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Soldati in trincea - 05 Gen 2022

Le festività natalizie al tempo della Grande Guerra

Impressioni, pensieri e sentimenti dei soldati al fronte e delle loro famiglie


Spazio Aperto Salento

Le festività natalizie che visse l’Italia (e non solo), negli anni compresi tra il 1915 e il 1918, poco avevano a che fare con quelle vissute ai giorni nostri e di cui è difficile poter immaginare le condizioni sia della popolazione civile che dei soldati impegnati al fronte. Spesso si parla della “Tregua di Natale”, pensando che abbia riguardato anche l’Esercito Italiano, ma non fu così, in quanto l’evento o la serie di eventi (perché pare che da più parte gli esercizi deposero spontaneamente le armi) accaddero nel 1914 tra l’Esercito Inglese e l’Esercito Tedesco, nelle campagne di Ypres, le stesse terre dove di lì a poco, si sarebbero consumate terribili battaglie e dove fu usato per la prima volta lo spaventoso gas che da quelle terre prese il nome, l’Iprite.

Anche nella memorialistica degli italiani è possibile ritrovare testimonianze di eventi che, seppure non possano essere considerati di vera tregua, furono parentesi in cui si vissero attimi di umanità, come ad esempio quello narrato nel diario di Antonio Rotunno, di Padula (Sa), soldato del 266° fanteria Brigata Lecce:

«Ad un tratto, quando l’ora della notte è già inoltrata e quando tutti noi siamo seduti accanto al focolare su cui divampa vivida e grande una fiamma che benevolmente ci riscalda e ci illumina, ecco che tra il cupo e fitto silenzio giunge fino a noi l’allegro schiamazzare dei nostri nemici austriaci. Costoro, avendo trasformato le loro trincee in luoghi di divertimento, con chitarre, violini, mandolini, flauti e tamburi fanno un chiasso da baccanale, divertendosi a più non posso, come se si trovassero nelle proprie famiglie o nel proprio paese e non nel luogo terribile e pericoloso in cui si trovano. Si divertono, si divertono come se la guerra fosse già finita da un lungo periodo di tempo. Il loro divertimento, il loro strepito giunge sempre più distinto, sempre più preciso fino a noi, tanto che incuriositi usciamo dai nostri covi e, fermatici alle falde dell’argine di S. Andrea di Barbarano, assistiamo alla scena che i nostri nemici austriaci svolgono tra la più matta e la più sfrenata allegria nelle loro trincee, in questa notte memoranda e solenne del S. Natale dell’anno 1917. […] Essi ci dicono: – O buoni italiani, lasciateci divertire tranquillamente in questa sera della vigilia di Natale! Non tirate! Non tirate alla nostra volta! Vedete? Anche le nostre batterie non tirano mica e da parecchie ore sono diventate mute! Divertitevi anche voi e buona notte!

E come per incanto, su tutta l’estensione del fronte del Piave sembra che regni la calma ed il silenzio, come se la guerra fosse cessata da lungo tempo o come se le trincee fossero vuotate o disertate dai due eserciti combattenti».

Per raccontare quali potessero essere le condizioni, i pensieri, le emozioni vissute in guerra, nei giorni delle festività natalizie, il modo migliore è quello di fare ricorso ancora alle parole di chi vi si trovò in prima persona. Il primo da citare è sicuramente Paolo Monelli, che in “Le scarpe al sole” per il Natale 1915, il suo primo Natale al fronte, a distanza di circa 2 mesi dal suo arrivo visse la sua prima azione d’attacco, e scrisse:

«Stavolta si fiuta un’azione nell’aria. […] Gli occhi luccicano, l’impazienza apre un vuoto nel corpo. Garbari dice: “Panarotta”, la montagna che ruzzola ogni sera le sue cannonate sulla valle. Ed ecco, sono venute le istruzioni del capitano. Poi, a mezzanotte, partenza. Nel paese immerso nella chiarità lunare il groviglio, l’affaccendarsi dei conducenti, dei muli, dei soldati, casse di cottura e casse di cartucce. Battere di chiodi sul gelo. Pallore di stelle. E cammino come assorto per le strade lunari, pensando con ritegno alla dolce casa lontana, alla felicità di raccontare nel futuro le gesta che vivo. […] Stanotte attaccheremo una posizione che non abbiamo mai veduta, a cui dovremo giungere per un intrico sconosciuto di boschi. Si cerca di orientarsi sulla carta topografica, ma – ci avverte benigno un collega d’un reparto di fanteria che è lì e conosce bene il posto (e allora perché non ci vanno loro a prenderlo) – la carta ha più errori che segni. Mah. Speriamo nel fiuto e non critichiamo al primo combattimento i superiori. […] Innanzi mezzanotte è nata la luna. Il bosco fitto nel quale marciamo cauti (il cricchiolìo sul gelo è moltiplicato nell’ansia) s’anima romanticamente di ombre e di luci soavi. Pigrizia d’un letto in una camera lontana, essere una chiocciola per rannicchiarsi nella casa seguace e dormire… E poi che fame, e che freddo. Ta-pun. Allarme. Gelo improvviso, cuore che si smaglia. La prima fucilata di guerra: l’avvertimento che la macchina è in moto e ti ha preso dentro inesorabilmente. Ci sei, non ne uscirai più».

Qualche giorno dopo, per Capodanno 1916, Monelli scriveva: «[…] Andiamo a cercare il ferito che ieri la pattuglia di Porro ha dovuto abbandonare: una scarica improvvisa del nemico in imboscata, due morti subito, un altro con la gamba rotta. I tre rimasti sani ridotti a cavarsela alla meglio».

