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San Pietro Vernotico - 21 Gen 2021

Con l’addio all’installazione contemporanea, Raffaele Leone è morto due volte

La distruzione dell'originale opera “ambientale”  dell'artista sanpietrino solleva polemiche. La “barriera di rifiuti” realizzata all’esterno dell’abitazione di Leone era un “monumento” contro il consumismo.


Spazio Aperto Salento

Un’opportunità culturale persa quella della città di San Pietro Vernotico, dove nei giorni scorsi è stata rimossa l’opera ambientale dell’artista Raffaele Leone, deceduto in completa solitudine circondato esclusivamente dagli oggetti che raccoglieva da anni. Questa è un’opera d’arte? Lecita era la domanda di chi attraversando le strade di San Pietro Vernotico si imbatteva nella grande installazione dell’artista. Si tratta di semplici rifiuti inutilizzabili? oppure sono oggetti che diventano simboli, a cui l’artista sceglieva di dare una seconda possibilità d’esistenza, una nuova vita.

Fuori dalla sua abitazione una “barriera di rifiuti” lo proteggeva dal mondo esterno, una visione complessa della realtà lo aveva spinto a trasformare la sua casa in un rifugio, a lungo andare la povertà in parte anche voluta, la quasi totale assenza di relazioni umane, l’essere circondato da persone ma non avvertire comprensione da nessuna fu logorante per l’artista.

L’installazione gradatamente si era trasformata in una metafora del disagio personale, poi inevitabilmente simbolo del fallimento di una società consumistica troppo veloce, in cui tutto scorre e non c’è tempo per fermarsi ad ascoltare. Tanto meno a riflettere sul senso delle cose e sopra tutte della vita.  Quel senso di denuncia dell’opera è stata soffocata ed essa stessa sarà definitivamente dimenticata dopo il suo smantellamento, causato dalla presunta precarietà dell’istallazione. E non solo. Ma forse su altre motivazioni è conveniente tacere.

Spesso le opere d’arte contemporanee si confrontano con il problema della conservazione dovuto alla mancanza di conoscenza dei diversi materiali utilizzati e dal loro precoce degrado, delle tecniche adoperate, da eventuali successivi interventi di restauro. La difficoltà fa in modo che il ricordo effimero delle opere sia spesso affidato a riprese filmiche o a fotografie, destino che ha interessato anche l’opera di Leone. A nulla sono valsi i tentativi di preservare l’opera: articoli sulle testate locali, poesie dedicate all’artista poste sulle cancellate della casa installazione e un gruppo facebook “Raffaele Leone (1948-2020). In memoria”, che dopo lo smantellamento sta incrementando le adesioni https://www.facebook.com/groups/1044394439402214 .

Vale a dire che esiste una collettività sensibile che ha provato a tutelare, a lasciare visibile, tangibile quell’opera a suo modo “unica”. Oggi si potrà ricordarla solo con video e fotoriproduzioni. La comunità ha cancellato una pagina della sua esistenza e di sé lascerà storia delle fotografie non di oggetti concreti. La decisione di cancellare in maniera irreversibile il ricordo di un uomo è il riflesso di una società fragile, “liquida”, l’ha definita Zygmunt Bauman, in cui tutto scorre, nulla è afferrabile o sembra poter lasciare traccia. Un “soggettivismo” compulsivo che ha compromesso le basi della modernità dove tutto è destinato ad essere dimenticato.

Ed è proprio così che è morto Raffaele Leone, vittima della più grande maledizione del mondo contemporaneo: la solitudine.

Raffaele Leone (San Pietro Vernotico 1948 – San Pietro Vernotico 2020) autodidatta trascorse la sua infanzia nel paese natio. Giovanissimo si trasferì all’estero, numerose le sue mete, ma furono gli Stati Uniti a sancire il suo incontro con l’arte, legame che lo accompagnò fino all’ultimo dei suoi giorni. Sposò una donna newyorkese e lì andò a vivere per svariati anni. I suoi studi sono certificati presso la Parsons School of Design, dove si distinse per sensibilità e capacità; a New York rafforzò la sua tecnica presso lo studio di Robert De Niro Senior, allievo di Hans Hofmann, personalità di spicco nell’espressionismo astratto.

La sua prima produzione era legata alla tradizione, all’arte figurativa dei nudi femminili, nature morte, ritratti, paesaggi costieri, non mancano lavori vicini alle esperienze artistiche del primo Novecento, opere dalla chiara influenza espressionista nella scelta dei colori e dei forti contrasti. Un gruppo di sculture, omaggio ad Alberto Giacometti, attesta la capacità dell’artista sanpietrino di cimentarsi anche in forme d’arte diverse dalla pittura, Leone era un artista libero, mutava, si evolveva, sperimentava svariati nuovi linguaggi anche contemporaneamente.

