Salento - 09 Dic 2020

Il paesaggio salentino nella narrativa di Rina Durante


Spazio Aperto Salento

Nell’opera narrativa fondamentale di Luigi Corvaglia, “Finibusterre”, che la Durante sicuramente aveva letto ed apprezzato, perché aveva frequentato l’autore in casa Comi, il Salento è definito ripetutamente e quasi ossessivamente con il termine “squallido”. Un aggettivo qualificativo che attribuisce una qualità, assegna un valore, esprime un giudizio, marca l’identità del territorio secondo l’ottica e l’animo dell’autore. In effetti quel paesaggio salentino vergato in ogni pagina dalla penna del Corvaglia si presenta grigio, brullo, ventoso, roccioso e desolato, in quanto esso era il corrispettivo figurativo della temperie morale ed emotiva nella quale Corvaglia aveva calato i suoi personaggi. Spesso caricati di valenze espressionistiche.

Nel romanzo della Durante, “La malapianta”, quasi per una sotterranea filiazione spirituale, non ci si discosta molto dalla medesima figurazione, i personaggi sono dominati pressoché dalla stessa atavica desolazione, condannati alla stessa solitudine e ridotti alla stessa condizione esistenziale di reciproca incomunicabilità. Elementi psicologici che molto difficilmente si potranno ricondurre alla mera delimitazione sociale dei protagonisti della vicenda, perché anche ne “La malapianta” quei dati vanno oltre la caratterizzazione localistica ed assumono valore ontologico, investono il destino universale degli uomini, diventano categoria dello spirito. Lo spirito contadino di un Salento arido e avaro, come risultava da una visione antropologica che ne ha fissato l’immagine nel corso dei secoli, fino alla svolta epocale segnata dal “miracolo economico” del secondo dopoguerra.

Il paesaggio salentino della Durante, però, a differenza di quello del Corvaglia, stempera le sue asperità in connotazioni più distese, più riposate, più liricamente rivissute, che a volte si colorano di tinte nostalgiche, di sfumature accorate, fino a rischiare di sfociare talvolta nella oleografia. Probabilmente su di lei avranno influito, oltre che le sue personali inclinazioni e la sua personale sensibilità, anche le interpretazioni paesaggistiche che del Salento avevano fornito i suoi amici intellettuali ed artisti della Lecce dei suoi tempi, degli anni 40 e 50 del secolo scorso. A incominciare dal Bodini, per poi proseguire con il suo grande amico Vittorio Pagano, con Enzo Panareo, Giovanni Bernardini, e poi con i pittori Vincenzo Ciardo, Geremia Re, Enzo Sozzo, Nino Della Notte, ecc., per i quali il Salento si svincola dalla desolata raffigurazione del Corvaglia per ricomporsi in termini più poetici e più lirici, quasi per una riscoperta che ne valorizza le arcaiche e perenni caratterizzazioni paesaggistiche. Non a caso a questo Salento da riscoprire e da amare, con i suoi ulivi, i suoi vigneti, i paesi ricolmi di forme e architetture irripetibili, le case da cui gli uomini escono “come numeri dalla faccia di un dado”, il suo barocco, la sua Grecìa, i dolmen, i menhir, il grico, le repute, la pizzica-pizzica, ecc., cioè quel Salento che si è poi sfrangiato nelle amplificazioni delle mille raffigurazioni accattivanti delle guide turistiche e degli eventi musicali, la Durante ha poi progressivamente dedicato tanta parte della sua attività culturale, dei suoi interessi, della sua produzione letteraria, dei suoi interventi giornalistici.

Ne “La malapianta”, romanzo pubblicato nel 1964, se ne avverte l’anticipazione. Che però rimane ancora in bilico tra le suggestioni desolate del Corvaglia, le esigenze di consonanza con i sentimenti dei suoi protagonisti, e il richiamo fascinoso delle suggestioni paesaggistiche. A questo si deve aggiungere la particolare abilità della nostra scrittrice di trattare la materia paesaggistica con tocchi rapidi ed essenziali, tracciati sulla pagina con tecnica impressionistica, basata su pochi accenni, poche linee, scarna aggettivazione, qualche colore, l’aggiunta di un profumo, l’evocazione di un ricordo. Tecnica della quale, a nostro avviso, la Durante è tributaria del Bodini, grande paesaggista e appassionato cultore delle forme del Salento.

