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Reportage - 25 Nov 2021

Le meraviglie del Castello di Gallipoli

La fondazione dell'antico maniero risale al periodo romano. Ampliato e ristrutturato nel tempo, fra i secoli XV e XVI vennero realizzati il Rivellino e il fossato col ponte levatoio in legno. Rilanciato nel 2014 con gli eventi dell’agenzia Orione di Maglie ed il sostegno di Comune e Regione

 

 


Spazio Aperto Salento

A Gallipoli non accontentatevi di ammirare il suo possente Castello solo dall’esterno. Non fate come noi, che per quanto curiosi viaggiatori, in più di mezzo secolo non siamo mai andati oltre. Senza tema, entrate appena potete e non lasciatevi trarre in inganno dalla struttura, posticcia, del fu Mercato ittico, che precede l’ingresso sul quale sono incise due date (1132 e 1320), che da sole già ne sottolineano l’antichità. Aldilà troverete vere e proprie meraviglie, che assieme alle altre innumerevoli bellezze cittadine (due per tutte: la Cattedrale di Sant’Agata e la chiesa di Santa Maria della Purità), hanno fatto sì che Kalé Polis, la Città Bella, sia stata inserita nella “Tentative Lists” dell’Unesco, per il riconoscimento  di sito Patrimonio dell’Umanità.

LE PRIME SORPRESE

Un varco privo di porta ci presenta, in un ambiente di piccole dimensioni, un balcone dipinto di bianco, che un’indicazione ci rivela essere il “matroneo”. Non è quello, sontuoso, della navata centrale di Notre-Dame a Parigi, ma il suo fascino è innegabile. Balcone o tribuna, come è facile intuire, “matroneo” ha a che fare con le matrone romane; ed effettivamente, anche in epoche successive alla Romana, era destinato ad accogliere proprio le donne. Poco oltre, da un muro scrostato, fa capolino una capovolta testa d’uomo barbuto. Sembra lì sospesa in attesa di svelare il resto del corpo. Un’altra indicazione conferma la nostra pur semplice intuizione, con l’aggiunta, che per liberare l’intero affresco che sicuramente si cela sotto lo strato di malta, sono necessari fondi che oggi non ci sono, ma che qualche mecenate, pubblico o privato che sia, potrebbe mettere a disposizione per una causa a dir poco nobile.

In verità, nel Castello di Gallipoli, i denari sono necessari anche per altri interventi di restauro. Basta, infatti, guardarsi attorno, per capire che il Maniero ne ha davvero bisogno, così da porsi, giusto in tema di restauri, al passo, per esempio, con l’aragonese di Otranto ed il cinquecentesco Carlo V di Lecce. In attesa del miracolo, grazie alle informazioni che leggiamo su alcuni pannelli, ma soprattutto alle parole degli attori che in video parlano per conto di due illustri personaggi della fortezza, Francesco di Giorgio Martini (Siena, 1439-1502) e Jakob Philipp Hackert (Prenzlau 1737, Firenze 1807), ci impossessiamo dei capisaldi della sua storia, nonché della presenza, fra il “matroneo” e l’affresco non ancora del tutto svelato, dell’Arco Tudor: una struttura ad arco, appunto, nell’originale stile inglese dell’omonima Dinastia di regnanti.

QUALCHE CENNO STORICO

La leggenda vuole che il Castello di Gallipoli si debba addirittura ad una vendetta di Afrodite. Indispettita per gli effetti di una guerra condotta da un Principe Greco, la dea dell’amore e della bellezza, causò la morte della sua amata, e per conservarne il ricordo, il Nobiluomo collocò le prime pietre della Fortezza. E tanto per restare in tema di Grecia, di Gallipoli, che nell’antichità aveva nome Anxa di origine cretese-messapica, nella sua “Guerra del Peloponneso”, parla anche lo storico Tucidite, allorché riferisce di una flotta ateniese diretta a Siracusa, traverso le Isole Cheradi, che quasi certamente dovrebbero essere la stessa città-isola di Gallipoli, nel frattempo diventata la greca Kalé Polis, l’isola di Sant’Andrea e gli isolotti Piccioni e Campo.

