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Cultura - 19 Mar 2023

Gino Pisanò ed il libro come «bene culturale»

Intervento dello storico dell’arte Paolo Agostino Vetrugno, dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose Metropolitano di Lecce [1]


Spazio Aperto Salento

Nell’intraprendere uno studio biografico accade spesso che, nel compilare la vita vissuta degli uomini (siano essi letterati, artisti, musicisti, ecc.), si tenda ad esaminare le opere giovanili distinte dalle opere della maturità, considerando le prime, minori o inferiori a quelle della maggiore età, valutata con il metro del conseguimento della dignità artistica. Questo procedimento, il più delle volte, è utilizzato anche nel ricostruire i lineamenti di una personalità, dimenticando che un individuo umano non è il confluire di diverse partecipazioni ad alcune realtà generali, ma è un tutto indissociabile, come è indissociabile ogni individuo dalla sua storia, dal suo tempo, dal suo territorio di appartenenza. Questo accade anche per chi voglia accostarsi a comprendere il percorso esistenziale di Gino Pisanò (in foto), magari isolando la formazione dalle sue praxeis (per utilizzare il termine greco con cui sono indicate le gesta degli apostoli) e non considerando, nelle sue scelte intellettuali, l’appartenenza ad una terra che presenta indiscutibili e ben precise caratteristiche geoculturali. Se, come docente, Gino Pisanò si è rivelato depositario e servitore dell’eredità culturali di generazioni, come studioso si è distinto per essere stato originale e creativo, due qualità che sono strettamente legate se non sono proprio la stessa cosa, tanto che, per l’inconveniente su esposto, è difficile individuarle e definirle nell’uomo docente e nell’uomo studioso perché sono presenti sempre e comunque. L’originalità, infatti, è la qualità che permette di considerare qualcuno ”origine” di qualcosa e, nel momento in cui l’origine di una realtà risiede nell’attività stessa di ogni essere umano, quest’ultimo diviene creatore. Lo studioso, perciò, è un essere originale che, in quanto tale, diventa creatore. Per questo motivo l’intima tendenza di ogni studioso è offrire i mezzi e gli strumenti che evitino l’impoverimento della persona, tra cui un posto privilegiato lo occupa il libro nella sua accezione più vasta. Gino Pisanò, da docente, ha avuto sempre occasione per misurarsi con i libri di testo, scolastici prima ed universitari poi; come studioso ha prodotto opere d’indiscusso valore scientifico. A queste si aggiungono le pubblicazioni da lui curate, realizzate dall’Istituto del Mediterraneo, le quali rappresentano, in primo luogo, un ritrovamento o, se vogliamo, una scoperta, indossando i panni di un archeologo della memoria; in secondo luogo, costituiscono un’illuminazione, in quanto, cogliendo la bellezza del sapere, la manifestano, sottraendola al segreto nascondimento del tempo e degli uomini; in terzo luogo, ma non certo per ultimo, sono il segno evidente di un lavoro che, mediante un processo produttivo, tende a stimolare e a coltivare la creatività nelle nuove generazioni. Sotto questo aspetto le pubblicazioni di studi e ricerche sono da intendersi uno strumento che, puntando alla conoscenza, stimola l’azione.

Pisanò, insegnando Latino e Greco al Liceo Classico e Storia delle Biblioteche all’Università salentina, sapeva bene che l’introduzione del libro nella storia dell’uomo rappresenta una rivoluzione, come lo è stata per noi l’introduzione del computer, che ha cambiato completamente anche le relazioni umane. Occorre guardare con attenzione tra i fatti del IV secolo a. C. per scoprire che il libro è il più potente mezzo di propagazione culturale, a livello sociale, e per verificare come glorifichi il suo trionfo decisivo nella società ellenistica, che diede vita alla nascita delle importanti biblioteche di Alessandria e di Pergamo. Gli effetti e le conseguenze non furono di poco conto; anzi. Sia sufficiente pensare alla trasmissione e alla diffusione dei testi letterari che non sono più affidate alla declamazione degli autori ed alla memorizzazione dei rapsodi e degli ascoltatori, come per il passato, ma diventano priorità della scrittura, che apre la via al commercio librario. È il momento in cui il poeta perde l’uditorio e conseguentemente tra il poeta e il suo pubblico si interpone il libro. La poesia perde la sua naturale immediatezza e la sua tempestiva spontaneità, rivelandosi più meditata e più pensosa; il poeta non ha più la possibilità di rivolgersi direttamente agli ascoltatori e di coinvolgerli emozionalmente, rendendoli complici del suo canto. Ma soprattutto l’introduzione del libro fa perdere alla poesia quel carattere collettivo che accostava il poeta all’uditorio. La poesia, da allora, diviene più personale e più individualistica. La trasmissione di una cultura prevalentemente orale cede il passo ad una nuova cultura, che si affida alla trasmissione scritta, cioè al libro, che si diffonde celermente in tutto il mondo ellenizzato, anche se soltanto a livello elitario, in quanto le masse popolari ne rimangono escluse.

