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Cultura/Spettacolo - 07 Lug 2021

“Ci vuole così poco a farsi voler bene”, ricordo di Raffaella Carrà

Una “pagina” di Paolo Agostino Vetrugno dedicata alla grande artista scomparsa giovedì. “Ha trasmesso, attraverso il suo sorriso, uno straordinario valore umano: quello dell’essenzialità, presupposto della bellezza”


Spazio Aperto Salento

Ci vuole così poco a farsi voler bene,
una parola buona detta quando conviene,
un po’ di gentilezza che vale una carezza,
un semplice sorriso che ti baleni in viso,
il cuore sempre aperto per ognuno che viene,
ci vuole così poco a farsi voler bene.

Fu questa, se non la prima, una delle prime poesie-filastrocche che la maestra delle elementari, la dolce e carissima Lucia Saracino, fece imparare a memoria a tutta la mia classe: brevissima nella sua elegante semplicità, ricchissima nella sua originale genuinità, impegnativa come compito scolastico per giovanissimi adolescenti all’inizio degli studi.

Avrei scoperto molto più tardi il suo autore, Angiolo Silvio Novaro (1866-1938), e conosciuto il peso che, nella sua esperienza culturale, avevano avuto le frequentazioni con Giovanni Verga, Gabriele d’Annunzio, Marino Moretti, Salvatore Quasimodo.

Questi versi sono rimasti sempre custoditi nel mio deposito memoriale. E come spesso accade ai ricordi che pensavamo cancellati, ma che erano soltanto sopiti, questa lirica è improvvisamente riemersa ed è stata recuperata in coincidenza della notizia, per i più inaspettata, della scomparsa di Raffaella Carrà: una sollecitazione casuale dai contorni proustiani.

Mi ha sempre sorpreso lo pseudonimo «Carrà», che mi ricordava quello di Carlo, pittore futurista ed esponente di quel movimento metafisico, che abbandonò «per essere soltanto se stesso».

Forse per Raffaella era un «nomen omen»; sta di fatto che i Salentini di una certa età non possono dimenticare il suo straordinario spettacolo, messo in scena, qualche decennio fa, al “Teatro Vallone” di Squinzano, miseramente poi demolito.

Tra le sue caratteristiche identitarie, anche in questi momenti di costernazione, al di là del caschetto e del primo ombelico in TV, molti ricordano la sua risata, che diventava sonora, ma aggiungerei musicale e compiacente, con l’atto della mano destra che tentava di chiuderla in gola, più volte benevolmente ironizzato dai suoi diversi imitatori. Tuttavia, occorre precisare che la sua risata era l’esito naturale del suo sorriso, dolce e sereno, che, silenziosa arma disarmante, nel parlare di sé, manifestava il desiderio di comunicare agli altri, nessun escluso, lo splendore della vita; sempre. E lo spettacolo non era fine a stesso, non era una esibizione, ma il luogo privilegiato, scelto volontariamente, per l’incontro con gli altri. Del resto, se uno vuole vivere veramente per se stesso, deve necessariamente vivere anche per un altro.

Non era, comunque, il sorriso che, come canta Francesco De Gregori, bisogna avere «per difendersi» insieme ad «un passaporto per andare via lontano». Era un sorriso spontaneamente spinto verso tutto ciò che è buono, che partendo dall’interno entrava in concordia con gli altri; non era, cioè, un’espressione sia pure artisticamente creata e raccontata (dal «sorriso arcaico» a quello, più famoso, leonardesco, per intenderci).

Credo, perciò, che occorra ricordare Raffaella, al di là dell’indiscussa inesauribile vena artistica, per aver trasmesso, attraverso il suo sorriso, uno straordinario valore umano: quello dell’essenzialità, presupposto della bellezza; quella bellezza che, nell’unità di un organismo, si presenta in modo che, in un complesso, riesce a far dimenticare l’ammirazione delle singole parti. Diversamente sarebbe volgarità.

… Dopo Gigi Proietti, Milva, Franco Battiato, Carla Fracci, un’altra tessera del mosaico della storia dello spettacolo italiano, e non solo, non c’è più. E, magari ci affligge, che tutto questo sia potuto succedere in un brevissimo tempo, dimenticando che tutto ciò che può accadere nel tempo può accadere nel «sempre» dei mortali.

A noi superstiti, che di questo si tratta, rimane la consolazione del ricordo e, per chi ha fede e crede in un luogo che tutti ci accoglie, rimane la certezza che chi crediamo morto è soltanto andato avanti a noi.

La sua dipartita coincide, tuttavia, con il periodo della terribile pandemia che ha privato un’intera generazione proprio del sorriso, del sapore prezioso di questa istintiva amabile comunicazione. E forse, nella ripartenza da più parti evocata, auspicata, desiderata, occorre, in primo luogo, recuperare proprio il sorriso, da dare a chi è meno fortunato di noi, sempre e comunque. Perché

Ci vuole così poco a farsi voler bene.

Paolo Agostino Vetrugno
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