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Storia/Tradizioni - 02 Ott 2022

“Lu Schizzu e la Tota”, Giuseppe Petraglione e gli usi nuziali a Salice nel 1900

Un contributo di storia locale dello studioso Gilberto Spagnolo


Spazio Aperto Salento

Ricordare e onorare  personaggi rappresentativi di rilevanti percorsi culturali che hanno lasciato un segno indelebile non solo nei luoghi stessi  della memoria, ma anche del sentimento e dell’affetto, certamente significa contribuire in maniera molto significativa alla conoscenza e alla valorizzazione della ricerca e della stessa dimensione culturale. Ne è un esempio eccellente, l’iniziativa della Società di Storia Patria per la Puglia (sez. di Bari, presidente Pasquale Corsi) che recentemente ha promosso, nella collana “Memorie”, la pubblicazione di un nuovo testo intitolato Giuseppe Petraglione. Scritti Pugliesi (1894 – 1945), a cura di Giuseppe Trincucci, con un Ricordo del nipote Giuseppe Attimonelli Petraglione, prefazione di Pasquale Corsi, introduzione di Giuseppe Trincucci (Bari, Pressup. 2022, pp.371). Il testo è infatti una raccolta di scritti di Giuseppe Petraglione  (alcuni anche dispersi in pubblicazioni difficilmente rintracciabili) dedicati alla Puglia nel senso più ampio del termine, raccolta selezionata ed organizzata da Giuseppe Trincucci, presidente della sezione di Lucera della Società (nella sua introduzione ne delinea anche il profilo come studioso) e che ne testimonia il suo grande e non comune impegno culturale e umano.

Giuseppe Petraglione (Lecce 13 luglio 1872 – Bari 4 giugno 1947), insegnante ed educatore nella scuola di intere generazioni (fece parte anche del Consiglio superiore della Pubblica istruzione  e condusse “memorabili battaglie per lo sviluppo della scuola”) è stato soprattutto un raffinato letterato e ricercatore di notevole valore, perché ha dato un contributo di alto livello scientifico per circa cinquant’anni alla cultura non solo pugliese, ma anche in generale italiana. Insegnante e ricercatore storico, come si rileva dal profilo del Trincucci, fu infatti autore (in particolare e in sintesi) di importanti studi demo-antropologici della sua terra d’origine, il Salento, e come bibliofilo, fu anche molto attento ai problemi relativi alla nascita della stampa nella sua provincia, dibattuti con altri studiosi salentini (come Bernardini e Foscarini). Fondò con Michele Gervasio la rivista Japigia, curando per anni la preziosa rubrica Bollettino Bibliografico dedicato alla Puglia. Nel 1943, dopo la morte di Gennaro Maria Monti (altro importante studioso) divenne poi presidente della Deputazione di Storia Patria per le Puglie.

“La morte lo colse (scrive Trincucci nell’introduzione) il 4 giugno 1947 dopo aver concluso la sua intensa vita, dedicata alla scuola e alla cultura italiana. Continuò fino alla fine il suo lavoro di studioso, conservando l’impegno per la salvaguardia dell’identità della Deputazione per la Storia Patria per le Puglie. La morte non poteva coglierlo in ozio stupido”. Un personaggio straordinario, dunque, al quale la Puglia deve indubbiamente molto, e questo libro ne rappresenta certamente “il recupero più completo della sua personalità” (Pasquale Corsi). Il testo, come si può notare, è molto importante per diverse ragioni; una in particolare, in questa sede, ci interessa più di tutte e la sottoponiamo ai nostri lettori di Spazio Aperto Salento, soprattutto a quelli di Salice Salentino.

Va detto anzitutto che nell’unitarietà della raccolta una “cospicua percentuale di questi suoi scritti si inserisce nel filone delle tradizioni popolari del Salento”. Questi studi iniziano con un articolo sugli Usi Nuziali nella Terra d’Otranto  e precisamente proprio con un lavoro relativo alla comunità di Salice Salentino. L’articolo fu accolto nel 1900 nel prestigioso Archivio per lo studio delle tradizioni popolari (Palermo, maggio 1900)  fondato dopo il 1880 ad opera di Giuseppe Pitrè e da lui diretto assieme a Salvatore Salomone Marino (1882-1909). Un articolo perciò quasi  impossibile da trovare in originale, ma che i cittadini di Salice, e in generale gli studiosi del Salento, hanno già avuto la possibilità di leggere perché nel 1985 riproposto integralmente a cura di Enzo Panareo nel “Quaderno di Ricerca – Costumi e Storia del Salento”[1]. Lo studioso Petraglione, in questo suo lavoro, descrive con prosa asciutta ed incisiva e con ricchezza di particolari usi nuziali e tradizioni che ormai sicuramente non esistono più (e che anche i più anziani difficilmente potranno ricordare), beneficiando dell’ospitalità del sacerdote Federico De Nisi, forse un parente di quel Giovanni De Nisi autore di Salice Terrae Idrunti (Storia aneddotica dal X al XX secolo) pubblicato nel 1968 a Ostia.

