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Turismo - 17 Apr 2021

Bodini “rivive” fra le stradine del centro storico di Lecce

L’omaggio della Città del Barocco: un itinerario permanente con tappe nel borgo antico dove sono state collocate targhette metalliche con brani delle liriche del grande poeta salentino


Spazio Aperto Salento

Vittorio Bodini, la più importante ed influente personalità salentina nel campo della Letteratura del Novecento, rivive fra le stradine del centro storico di Lecce. Con un’operazione allo stesso tempo destinata ai turisti ma anche ai leccesi che ancora non lo conoscono, la città del barocco gli ha dedicato un “Itineraio” permanente, che si snoda in dodici suggestive tappe, più un gigantesco murale fuori porta. Suggestive, perché inserite in alcuni dei luoghi più belli del borgo antico, a cominciare dall’attuale via Carlo Russi, già via De Angelis, dove in una mansarda al civico 33 (in leccese: suppinna) Bodini visse, negli Anni Cinquanta, al ritorno dall’amata Spagna dove si era recato per nutristi dei “grandi” di quella terra (Cervates, Lorca, Salinas, Alberti, Quevedo).

Murale a parte, l’”Itineraio” è stato realizzato con targhette metalliche sulle quali, accanto alla figura stilizzata del poeta, sono impressi brani delle liriche che lo hanno reso celebre, alcune delle quali pubblicate nella prestigiosa collana di Mondadori “Lo specchio”.

Proprio da “Via De Angelis”, è tratta la poesia che si legge sulla targhetta. Eccola: “Questa strada sbilenca, traballante fu dunque la mia pelle, pietre e lastrici umani di cui mi entrò nel sangue l’odore e la gaia tristezza”. E nella stessa via, di fronte alla chiesa delle Carmelitane Scalze (Le Scause): “La luna dei Borboni col suo viso sfregiato tornerà sulle case di tufo, sui balconi. Sgibottiranno il gufo delle Scalze e i gerani, la pianta dei cornuti”.

Poco oltre, a ridosso di Porta San Biagio, qui inserita nella plancia che reca le note sulla storia della Porta, tratta da “Dalla porta del carbonaio”, si legge: “Dalla porta del carbonaio l’acqua s’annera e così prosegue rinforzata dai canali che scendono dalle terrazze dietro a Porta San Biagio”.

Erano, viuzze e Porte, il cammino quotidiano del poeta, che fu anche raffinato traduttore dei “grandi” letterati iberici, e la sua poesia svetta negli angoli che oggi sono della “movida” cittadina, mutuata proprio da quella spagnola, che un tempo neppure tanto lontano, era “vamos por tapas” (l’equivalente del nostro: andiamo per osterie).

Ce n’é, così, a Porta Rudiae ed a Porta Napoli, anche qui accanto alle note conoscitive degli antichi passaggi attraverso la cinquecentesca cinta muraria.

Nella prima, e da “Barocco del Sud, il giro delle mura”: “Passeggiava, girava, percorreva instancabilmente la città in lungo e in largo. Attraversava il Corso, le Spezierie, la piazza principale, ma soprattutto i Villini”. E la seconda, da “Col tramonto su una spalla”: “Questa è la mia città, le mura le avete viste: sono grige, grige. Di lassù cantavano gli angeli nel Seicento, tenendo lontana la peste che infuriava sul Reame”.

Il canto di Bodini, echeggia anche davanti alla chiesa di San Giovanni Battista, meglio conosciuta come del Rosario: “Il tuo nome nell’ombra si mette a gridare, pieno di denti, e morde nella gola il palmizio e la chiesa del Rosario” (da “La luna dei Borboni”). E davanti a Santa Croce, trionfo del barocco leccese: “Un’aria d’oro mite e senza fretta s’intrattiene in quel regno d’ingranaggi inservibili” (da “Dopo la luna”).