La storia invece ci dice, che destinato ad ospitare gli alloggi dei Legionari, venne eretto dai Romani almeno due secoli prima di Cristo. Nel V secolo venne seriamente danneggiato dai Goti prima e dai Vandali dopo, per essere completamente ricostruito dai Bizantini, ante l’occupazione, da parte dei Normanni, poco dopo l’Anno Mille. L’antica base quadrangolare, si deve agli Angiolini, che con ulteriori aggiustamenti, intervennero attorno al 1300. Tuttavia, per le modifiche più importanti, sempre con la Dinastia angioina e successivamente con gli Aragonesi, bisognerà attendere i secoli XV e XVI, quando il recinto  divenne poligonale e vennero realizzati il Rivellino, il fossato col ponte levatoio in legno, che oggi è in muratura, e poi anche il seicentesco ponte, un tempo canale navigabile, che collega la città moderna al borgo antico che – va detto – sorge su un’isola calcarea.

Di questo e di altro ancora, ci informano i due personaggi di cui s’è detto. Il primo, è l’architetto, ingegnere e pittore senese incaricato dall’imperatore Carlo V, di adeguare, nel Cinquecento, la Fortezza alle nuove esigenze di difesa dettate dall’uso dei cannoni, a cominciare proprio  dalla costruzione dell’avamposto oggi conosciuto come Rivellino.

Il secondo, è invece il tedesco paesaggista pittore di Corte di re Ferdinando IV di Borbone, autore della più celebre illustrazione del porto di Gallipoli, datata 1890 e conservata nel Museo della Reggia di Caserta.

LE ALTRE BELLEZZE

Leggiadra, a dispetto del ruolo consegnatole dalla storia, grazie al sole che la illumina durante quasi tutti i giorni dell’anno, ma anche per i sobri edifici che su di essa affacciano, è la Piazza d’Armi, nella quale sbuchiamo dopo aver ammirato il “matroneo”, l’affiorante affresco e l’Arco Tudor. Dove andare coincide col classico imbarazzo della scelta. Come per rimandare la scoperta delle bellezze che ci attendono, saliamo la prima scala che ci viene incontro, ed alla sommità, per la prima volta abbiamo il privilegio di godere, da un’altezza non trascurabile, la veduta della città vecchia. Da una parte il Seno del Canneto con la chiesa cara ai pescatori e l’elegante Fontana Greca del III secolo a. C., la più antica d’Italia, dall’altra, dopo un fugace sguardo al contestato Grattacielo di quattordici piani, baluardo della città nuova, costruito dall’imprenditore Otello Torsello negli Anni Sessanta-Settanta laddove c’era la colonna romana che segnava la fine della Strada Traiana, il porto commerciale, con in primo piano le paranze per le battute di pesca nel Mare Jonio.

STANZE COME GROTTE

Non erano certamente paranze,  quelle che nei secoli a noi più vicini, determinarono la ricchezza di Gallipoli, che lo storico locale Ettore Vernole nato nel 1877, autore della monumentale opera “Il Castello di Gallipoli”, definisce “il più grande emporio di Puglia”. Sulla Piazza d’Armi, sono gli ingressi di numerosi ambienti, dietro i quali s’aprono stanze che paiono caverne. In una, in video, un’attrice impersona la zarina di Russia, Caterina II (Stettino 1729, San Pietroburgo 1796), che con la sostanza della ricchezza di cui diremo, alimentava nell’allora capitale San Pietroburgo, lampadari e lucerne. Hanno volte a botte ed a crociera, queste stanze-caverna, che negli ultimi cinquecento anni di storia, contarono ben 91 castellani, ed in alcuni casi sono collegate a misteriosi cunicoli e camminamenti, nei quali trovarono rifugio, fra gli altri, Corradino di Svevia nel 1268, Filippo e Roberto D’Angiò, fra il 1306 ed il 1327, la Regina di Napoli, Giovanna II, nel 1414, Ferdinando I nel 1463 ed Isabella d’Aragona nel 1495.

