di essenze, e soprattutto i suoi avventori, ricordano infatti, molto da vicino, gli interni desolati e disadorni delle tele di Edward Hopper, i suoi personaggi distanti e silenziosi, la cappa plumbea dell’incomunicabilità e della solitudine. Sensazioni che già avevamo avvertito osservando l’avvincente e conturbante tela di Degas, I bevitori di assenzio. O l’altro dipinto, non meno suggestivo, di Edward Much, dallo stesso titolo. Anche se talvolta la rappresentazione poetica di Palazzo viene alleggerita dalla dissimulata piacevolezza dei giocatori di carte di Cezanne, come nella scenografia de Il tavolo 5. Mentre, per le figure femminili, come quella di Giusy o di Valentina, è impossibile sfuggire al richiamo della bellissima e triste ragazza del Bar delle Folies Bergère, di Manet.

Eppure lo sguardo di quei bevitori d’assenzio di fine 800 è simile a quello dei compagni di bevute nel Bar Samarcanda. Come, sicuramente, sarà simile agli altri innumerevoli sguardi che si sono susseguiti, nei secoli, nelle taverne e nelle bettole di tutti i tempi. Allora viene da chiedersi se non ci sia una condizione di fondo che abbraccia a affratella tutti i soggetti della storia, se non sia un epilogo inevitabile, una costante nel destino dell’umanità, quella della solitudine, della tristezza, del “tedio” leopardiano, del “male di vivere” montaliano. Per questo a noi sembra che Palazzo, con questi versi, abbia toccato delle corde universali, delle costanti esistenziali, dei tratti specifici di ogni umanità.

Le sue rappresentazioni si susseguono con un ritmo fluido ed incalzante, favorito dalla linearità descrittiva di ogni singolo testo, dalla scioltezza malleabile della sua sintassi, dalla scelta accurata e preziosa, ma anche pertinente e intuitiva, del suo repertorio lessicale. Uno spartito compositivo condotto in gran parte sul crinale della poesia realistica, dell’enunciato prosastico e colloquiale, quasi un riecheggiamento della versificazione plastica e trasparente del Pavese di Lavorare stanca, o di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Dunque una partitura di lirismo parlato, concreto e reale. Nel quale, tuttavia, non mancano metafore ardite e singolari, talvolta enigmatiche, che però segretamente trasmettono la sensazione della pertinenza e del rimando analogico. Perciò inchiodano il lettore sulla pagina, sul singolo verso, sull’alone del contesto, inducendolo spontaneamente ad ingaggiare una sorta di sfida, di duello intellettuale, nel tentativo di conseguire l’obiettivo dello scioglimento di quelli che Gadda definiva i “gliommeri” della vita, o meglio, i suoi “gnommeri”.

Sicché un volumetto di 90 pagine diventa senza accorgertene un tomo di indagini esegetiche e di esercitazioni interpretative, perché ti pungola alla ricerca della definizione più pertinente e più autentica di quei profili esistenziali, che sono anche i centomila aspetti della tua stessa personalità. E quell’aggirarsi disincantato del lettore tra i tavolini e i divani del Bar Samarcanda, quell’intrattenersi a dialogare sulla pagina con la Giusy, o con Damiano, o con il ragazzo con la sua birra disperata, si rivelano come l’opportunità di redigere un tabulato di dati e di indizi che ti aiutano a ricostruire una parte almeno della tua stessa identità.

Questo assemblaggio denso e coerente rivela in Palazzo poeta il superamento dello sperimentalismo riscontrato nella sua prima prova, una maggiore padronanza della materia, una visione più chiara e sicura del tema trattato, la capacità di rappresentare figure che in se stesse traducono il concetto, diventano metafore viventi, che interagiscono coralmente, in una solidarietà di dolore e di ripiegamento, e che in definitiva li riscatta dalla solitudine.

Molto opportunamente per definire ed interpretare la struttura portante di questa raccolta di poesie, in se stessa organica e compiuta, dalla tematica compatta ed omogenea, è stata richiamata l’Antologia di Spoon River. Dove ogni lirica è intestata al titolare della propria lapide, dell’epitaffio in cui ognuno descrive e denuncia i tratti essenziali della sua parabola esistenziale. Ma questa di Palazzo è anche una raccolta che evoca gli ambienti, i temi e i personaggi del canzoniere di Fabrizio De Andrè, quelli che abbiamo imparato a conoscere fin dalla prima tragicomica rappresentazione de La città vecchia,

“una gamba qua, una gamba là,
gonfi di vino”.

O nel repertorio di denuncia e di protesta dei più seguiti cantautori contemporanei, come i versi di Giorgio Gaber, di De Gregori, di Vasco Rossi, o del miglior Guccini, la cui citazione, trascelta come esergo,

“… fingo d’aver capito che vivere è incontrarsi
aver sonno, appetito, far dei figli, mangiare,
bere, leggere, amare, grattarsi”,

introduce agevolmente nell’ambiente trasognato di questo Bar di Palazzo, in cui si rappresentano, coralmente, le disillusioni della banalità della vita, la sua insignificanza, la sua vacuità. Nel solco di quell’impressionante consapevolezza che perfino al sommo Vate impresse il coraggio di denunciare lo smacco di quell’inutil vita estremo unico fior.

Salutiamo dunque con piacere e ammirazione, ed anche con orgoglio salentino, questa riconferma della lucidità di pensiero e della fluidità di verseggiatura di Luigi Palazzo, che aggiunge un’altra meritoria onorificenza al suo già nutrito medagliere di riconoscimenti artistici, letterari, professionali e sociali ad ampio raggio.

Antonio Scandone
© Riproduzione riservata

 

Foto in alto: Luigi Palazzo. In basso: la copertina del libro