Non è affatto un caso che Gino Pisanò abbia dedicato tempo della sua esistenza al fascino del libro, anche quando ricopriva il ruolo di primo presidente (dal 2000 al 2008) dell’Istituto di Culture Mediterranee della Provincia di Lecce. Questo suo «sogno mediterraneo» non poteva nascere senza un retroterra culturale di formazione greca o meglio ellenistica, riproponendo nella contemporaneità quelle conquiste dell’uomo che diventava cittadino del mondo, dell’uomo che desiderava conoscere e viaggiare, dell’uomo che parlava una lingua comprensibile a tutti, dell’uomo che avvertiva l’esigenza delle filosofie che garantiscono le libertà interiori, dell’uomo che pensava all’altro, sia pure ad uno straniero, ma, quel che conta di più, è che non lo considerava più un barbaro, anche nel senso etimologico del termine. Da questa consapevolezza deriva l’applicazione dello schema ippodameo nella città di Alessandria d’Egitto, per venire incontro alle esigenze e alle difficoltà di chi non era abitante di quella città; oppure si pensi alla costruzione del faro, sull’isola egiziana di Faro, da cui il manufatto prende il nome, posta all’imboccatura del porto di Alessandria, un sistema efficace per rendere più sicura la navigazione, uno strumento per agevolare il cammino per mare degli altri, segnalando la posizione della terraferma e del porto, in considerazione di agevolare le necessità di chi non si conosce, ma che comunque c’è; di chi, caricato di una valenza sociale e religiosa, molto tempo dopo, sarà indicato in un altro contesto come il nome di «prossimo».

La ricerca di un dialogo delle civiltà, come avvertiva Roger Garaudy nel lontano 1977, è possibile soltanto se consideriamo l’altro uomo e l’altra cultura come un arricchimento per noi stessi, perché rivela tutto quello che a noi manca. L’istituzione di una Biblioteca del Mediterraneo, creata nel maggio 2004 con sede a Martignano, ha una consistenza libraria di oltre 7.000 volumi, formata peraltro dai fondi donati da Goffredo Fofi, da Norbert Kamp, dalla collezione bibliografica salentina dell’editore Vanni Scheiviller. Parte integrante della Biblioteca è anche il fondo bibliografico sul fenomeno del tarantismo realizzato nell’ambito di un protocollo d’intesa con l’Istituto “Diego Carpitella” fondato nel 1998 con un consorzio dei Comuni di Alessano, Calimera, Cutrofiano, Melpignano e Sternatia. Alla Biblioteca del Mediterraneo è associata anche l’intensa attività editoriale dell’Istituto di Culture Mediterranee la cui cura è stata di Gino Pisanò. In particolare, per la collana “Pontos” segnalo il volume Il Mediterraneo Pittoresco descritto da celebri viaggiatori e illustrato dai migliori artisti, pubblicato nel 2006 dall’Editore Congedo di Galatina, realizzato in collaborazione con l’Università delle tre culture di Siviglia e la Fondazione Mediterraneo di Napoli.

