Rubrica - 05 Apr 2026

Le ricette dello chef Mimino Simmini | 6

“Lu brodu te palummu”


Spazio Aperto Salento

 

“Lu brodu te palummu”

 

Un piatto che affonda le radici nella notte dei tempi, appartenente alla memoria più autentica della tradizione salentina, tramandato attraverso quelle che possiamo definire “Memorie storiche”, custodite e raccontate dalle nostre nonne.

Un racconto che merita di essere restituito con “religioso rispetto”, quasi in punta di piedi, non per rivendicarne la paternità, ma per custodirne il significato.

“Lu brodu te palummu”, ovvero brodo di colomba o piccione, rappresenta una cucina fondamentale, nata dalla necessità, ma capace di trasformarsi in gesto di cura e attenzione verso gli altri.

NARRAZIONE

La leggenda racconta che, nei periodi di maggiore ristrettezza economica, le famiglie allevassero animali da cortile come galline, conigli, oche e anche le cosiddette “palumme”.

L’esigenza, dovuta alle necessità, in un tempo in cui la povertà era una condizione diffusa, garantiva comunque alimenti genuini, provenienti da animali allevati in modo naturale e nutriti con ciò che la terra offriva.

Questi animali non erano destinati solo all’alimentazione quotidiana, ma anche a momenti particolari, legati alla vita familiare e comunitaria.

“Lu palummu”, così come la gallina, preferibilmente adulta, come ricorda il detto “gallina vecchia fa buon brodo”, veniva utilizzato per preparare un brodo considerato nutriente, leggero e rigenerante.

Era riservato alle persone ammalate, ma soprattutto alle giovani donne dopo il parto: un gesto di cura silenzioso, quasi rituale.

Secondo i racconti, veniva consumato anche solo nella sua parte liquida oppure accompagnato da una piccola minestra fatta in casa, come i vermicelli.

PREPARAZIONE

Più che una ricetta codificata, si tratta di una preparazione essenziale, costruita su gesti semplici e precisi.

Dopo aver eviscerato e pulito accuratamente “lu palummu”, eliminando ogni residuo di sangue, lo si immerge in acqua fredda e si porta lentamente a ebollizione.

Una volta eliminata la schiuma in superficie, si aggiungono le verdure classiche da brodo: sedano, carota, cipolla e pomodoro.

Un’accortezza trasmessa suggerisce di tostare leggermente la cipolla prima dell’utilizzo: un passaggio che dona al brodo un colore ambrato e un sapore più intenso.

“Questo piatto, semplice e sincero, nato dal bisogno, è rimasto nella memoria come simbolo di una convivialità autentica”.

Mimino Simmini
© Riproduzione riservata

 

Precedenti articoli pubblicati (CLICCA sul titolo per visualizzare la ricetta):

1 – Straccetti di grano saraceno, carciofi, crema di zucchine in fiore, triglie e leggero pesto di rucola

2 – Zuppetta di “triddhri” con coda di pescatrice, frutti di mare, origano di macchia e julienne di porri croccante

3 – Polpettine di polpo ai pistacchi, gazpacho salentino e crema di patate Sieglinde con olive Celline di Nardò

4 – ” Ciciri e tria” (lagane e ceci), antica minestra della tradizione salentina

5 – Ravioli di patate e lampascioni al ragù di capretto e crema di pecorino dolce