Esigue sono le notizie sulla sua vita privata, ma attorno agli anni ‘80 Leone abbandonò definitivamente gli Stati Uniti e i suoi affetti e tornò nel suo paese d’origine per accudire i genitori. Ricco delle suggestioni degli ambienti artistici culturali e della vita statunitense, spinse la sua ricerca verso nuove forme espressive.

Tuttavia è negli ultimi anni, a causa di crollo emotivo dovuto alla perdita dei suoi genitori, e alla sempre più opprimente sensazione di solitudine, che snatura l’uomo dalla sua vera condizione, che iniziò a raccogliere o per utilizzare un termine noto nella storia dell’arte contemporanea ed in particolare nella corrente neodadaista, a “scegliere” oggetti. Si tratta perlopiù di rifiuti che censì in un riciclaggio continuo assemblandoli fuori dalla sua abitazione e del suo atelier in un ambizioso ready-made.

Un’installazione non priva di una radice culturale, basti pensare al Merzbau di Kurt Schwitters (1887- 1948) distrutta durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Merz rappresentava la libertà da tutte le catene, il bisogno d’espressione dell’uomo privo di certezze che si manifesta attraverso i frammenti, i rifiuti, la precarietà dell’esistenza umana che mette in dubbio qualsiasi cosa, in cui tutto è distrutto, annientato dalla guerra.  Spinto dallo stesso bisogno d’espressione, di libertà, Leone raccolse pagine di giornale, ritagliò le parole con cui si identificava maggiormente “Arte”, “Picasso”, “Avanguardia”, “Modernismo” per citarne alcune, e le incollò, in un grande collage sulle porte del suo atelier, come fossero porte della memoria.

Pur guardando a tecniche note alla storia dell’arte contemporanea come il collage e l’assemblage Leone sperimentò una nuova forma d’espressione primitiva e caotica: il graffitismo. La ricerca dell’immediatezza e della spontaneità dell’arte, un linguaggio semplice e immediato. Scritte, chiazze di colori sgargianti ricoprono le mura della sua abitazione e del suo studio. Leone fece largo uso dello spray, e una volta vuote assemblò le bombolette assieme ad altri elementi raccolti, lasciando “che si componessero da soli”, avrebbe detto l’artista francese Arman, sulle superfici delle sue abitazioni.

Recuperò dal ciglio della strada il prodotto di una società troppo abituata a gettar via senza pudore oggetti ritenuti inutili, obsoleti, non necessari, e li elevò ad opera d’arte, compiendo un’azione estremamente significativa, intrinseca di conoscenza culturale e artistica. Leone invitava la popolazione alla comprensione della sua istallazione perennemente esposta in totale autonomia, gratuitamente fruibile senza limitazioni, fungendo da ponte tra gli uomini e la sua arte.

La collettività, la raccolta dei rifiuti divenne sempre più intensa, quasi ossessiva, Leone avvertì la necessità di recuperare quanti più oggetti, rendendo quasi impossibile l’accesso alla sua abitazione, rafforzando sempre più quella barriera- muro che lo divideva dal resto del mondo. “Ognuno di noi ad un certo punto della propria vita è oggetto di rifiuto, cioè viene abbandonato, distrutto e calpestato. È una delle esperienze umane…” ha affermato Lea Vergine e l’arte è per antonomasia la concretizzazione del sentire, dell’essere dell’uomo.

Un’opera, quella di Leone, complessa che fonde assieme diversi linguaggi ed esperienze artistiche, inserita nel paesaggio urbano avrebbe dovuto godere di un riconoscimento come oggetto d’arte. Preservarla avrebbe significato per la città di San Pietro Vernotico l’occasione di caratterizzarsi per un’installazione contemporanea di certo interesse originale per il territorio salentino, che avrebbe potuto adempiere a funzioni didattiche, avvicinando diverse generazioni ai nuovi e articolati linguaggi dell’arte contemporanea e avere funzioni sociali, un monumento contro la società consumistica, una lezione per l’umanità che potrà perseguire una crescita solo quando le sofferenze private verranno concepite ed affrontate come problemi condivisi e comuni.

Alessia Brescia

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Nella foto in alto: Raffaele Leone (1948-2020), Casa- Installazione, San Pietro Vernotico (Br) sulla via Lecce, 2015.

 

Raffaele Leone (1948-2020), Casa – Studio dell’artista, Dettaglio della porta, San Pietro Vernotico (BR), 2015.

Raffaele Leone (1948-2020), Casa- Studio dell’artista, Dettaglio della facciata, San Pietro Vernotico (BR), 2015.

Intervento di rimozione dell’opera d’arte di Raffaele Leone del 20 gennaio 2021.