Tra le attività realizzate dalla Biblioteca del Mediterraneo occorre ricordare la partecipazione all’importante rassegna fieristica internazionale del libro tenutasi al Cairo il 18 gennaio 2006, un appuntamento tra i più seguiti del settore in ambito  Mediterraneo. La “vocazione” di Gino Pisanò appare, nuovamente, ancorata al mondo antico ed in particolare a quel mondo ellenistico, in cui le biblioteche erano costruite per conservare i libri, composti grazie alla diffusione della scrittura, garantendo la trasmissione del sapere. La biblioteca, tuttavia, non è stata un’invenzione ellenistica. Gli Assiri avevano organizzato a Ninive una grossa raccolta dei principali testi del patrimonio culturale mesopotamico. Ellenistico, però, è il concetto che la biblioteca non è un semplice “archivio” legato al palazzo, ma è un laboratorio per la produzione e la riproduzione del sapere. La biblioteca di Alessandria giunse a contenere 500.000 volumina insieme a quella di Pergamo, famosa per la sua ricchezza (dispersa, quando il Regno cadde sotto il dominio romano). Come un ellenista dell’età contemporanea, Pisanò, dunque, ha saputo rinnovare la funzione sociale e culturale della biblioteca, sdoganandola dalla privilegiata frequentazione di una minoranza ed aprirla a chiunque volesse leggere ed imparare. Grazie alle biblioteche, del resto, si è favorita la conservazione della tradizione classica, garantendone lo studio, facendo sorgere quella scienza filologica, di cui Gino era fortemente imbevuto. Ma il valore aggiunto è dato dal volere oltrepassare l’insularità della Terra d’Otranto, anche se geograficamente è una poen-insula, attualmente in bilico tra salentinità e salentinerie. Ciò è possibile con un annullamento dell’innato individualismo a vantaggio di un neo-cosmopolitismo, fondato dagli architetti del certo e del vero, senza i quali non si può edificare la libertà interiore e l’autonomia della persona umana. Potrebbe, tuttavia, sembrare che tutto si esaurisse nell’essere stati cupidi rerum novarum; in realtà tutto è antico, coerentemente legato a quella tradizione salentina che nel cenobio di Otranto ha registrato la produzione di manoscritti che, oggi, sparsi per l’Europa, rimangono testimonianza tangibile di un “bene culturale” ante litteram perché mezzo e strumento di acculturazione, passando attraverso il sogno ottocentesco di Sigismondo Castromediano di allacciare questa Terra all’Italia prima e all’Europa dopo.

Se un edificio, metaforicamente, può sembrare un libro di pietre, come peraltro affermava Gabriele D’Annunzio, tutto ellenistico è il valore del libro nella concezione sinfonica della cultura, condizione insostituibile in un ruolo prospettico per inventare il futuro. Nel 1997 si tenne al Castello Svevo di Bari una mostra (14 giugno-16 novembre 1997), allestita l’anno successivo a Brindisi (28 maggio-10 dicembre 1998), dal titolo affascinante: Andar per mare. Puglia e Mediterraneo tra mito e storia. Nel catalogo, realizzato a più mani e pubblicato nello stesso anno della manifestazione dall’editore barese Adda, a cura di Raffaella Cassano, Rosa Russo Romito e Marisa Milella, tra gli altri saggi stupisce quello di Valentino Pace su Il Mediterraneo e la Puglia: circolazione di modalità. Lo stupore è generato all’incipit proposto dallo studioso al suo contributo, che spiegherà abbondantemente nel suo stesso lavoro. Si tratta di un’affermazione lapidaria che in un’opera di ricerca di storia dell’arte nessuno si aspetterebbe, perciò ha l’effetto sorpresa, come se volesse togliere da subito ogni equivoco o ambiguità: «Il mare non è una frontiera». Il mare, infatti, accomuna tutte le genti costiere e le mette alla pari, lambendo i litorali con il livello delle sue acque. È questa koinè mediterranea che riscatta il ruolo del Salento (e di gran parte dell’Italia meridionale), che dopo i fatti del 1480 vede ridotta l’interra Terra d’Otranto ad una grande fortezza con la corona delle torri costiere; e si sa che ogni forma di difesa porta parallelamente ogni forma di chiusura. Il libro, invece, è lo strumento che mette in comunicazione l’autore con il lettore ed è uno straordinario mezzo di apertura per la sorprendente capacità di connessione e di relazione.

Il libro, nell’ambito dell’iconografia cristiana antica, ha un ruolo determinante. Nell’arte paleocristiana, per esempio, è un attributo iconografico in forma di rotolo, rappresentando la legge divina o la dottrina della fede. Cristo Pantokrator ha in mano un libro, Maria, soprattutto nella tradizione occidentale, è intenta alla lettura in occasione dell’annuncio della nascita di Gesù. Numerosi sono i Santi raffigurati con un libro che si aggiungono agli Apostoli e ai Padri della Chiesa. Oggi è un oggetto d’arredo, quando non un oggetto ingombrante.