Di seguito se ne fornisce una rassegna significativa, rivelatrice delle preferenze e delle tendenze nutrite dall’autrice nei confronti del paesaggio salentino.

C’era un’aria di sonno sotto gli aranci, la terra bolliva sotto i piedi, i muretti franavano crepitando alla minima spinta (p. 7).

Rapido schizzo nel quale si possono riconoscere anche vaghe reminiscenze montaliane del “Meriggiare pallido e assorto”.

Alla parete un enorme Cuore di Gesù ravvivava col suo rosso violento la luce gialla che veniva dal pavimento (p. 8).

Dove invece la suggestione sembra attinta dalle descrizioni degli interni del “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi.

I raccoglitori partivano coi cesti sotto il braccio, da cui sporgeva il collo della bottiglia dell’acqua e persino del vino, e qualche donna accennava un ritornello che di lì a poco sarebbe esploso vibrante e argentino sotto gli ulivi (p. 11)

Si stava bene seduti sulla loggia, sentendo sotto i piedi nudi la pietra ancora calda. C’era nell’aria il rosmarino e l’odore del fumo spento dei camini, e saliva dalla strada il sentore dolciastro e pesante dei fichi secchi (p. 14).

In questo passo, nelle sensazioni olfattive e nel languore sensoriale del tramonto, si avvertono distintamente gli echi e le suggestioni della poesia di Bodini:

                                                                          Cade a pezzi a quest’ora sulle terre del Sud
                                                                          un tramonto da bestia macellata.
                                                                          L’aria è piena di sangue,
                                                                          e gli ulivi, e le foglie del tabacco,
                                                                          e ancora non s’accende un lume.
                                                                          (…) Le bambine negli orti
                                                                          ad ogni grido aggiungono una foglia
                                                                          alla luna e al basilico .

Echi bodiniani si avvertono anche nelle ardite metafore dello scirocco che si strofina contro i rami, e del brusio del sole nella chioma degli alberi, come nel passo seguente:

Nei lunghi pomeriggi estivi, Maria e Giulia andavano a stendersi sotto gli alberi delle serre. Si udiva lo scirocco strofinarsi contro i rami, e rotolare i sassi e le foglie secche. Si stendevano sulla crosta dei campi duri di sole e sentivano sotto la pelle le stoppie pungenti e cedevoli. Il sole era forte, alto e lontano, se ne udiva il brusio dentro la chioma degli alberi che gettavano un’ombra confusa sui loro corpi (p. 21).

Mentre in quest’altro brano paesaggio e stato d’animo si fondono armonicamente, creando una suggestione tangibilmente pregnante:

Un giorno il vento sollevava la paglia, portava odore di stoppie bruciate. Giulia stava dietro un albero di gelso a pensare (p. 23).

C’era da percorrere un breve sentiero attraverso i campi di grano, con le siepi di mortella e di more ai lati. In lontananza la terra rivoltata il giorno prima luccicava sotto i raggi del sole ancora bassi, e saliva una nebbia tenue dalle porche bagnate, e un odore greve di sterco. Gli ulivi brillavano anche essi nella luce rosea, e i tronchi grossi e contorti sembravano sempre sul punto di abbattersi in preda alle convulsioni (p. 32).

Molto bella ed efficace l’immagine degli ulivi che si contorcono come in preda alle convulsioni. Anche questa è una suggestione bodiniana. In altri passi, invece, ci sembra di notare l’evocazione arcaizzante degli ambienti verghiani descritti nelle novelle di “Vita dei campi”, come in questo caso:

Esse cantavano spesso e il loro canto rallegrava i contadini curvi sulle zappe nei campi intorno, anche se avevano l’aria di non notarlo, e continuavano a dare con la zappa, arcigni e impenetrabili (p. 33).