In piazza Duomo e davanti alla Porta Falsa del castello di Carlo V, sono poi le prose. “Via via che ci addentriamo in questa città che occupa di sé tutto il tallone d’Italia, ci convinciamo che nulla sul nostro cammino attraverso il sud ci aveva preparati ad un simile incontro, talmente è diversa rispetto a ogni altro paese che la precede”, è la prima. E l’altra, tratta dal romanzo giovanile incompiuto, “Il fiore dell’amicizia”: “Quand’ero ragazzo, alle spalle del Castello, che occupava con la sua tozza mole una vasta area cittadina, si stendeva un piazzale o meglio un vuoto improvviso che nei giorni di mercato si colmava di carri variopinti e cavalli dei villani, che venivano da ogni parte della provincia a comprare e a vendere”.

Prosa è pure nei pressi della chiesa dei santi Niccolò e Cataldo, all’interno del Cimitero. Tratto dalla raccolta “Barocco del sud” e col titolo “La morte fatta in casa”, è: “Da Porta Rusce usciamo fuori le mura. Arriviamo al Camposanto, che annunciano da lontano quattro colonne alte e massicce, sul cui frontone è scritto a lettere di bronzo: per la via irremeabile dell’eternità”.

Prima di uscire dalla cerchia urbana, e senza dimenticare che proprio lungo la via che ancora oggi conduce al Cimitero, Bodini trovò lo spunto per scrivere, osservando un personaggio realmente esistito, il suo racconto più famoso, “Il sei dita”, dobbiamo però soffermarci nel luogo dove rivive quella che per noi è la sua lirica di maggior spessore, “Foglie di tabacco 1”, inserita nella già citata raccolta “La luna dei Borboni”. Eccola, in tutta la sua sfolgorante bellezza: “Tu non conosci il sud, le case di calce da cui uscivamo al sole come numeri dalla faccia di un dado”.

Poco oltre il rondò che segna la fine di viale Taranto, sulla facciata laterale di un grosso condominio, c’è la gigantografia di un uomo che indossa cappotto e cappello. Accanto è la frase: “Un monaco rissoso vola tra gli alberi”, firmata A. Bodini.

Chissà quanti fra gli automobilisti che ogni giorno percorrono quella trafficata arteria, si sono chiesti e si chiedono chi sia A. Bodini. Molti lo sanno, così come sanno che il “monaco rissoso” è San Giuseppe da Copertino, il santo capace di alzarsi, appunto, in volo, ma molti altri, forse i più, no. Non ancora, perlomeno. Perché prima o poi – ne siamo convinti – chiederanno in giro o consulteranno Google, e magari scopriranno pure che tutte le opere di Bodini, si trovano nella “Collana bodiniana” pubblicata da Besa di Nardò, grazie all’impegno dell’editore Livio Muci, anche nelle vesti di vicepresidente del “Centro studi Vittorio Bodini” (il presidente è l’unica figlia del poeta-scrittore-traduttore, Valentina), la cui sede è nel castello Acquaviva d’Aragona di piazza Cesare Battisti, sempre a Nardò.

Se la gigantografia di Bodini è ben visibile dalla strada, lo stesso non si può dire per la prosa impressa sul lato interno della stessa facciata. Che così recita: “Che erba hai in mano? Ho un mazzetto di balconi e di capre di calce azzurra. E per cielo, lattuga e erba cedrina. Il verde cielo di una tartaruga nell’orto dell’adolescenza. Dove le fanciulle arrossivano secoli prima che donne allattassero figli sulla corriera col fazzoletto steso sulle vene, siepi azzurre del petto”.

Nato a Bari nel 1914 da genitori leccesi, Bodini morì a Roma nel 1970 all’età di soli 56 anni. Il suo rapporto con Lecce fu controverso, tanto è vero, che a proposito della “città del barocco”, scrisse: “Qui non vorrei morire dove vivere mi tocca, mio paese così sgradito da doverti amare”, ma a Lecce ha dedicato liriche e prose immortali. Ed a lui, oltre all’Itinerario, Lecce ha dedicato un Premio internazionale di poesia, giunto all’ottava edizione.

Toti Bellone

© Riproduzione riservata

Foto in alto: Vittorio Bodini

 

La targhetta posta in via Carlo Russi già via De Angelis

La viuzza del centro storico di Lecce dove il poeta abitò una “suppinna”

Porta San Biagio, una delle tappe dell’Itinerario

Il gigantesco murale di viale Taranto