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Arte contemporanea - 06 Mar 2022

Il “Dolore delle foglie” nelle pitture non pitture di Romano Sambati

Mostra fino al 5 giugno nelle sale del Castello di Carlo V di Lecce


Spazio Aperto Salento

«Veder cadere le foglie mi lacera dentro… soprattutto se passano dei bimbi, soprattutto se il cielo è sereno, soprattutto se il cuore, quel giorno, non mi fa male» ha scritto Nazim Hikmet. La caducità della vita, la fragilità dell’uomo simile alle foglie che, scosse dagli urti, si staccano dai rami e, «incapaci di riconoscere gli spazi e misurarne le distanze» – come scritto da Carlo Michele Schirinzi – malinconiche cadono al suolo. È questa la tematica su cui si focalizza e si articola la mostra “Dolore delle foglie” di Romano Sambati.

La personale, ideata da Carlo Michele Schirinzi e curata da Roberto Lacarbonara, prodotta da Comune di Lecce, Assessorato alla Cultura, Associazione culturale Kunstschau e RTI Theutra Oasimed, ripercorre questa indagine mai conclusa, attraverso trenta opere che si snodano dai primi anni Ottanta, fino alle ricerche elaborate in questi ultimi due anni. Invero le opere dei decenni precedenti appaiono integrare e correlarsi tematicamente alla produzione più recente, senza stridere.

Salentino, classe 1938, Romano Sambati si forma all’Istituto d’Arte di Lecce e poi come scultore all’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove ha l’occasione di lavorare con i maestri Emilio Greco e Augusto Perez. Terminati gli studi si cimenta, anche per necessità di natura economica, con la pittura, un approccio che ha definito, data la sua precedente formazione, quasi “da dilettante”. Rientrato a Lecce, affianca alla sua carriera artistica l’attività di docente e lavora al progressivo annullamento del confine pittura-scultura, fino a giungere alla smaterializzazione del dato figurativo facendo, delle pitture non pitture, così come le ha definite la critica, la propria cifra stilistica distintiva.

Fil rouge della sua produzione, le riflessioni sulla natura e sulla temporaneità dell’esistenza stessa, ispirano le opere degli anni Ottanta, che traducono in forma pittorica il pensiero di Lucrezio e del De Rerum Natura. In particolare, la sfera che guarda al mondo dell’infanzia, si rivela necessaria per la poetica di quegli anni. «Nel Museo Archeologico di Atene – racconta l’artista in un simpatico aneddoto ripreso nel catalogo della mostra – vidi i bambini delle elementari intenti a disegnare il loro passato. Rimasi profondamente colpito dai loro disegni».

Sambati riconosce l’importanza di «tornare bambini senza esserlo», recupera dagli asili svariati disegni, da cui attinge per potersi confrontare con una rappresentazione anticonvenzionale, imprevedibile, magica l’ha definita qualcuno, della realtà. Particolarmente stimolante – come leggiamo nel testo critico del curatore – è lo schizzo di un albero secco, semi spoglio, le cui ultime foglie stanno lentamente cadendo al suolo. La fine di queste foglie determina l’inizio di una lunga riflessione che l’artista riprende e rielabora in tutti i suoi lavori.

L’opera De Rerum Natura, La conoscenza, del 1982, ripropone l’albero soggetto, che per un naturale quanto avvilente processo biologico, perde tutte le sue foglie. Il visitatore, incontra la natura “matrigna” di cui parlavano i poeti romantici, crudele, manifesta la propria forza, è la legge della terra o più in senso lato la legge della vita a cui nessun essere vivente può sfuggire, neanche l’uomo. La medesima natura “matrigna” si è manifestata inesorabile anche negli affetti personali dell’artista salentino.

Il rifiuto della fine, la ribellione psichica al lutto, la paura di sbiadire lentamente, fino ad essere spazzati via dalla memoria, non deve, tuttavia, indurci allo svilimento della bellezza a causa della sua limitazione temporale. Una fugacità a cui la natura sembrerebbe in parte essere esentata, sempre pronta a rifiorire con i primi raggi di sole, in un ritorno che «in rapporto alla durata della nostra vita, lo si può definire un ritorno eterno», per utilizzare le parole di Freud.

Proseguendo, negli spazi successivi, grandi ombre nere dalle superfici impregnate di colore, catturano l’attenzione. Si tratta di un lavoro estremamente complesso, che in parte è possibile comprendere grazie al film “Eclissi senza cielo”, un omaggio a Romano Sambati realizzato nel 2016 da Carlo Michele Schirinzi e proiettato per l’occasione, nell’ultima sala allestita.

Sono opere «svolte metaforicamente al buio», ha chiarito l’artista salentino; grandi distese di acrilico nero dalle diverse intensità, su cui applica un foglio di carta velina, è da questa oscurità che intraprende una ricerca di luce. Quasi un archeologo, si è definito, che lentamente spoglia la tela, procede per sottrazioni, elude la pittura e, con un fare quasi nostalgico, scava nei ricordi, intento a «raschiare come se, per caso, qualche ombra di luce non fosse invece intessuta dentro lo spessore della superficie», ha scritto di lui Lorenzo Mango.

A questo buio si contrappongono opere dai colori caldi e rosati, il modus operandi è il medesimo, la figura lentamente si dissolve, quasi ai limiti dell’invisibile. Piccoli cretti, inserimenti organici, foglie, stese di terra rossastra, frammenti di carta colorata sono fissati in un tempo sospeso, come frammenti di memoria recuperata che rispondono al forte bisogno di eternità.

Un novero di opere prive di didascalie presenta una serie di disegni dai tratti essenziali, quasi timidi e l’immancabile elemento materico che campeggia nel vuoto del supporto bianco. Uno strappo orizzontale divide la superfice cartacea, assistiamo al momento dell’interruzione, la vita che si spezza, il tempo che volge al termine «il foglio per disegnare, come una foglia che, spinta dal vento, trovando un ostacolo si lacera», ha spiegato Sambati.

In questa continua ricerca, Sambati decide di avvalersi di più forme espressive e riporta sulle opere la frase-titolo della mostra “Dolore delle foglie”, scritte sottosopra, con un tratto tremolante e incerto, le parole non sono un “capriccio d’artista”, ma hanno un legame profondo, quasi personale con il testo di Rainer Maria Rilke. Recuperando proprio una sua espressione, possiamo concludere che l’orientamento della scrittura lascia presagire «l’emozione che quasi ci sgomenta/di quando una cosa felice cade».

La mostra, visitabile fino al 5 giugno 2022 nelle sale del Castello di Carlo V di Lecce, è documentata dal catalogo edito da Flavia Editore, contenente testi di Roberto Lacarbonara e Carlo Michele Schirinzi.

Alessia Brescia
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Foto in alto: L’allestimento di Dolore delle foglie nelle sale del Castello di Carlo V di Lecce

 

R. Sambati, Dolore delle foglie, 2021, tecnica mista, 94×94

R. Sambati, Dolore delle foglie, 2021, tecnica mista, 95×95.