Mentre qualche volta la caratterizzazione diventa un po’ troppo forzata, quasi oleografica e convenzionale:

L’aria era pesante di odori, di fichi spaccati al sole, di pomodori, di menta (p. 46).

Una gazza batté pesantemente le ali, tentando un volo basso tra due chiome di ulivi, e sparì furtiva e goffa nel folto dei rami. La terra sotto gli alberi era patinata di bianco, come di sale, con qualche ciuffo d’erba secca, e qualche gobba di tufo affiorante qua e là a precisare col bianco il suo interno arido squallore (p. 48).

In questo squarcio paesaggistico, invece, si avvertono i riecheggiamenti e le suggestioni di certe desolate descrizioni del paesaggio salentino fatte dal Corvaglia, dove è frequente la cupa connotazione dei luoghi prodotta dal termine squallore e dei suoi derivati, intesi ad evocare quel senso di dissoluzione e disfatta presente in tutto il suo romanzo.

Era una zona per niente brulla, la terra era color cioccolata e l’erba cresceva fin sui muriccioli. C’erano davanti a noi interminabili file di ulivi ben ordinati, che mandavano un profumo leggero e pungente per via della fioritura (p. 51).

Ancora una volta nella descrizione del paesaggio salentino agisce la sinergia tra forme, colori, luce e profumi.

C’erano le gazze a guardarla dal viluppo dei rami, e qualche merlo mandava ogni tanto un grido lamentoso nell’imprevedibile geometria della campagna, desta per vaghi rumori subito inghiottiti dal silenzio. Un freddo gelatinoso le veniva incontro alle ginocchia, e Giulia aveva l’impressione che la campagna avvolta nella nebbia le avrebbe svelato un suo aspetto inedito e sconosciuto. Dai rami grigi dei fichi piovevano gocciole sull’erba (p. 98).

Camponero era tutto un tappeto di foglie secche venute giù dai fichi, d’un marrone ormai troppo intenso e sfatto per non confondersi con la terra (p. 104).

Giulia guardò sfilare le campagne sempre colle stesse gobbe affioranti, biancastre, nella luce illividita dall’alba, e cogli stessi ulivi in preda al delirio, e i muretti di confine snodantisi come grigi serpenti fra i campi bruciati dal vento (p. 112).

La primavera aveva già fatto spuntare il grano, e tutti i campi verdeggiavano. La rosa vicino al muretto era già tutta piena di foglie (p. 136).

Suggestioni e riecheggiamenti non solo del Bodini poeta, ma anche del Bodini prosatore ci sembra di cogliere in questo schizzo, che richiama alla mente un muretto pieno di colori tratteggiato con tecnica impressionistica nel racconto “Il sei-dita”:

Sull’altro lato della strada, da un muretto di pietra più basso s’affacciano pale di fichi d’India, e quand’è la stagione i fiori rossi dei melograni.

In conclusione, il Salento che esce dalle pagine de “La malapianta” non è affatto esornativo, non è convenzionale né oleografico. Da esso, ad esempio, è stato rigorosamente espunto sia il topos fin troppo abusato della pizzica-pizzica sia quello del tarantolismo; tentazione, quest’ultima, cui non aveva saputo resistere neanche il sobrio e arcigno Corvaglia. Il Salento della Durante non è connotato geograficamente nei suoi tratti distintivi, ed è poco riconoscibile nei suoi elementi più tradizionalmente accattivanti, come il barocco, nonostante le occasioni per parlarne non siano mancate nel romanzo, come nella sequenza in cui Giulia si reca in corriera a Lecce per trovare suo padre rinchiuso nei Bobò.

Il fatto è che alla Durante il paesaggio, pur delineato nelle sue forme essenziali e reali, serviva soprattutto come sfondo simbolico della vicenda narrata, come corrispettivo oggettivo dei sommovimenti psicologici dei personaggi, dei loro umori tormentati, della loro esistenza bloccata e senza speranze. È il Salento delle solitudini e dei silenzi, dell’indifferenza e della distanza tra gli individui, sgradito contraltare di una vita amara, imposta da un atavico e ineludibile destino.

Antonio Scandone