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Cultura - 14 Set 2021

Dante, fratello nostro

“Riflessioni” di monsignor Fabio Ciollaro nella data esatta in cui 700 anni fa morì il sommo poeta


Spazio Aperto Salento

La benevolenza di Guido Novello, colto signore di Ravenna, gli aveva reso meno amari gli ultimi anni di vita e finalmente aveva potuto ricomporre la sua famiglia.  Allora, disilluso dalle speranze fallaci di questo mondo ed elevandosi sempre più con lo spirito, si era dedicato a comporre gli ultimi sublimi canti del Paradiso.

Nel 1321 gli fu chiesto un servizio diplomatico come ambasciatore a Venezia. Di ritorno, passando attraverso una zona paludosa contrasse la malaria. Arrivò a Ravenna sfinito. Il corpo era arso dalla febbre, ma lo spirito era sereno, immerso in Dio. Morì così, a 56 anni, nella notte fra il 13 e il 14 settembre. Esattamente sette secoli fa.

I funerali si svolsero nella vicina chiesa dei francescani e lì venne tumulato con onore. In seguito, dopo ennesime peripezie, le sue ossa saranno rinvenute e ricomposte in un tempietto votivo al centro della città. La tomba di Dante, dunque, è ancora oggi a Ravenna, ma chi vuole ritrovarlo vivo può incontrarlo nel suo grande e immortale poema.

Consapevole dei talenti straordinari ricevuti da Dio, egli sapeva di aver scritto un capolavoro senza confronti. Nondimeno, era consapevole   anche delle proprie miserie. Da tutta la Divina Commedia, infatti, traspare la sua coscienza di essere un peccatore graziato. Da questo versante ognuno di noi può sentirlo vicino. Irragiungibile come sommo poeta, fratello nostro nella fatica della sequela di Cristo, bisognoso di perdono, mendicante della grazia divina come tutti noi.

A volte lascia intravedere i singoli peccati da cui è stato vinto, soprattutto la superbia e la lussuria, ma in generale egli sente di aver vissuto uno smarrimento totale, correndo concretamente il rischio di perdersi per sempre. Soccorso dalla misericordia di Dio, si sente come un naufrago che giunge esausto a riva e si volge per un momento a guardare il mare in tempesta in cui stava per affogare.

Camminando e meditando nel Purgatorio, vede spesso riflettersi nello specchio delle lacrime il pentimento e la gratitudine delle anime che incontra, finchè egli stesso prorompe in un pianto irrefrenabile.

Ne siamo toccati profondamente anche noi, se leggiamo in modo partecipativo il canto XXX del Purgatorio. È uno di quei canti in genere ignorati a scuola, ma lo studio forzato e pedante della Divina Commedia spesso ci ha privato di gustarne la bellezza e le ricchezze spirituali. Questo canto, invece, è il cuore stesso del poema, l’unico in cui risuona esplicitamente il nome di Dante, come una firma.  Risuona però non per vanto, ma per volontaria umiliazione di colui che lo porta. Lo vediamo piangere in modo così struggente che quasi ci imbarazza.

Vorremmo ritirarci per discrezione, ma lui non vuole nascondersi e si lascia andare senza schermi e senza maschere. Perché piange così, un uomo fiero e combattivo come lui? Il contesto aiuta a capire. Virgilio ha portato a termine il suo compito e lo ha lasciato.  Beatrice è venuta a prenderlo. Ma prima di essergli dolce guida nell’ultimo tratto del suo viaggio, lei lo scuote, lo ammonisce duramente, lo porta alla contrizione per tanti anni vissuti nel peccato. Non lo blandisce con vezzeggiamenti ingannevoli.  Ci sono momenti in cui non si può far finta di niente. Lui non si aspettava che l’incontro con Beatrice prendesse questa piega e ne è raggelato. Sa però che lei ha ragione e non tenta di scusarsi o di minimizzare.

Il dramma della salvezza passa dal riconoscimento della verità su noi stessi e dal riconoscimento di aver bisogno del Salvatore. Qui creavit te sine te non salvabit te sine te. Attraverso il salutare rimprovero della donna tanto amata  la coscienza gli ha ricordato quanto tempo ha sciupato  inseguendo falsi piaceri che non mantengono interamente nessuna promessa: “immagini di ben seguendo false / che nulla promession rendono intera.”

Ora capisce come non mai.  Comprende tutte le mancate risposte all’amore di Dio, si sente sopraffatto dalla vergogna e tace non sapendo che cosa dire. Ma proprio in questo momento di angosciato silenzio c’è un intervento che commuove anche noi. Gli angeli, ministri e messaggeri di Dio, gli ricordano le parole della Sacra Scrittura e intonano: “In te Domine speravi”, il salmo 30.  Hanno compassione di lui, lo esortano a non disperare, a confidare in Dio, perché “se il nostro cuore ci rimprovera, Dio è più grande del nostro cuore” (1Gv3,20).

La compassione dei puri spiriti e quel canto di speranza, in quel momento, sono per lui come il tepore primaverile che scioglie il ghiaccio tra i rami in montagna, e non regge più: “lo gel che m’era intorno al cor ristretto,/spirito e acqua fessi, e con angoscia/ de la bocca e de li occhi uscì del petto.”

Il pensiero dell’amore di Dio lo scioglie e sgorgano a fiotti tutte le lacrime che si portava dentro.  Piange di pentimento sincero, piange di gratitudine incontenibile, piange perché comprende come non mai che “la misericordia ha avuto la meglio nel giudizio” (Giac 2,13). 

Non c’è da dire altro, non c’è gesto da aggiungere.  Questo è, a ben vedere, il Purgatorio nell’altra vita; questa, nell’escatologia incoata, è la nostra possibile purificazione fin da quaggiù. E se ci riconosciamo peccatori graziati, come potremo essere privi di misericordia verso gli altri?

Dante, fratello nostro, desideriamo accogliere il silenzioso messaggio del tuo pianto.  Le lacrime – dice il Papa – purificano e rendono più chiaro il nostro sguardo. Rendono più sensibile e misericordioso il nostro cuore.

mons. Fabio Ciollaro
Vicario Generale della Diocesi di Brindisi-Ostuni

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