A distanza di un anno di permanenza al fronte, l’atteggiamento a tratti entusiasta dei primi tempi, in cui Monelli attendeva il momento di raccontare le gesta eroiche, è cambiato e a Natale del 1916, scriveva:

«Per farci perdonare le bestemmie, abbiamo costruita al cappellano una chiesetta fra gli abeti, il tetto con lo sgrondo ricamato, e sull’altare in quadro i nomi dei nostri morti. Ma la messa di Natale l’ha detta sotto la cima, mentre nevicava un poco e la nebbia ci copriva dai cecchini. […] Tutto era così lontano, infinitamente lontano, la patria, la famiglia, gli amici, tutti li sentivamo assenti troppo dal nostro cuore intirizzito, che oggi non ci crede più. Preghiamo il buon Dio che ci difenda, che faccia di rimandarci a casa sani visto che siamo in fondo bravi ragazzi, e se proprio non è possibile, ci dia la buona morte di Morandi e di Monegat che non hanno avuto agonia».

Il 20 dicembre del 1917, Monelli, prigioniero, giunse al castello di Salisburgo e di quei giorni scrisse: «Truce caserma con muraglioni a picco sulla vetta di un colle scosceso; senza sole, rabbrividendo dal freddo per le sale vuote. Dalla nebbia e dalla neve venta su di noi, con l’inverno boreale un accoramento di ricordi nella ricorrenza tradizionale del Natale. Ma nel ritmo della noia esasperata dalla fame nessuna dolcezza batte alle porte dell’anima chiusa nel suo rancore».

Alla voce di un laico, arruolatosi volontario, che nel corso del tempo, vede trasformarsi l’entusiasmo per l’eroica impresa della guerra a cui anche lui ha aderito, in una cronaca disillusa degli orrori e dei patimenti vissuti, fanno eco le parole che Don Natalizio Mele, Cappellano Militare del 221° Reggimento Fanteria (Brigata Ionio), che di fronte alle atrocità del fronte, sente vacillare la propria fede e invoca l’aiuto del Signore. Don Natalizio Mele, nacque a Veglie (Le) il 25 dicembre 1887 e al termine della guerra vi fece ritorno per esservi nominato parroco nel 1922.

Don Natalizio di ritorno da una licenza, il 24 dicembre 1916, si trova sul fronte isontino e scrive nel suo diario: «Mai come oggi, vigilia di Natale, per me doppiamente festa, ho compreso ed ho provato quanto valga la tranquillità familiare. E sono tanti coloro, che disseminati per la immensità del fronte, sia nelle trincee che nelle retrovie, oggi solo, in guerra, comprendono che cosa sia veramente la famiglia, come per l’uomo sia veramente essa il nido della felicità. […] Oh per il soldato in guerra non dovrebbero venire mai simili feste: la nostalgia opprime i cuori. […] Dagli ufficiali che mi circondano il mio pensiero vola ai loro soldati, ai soldati degli altri battaglioni che sono in prima linea, che passano la Santa Notte di pace celeste e di dolcezza divina accovacciati nelle trincee, tremanti dal freddo, sotto l’incubo delle bombarde nemiche… E da quei poveri soldati il mio pensiero vola ancor più lontano: ai miei di famiglia… Ancor più lontano: a ventinove anni fa, quand’io nascevo. Volentieri tornerei bambino, ma per rimaner bambino ed ignorare così la passione umana e le sventure della sua vita. Perché nascere se si deve patire tanto, se si deve passare i migliori anni qui, al fronte, in trincea sotto l’opprimente rombo del cannone, e il crepitio irritante della mitragliatrice e del fucile? Ma a guerra finita, se non morremo sul campo, sarem tutti più vecchi, vecchi a ventidue anni, a 25, a 30 anni. Ma io dissi d’amarvi, esclama con tono di rimprovero e di rimpianto il Signore, io dissi d’amarvi… O mio Signore, è vero, pur troppo vero che l’iniquità umana ha voluto la guerra, che soffriamo e muoriamo giustamente: ma dateci la Vostra misericordia, il Vostro Cuore divino, che si commosse dinanzi ad ogni sventura umana può rimanere indifferente dinanzi a tanta rovina? Almeno rinvigoriteci, fortificateci la fede, affinché prostrati dinanzi a Voi, possiamo adorare i vostri giusti e santi giudizi».

In totale i soldati salentini dispersi, caduti in battaglia, deceduti negli ospedali o in prigionia, nei giorni compresi tra il 23 dicembre 1915 e il 6 gennaio di ognuno degli anni 1915, 1916, 1917 e 1918, furono 268: 46 nel 1915, 47 nel 1916, 95 nel 1917 e può sembrare paradossale nel 1918, a guerra finita, furono 80.

Ai 268 soldati caduti, corrispondevano altrettante famiglie, composte da un numero imprecisato di parenti, che in quei giorni avevano perso i loro cari e un numero ancora maggiore, assolutamente impossibile da calcolare, che vivevano il dolore dell’assenza dei loro mariti, dei loro figli, fratelli, padri, le preoccupazioni per la mancanza di notizie, la fatica di riuscire a mettere insieme il minimo per dare una parvenza di festa o addirittura per sfamarsi, una festa di Natale, una festa di Capodanno, una Epifania che tutto poteva essere tranne che una festa!

Luisa Mogavero
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In alto: cartolina …E là, nella trincea vigile ed ospitale, inneggia alla vittoria il soldato italiano nel giorno di Natale (Fonte: Museo Centrale del Risorgimento)