In una ipogea, su pannelli informativi ed audio, è proprio la storia della sopracitata ricchezza. È la storia dell’olio lampante, di cui la Città Bella fu prima produttrice europea. Il suo olio correva veloce sulle onde del Mediterraneo ed anche oltre, e serviva per illuminare i lampioni delle grandi Capitali continentali, da Madrid a Parigi, da Amsterdam a Londra, la cui Borsa Valori, stabiliva il prezzo dell’importante risorsa, contandolo proprio sulla base delle quotazioni gallipoline. Grazie al commercio dell’olio lampante, che serviva anche per la lavorazione della lana e del sapone, a Gallipoli crocevia di culture, convivevano in pace ed agiatezza, mercanti, pescatori, contadini, frantoiani, bottai e famiglie nobili e borghesi. In un’altra stanza, sono invece esposte in bella mostra decine di anfore in terracotta, in tutto simili a quelle trasportate dalle navi romane. In un’altra ancora, sulla sommità della quale è il foro che consentiva di comunicare dall’alto in basso e viceversa, ma anche la fuoriuscita dei fumi delle polveri da sparo, sono esposte, in accorta forma geometrica, centinaia di piccole lucerne, anch’esse in terracotta.

Ma il vero gioiello della carrellata di suggestive bellezze offerte dal Castello, è la Sala Ennagonale. Unica nel suo genere, oltre alle ciclopiche dimensioni (venti metri di diametro per dieci di altezza) ed alla maestosa volta a forma di calotta, presenta appunto nove lati, impostati su mura larghe cinque ed anche sei metri, che assieme ai Bastioni angolari ed al Grande Fossato riempito solo dopo l’Unità d’Italia, fra il 1870 ed il 1879, facevano di Gallipoli una città praticamente inattaccabile. Con l’unica eccezione, nel 1484, dell’assalto dei marinai della Serenissima, la cui conquista, per altro brevissima, è immortalata in un superbo dipinto del Tintoretto (Venezia 1518-1594) conservato nel Museo del Palazzo Ducale di Venezia.

LA SVOLTA DI ORIONE

Chiuso per molti, troppi anni, oppure destinato ad altri usi (deposito di sali e tabacchi, Dogana, Mercato ittico, Comando della Guardia di finanza), il Castello angioino di Gallipoli, che qualche storico indica addirittura come luogo di nascita del grande pittore spagnolo Jusepe de Ribera detto Spagnoletto (1591-1652), è tornato fruibile solo nel 2014. La coraggiosa svolta si deve all’agenzia di comunicazione “Orione” di Maglie, vincitrice dell’apposito bando comunale, ed in particolare al suo coordinatore generale, Luigi Orione, ed alla direttrice artistica, architetto Raffaela Zizzari. Apportati i primi, indispensabili lavori di sistemazione, in attesa dell’auspicato ed integrale restauro, col sostegno di Regione Puglia e Comune di Gallipoli, hanno organizzato mostre, incontri, dibattiti ed altri eventi, che hanno riportato in vita l’antica struttura circondata dal mare, il cui stato di abbandono era stato messo in grande evidenza solo un anno prima, dal docente di archeologia cristiana e medievale dell’Università del Salento, l’inglese Innamorato dell’Italia, Paul Arthur. A tali attività, hanno unito le visite, che hanno consentito a migliaia di turisti locali e non, di godere finalmente delle bellezze del Maniero.

Toti Bellone
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Foto in alto: Gallipoli, il Rivellino

 

L’ingresso dell’antico Maniero

Uno dei possenti bastioni

Il “matroneo” del Castello gallipolino

L’affresco con la testa capovolta

Una veduta notturna della Piazza d’Armi

La stanza-caverna delle lucerne

Via mare si trasportava il “prezioso” olio lampante

La suggestiva Sala Ennagonale, unica nel suo genere

Uno dei camminamenti dell’antica Fortezza