Ma il tema del mio breve intervento desidera, almeno nelle intenzioni, evidenziare che proprio negli anni in cui Gino Pisanò ricopriva la carica di presidente dell’Istituto di Culture Mediterranee della Provincia di Lecce, entrava in vigore (1 maggio 2004), il Codice dei beni culturali e del paesaggio, meglio conosciuto come Codice Urbani, dal nome del ministro che ne volle la realizzazione. Il Codice, che non poteva essere modificato, integrato o corretto non prima di 2 anni dalla sua entrata in vigore, ebbe notorietà soprattutto per le polemiche con cui fu accolto, in relazione ad alcune questioni cruciali, come quelle sollevate da Maria Lucia Cavallo. La studiosa osservava giustamente che, nel caso delle biblioteche, prima di sapere dove e come nel Codice erano trattate, occorreva interrogarsi se erano trattate, contrariamente agli archivi, dei quali apparivano tracce più evidenti e più chiare. Mettendo da parte le ragioni giuridiche sulla tutela e la conservazione e le relative competenze, il dibattito era fermo sulla questione sollevata da non pochi studiosi sul fatto se i beni librari fossero o meno “beni culturali”. Una cosa, comunque, appariva certa e che mi sento di condividere pienamente: la presa di posizione di Giulio Carlo Argan all’indomani dell’istituzione del Ministero dei Beni culturali (1975). Lo studioso metteva l’accento sulla ambiguità, ma soprattutto sul valore del termine “patrimonio” esteso anche alle testimonianze artistiche e quindi anche librarie, che erano identificate appunto come “patrimonio librario”. Infatti, il termine patrimonio rinvia alla sfera economica e più esattamente riconduce al concetto di ricchezza, che si può ricevere in eredità, che si può amministrare e che si può tramandare. Consolidandosi nel tempo con questa accezione, il termine ha abbracciato aspetti che soggiacciono alle leggi economiche. Argan amaramente commentava: «È fatale che, quando un patrimonio non rende, si cerchi di liquidarlo: è quello che si sta allegramente facendo». Ma era il 1975. Purtroppo, invece di ritornare e rafforzare il concetto di “bene culturale”, che dovrebbe ricondurre alla nozione di cultura, ci si è accorti che la dicitura “bene culturale” poteva anche rimanere, quasi a livello di indifferente compromesso, perché il bene culturale, il più delle volte svuotato del suo significato più profondo, non è stato considerato come una risorsa per la crescita di una comunità, ma è diventato un mezzo con cui concludere un affare, sotto tutti i punti di vista.

Si è celebrato nel Salento, da poco, il centenario della morte di Cosimo De Giorgi, che come un apripista aveva individuato la differenza del percorso tracciato da uno studioso dall’azione dei politici del tempo. Da allora, purtroppo, non è che sia molto cambiato. Penso di non essere lontano dal vero nell’affermare che il voler ricondurre il concetto di «libro» nella sfera di un «bene culturale» sia stata anche la finalità di Gino Pisanò, nella convinzione che la fondazione di una biblioteca e l’interesse per realizzare pubblicazioni destinate non soltanto agli addetti ai lavori ma all’intera collettività, ripropongono il compito primario dello studioso: quello di permettere alla collettività la fruizione scientifica di opere diversamente destinate all’oblio. La creazione di un libro porterebbe ad allargare il discorso verso il valore della conservazione del sapere e della sua trasmissibilità. Ma questo è un altro capitolo.

Per ritornare da dove siamo partiti, proprio la cultura classica offre numerose testimonianze in proposito. Tuttavia, credo che tra tutte la più efficace sia quella di Plinio il Vecchio nel XXXV libro della Naturalis historia (paragrafo 9). Parlando della moda di riprodurre immagini di uomini famosi nel desiderio di tramandarne il ricordo del volto, segnala come questa moda si sia diffusa anche nelle biblioteche, dove «inmortales animae in locis iisdem locuntur». È vero che nelle biblioteche parlano le anime immortali dei defunti, ma, il Libro dei morti, l’antico testo egizio consultato per generazioni dal 1550 a. C. in poi, considera l’immortalità strettamente legata ad un comportamento morale, che è, poi, l’essenza dell’eredità più profonda e più concreta che ci ha voluto trasmettere Gino Pisanò.

Paolo Agostino Vetrugno
© Riproduzione riservata

 

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[1] Relazione di Paolo Agostino Vetrugno al seminario di venerdì 17 marzo 2023, tenutosi nella Sala Teatro dell’ex Convitto Palmieri a Lecce, nel decimo anniversario della scomparsa di Gino Pisanò (1947-2013), filologo, poeta, letterato e storico salentino. L’iniziativa è stata promossa dalla Società di Storia Patria di Lecce.