Tante cose da allora sono scomparse o cambiate e “gli usi nuziali” sono stati sostituiti da altre “modalità” molto più appariscenti caratterizzate certamente dall’aumentato benessere economico. La domanda che comunque sorge spontanea è perché nella vasta Terra d’Otranto proprio a Salice il Petraglione comincia, come dichiara lui stesso, a esplorare gli usi e i costumi del popolo salentino, recandosi sul luogo di persona, forse invitato dallo stesso sacerdote Federico de Nisi con cui probabilmente aveva un rapporto di amicizia. Un settore questo ancora “incontaminato” dalla ricerca e che gli studiosi locali avevano trascurato, dedicandovi scarsa attenzione. Prezioso è l’ampio campionario dei termini dialettali (oggi quasi del tutto scomparsi) che si susseguono nella narrazione dei particolari e molteplici usi (parlamentu, zzita, puddhica, quartuddhu, schizzu, tota, cannillini, ecc.).

La narrazione del Petraglione, divisa in sei parti, inizia infatti con lu Parlamentu ovvero con il giorno in cui le famiglie degli sposi concordano la data del matrimonio, e nello stesso tempo definiscono i propri impegni e interessi. È questo un momento determinante in quanto in tale occasione lo sposo deve fare un regalo “di valore” alla futura sposa che a sua volta ricambia sempre con una camicia di tela piegolinata. Qualora si verifichi che tra il giorno della richiesta e quello del matrimonio cada la Quaresima, Lu zzitu (ovvero il fidanzato) nella Domenica delle Palme deve offrire alla futura sposa una palma benedetta “finemente lavorata, dalla quale pende un nastrino di color vivace, che reca agli estremi un anello d’oro”. La zzita (la fidanzata) a sua volta deve ricambiare con una puddhica (caratteristica forma di pane casalingo che veniva preparata solo in ricorrenza della Pasqua) portata in un cestino di paglia quartuddhu che deve contenere necessariamente 21 uova (un preciso valore numerico che però simbolicamente il Petraglione non riesce a spiegare).

“I capitoli matrimoniali” vengono definiti dalle famiglie, senza affidarsi ad un notaio, ma semplicemente a un loro conoscente “che sappia scrivere e far di conto” e in grado perciò di fare l’inventario (lu schizzu) della dote (tota). Il Petraglione elenca i seguenti oggetti e beni che porta in dote la sposa: il corredo personale, il letto, il cassettone, la cassapanca, due tavole una per uso quotidiano e l’altra per cumparsa, sei sedie, la madia (la mattra), la tavola a madia (la mattrabanca) e gli arredi di metallo per la cucina (ferramenti e rami) cioè: una casseruola (puzzunettu), una  padella (fersura), una gratella (riticula), 2 treppiedi (trapieti e triangulu),  la catena del fuoco (camastra), la caldaia, la grattugia e un ramajolo (cucchiara per li maccarruni). Lo sposo invece ha una parte non meno importante perché deve provvedere alle stoviglie, a tre crivelli (sittazzu, ranaru e marcaturu), a ornare il cassettone (nubilire lu cumbò)  con chicchere e altre gingilli,  agli abiti e agli ori della futura sua moglie. Se lo sposo infine non è un contadino ma è un piccolo proprietario (razzàle)  deve obbligatoriamente provvedere alla provvista del grano, dei legumi (cucinato),  dell’olio,  dei fichi secchi e quant’altro può arricchire la nuova coppia.

Quando le famiglie dei futuri sposi scelgono la data del matrimonio, essa deve essere individuata in autunno dopo la raccolta delle olive. Sprunare lu votu è la cerimonia della promessa nuziale e nella vigilia del giorno in cui deve farsi l’ultima pubblicazione, si svolge la parte più importante del rito ovvero lu ttaccare  te la catina (il legare  della catena), una cerimonia, come lo stesso Petraglione afferma, molto diffusa (e ancora oggi infatti lo si usa dire) nel territorio circostante. Narra il Petraglione  (descrivendo le fasi della cerimonia che in questa parte definirei “regali”  nel loro insieme)  che “la sposa in abito modesto, siede in mezzo alla casa circondata dai parenti e dagli amici che sfilano uno per uno innanzi a lei.  Prima fra tutti viene la madre dello sposo, e cinge al collo della nuora la catina che ha nel mezzo cinque  nodi d’oro e a’ lati due nastrini di velluto nero. Se lo sposo è razzàle il nodo mediano è arricchito da un ciondolo. Alla suocera seguono i parenti e gli amici d’ambo le parti i quali depongono in grembo alla sposa i propri regali, e la baciano in viso. Col passare del tempo questa grazia primitiva va scomparendo, e al bacio sono ammesse solo le donne. I parenti offrono tutti quanti indistintamente un anello; gli amici un fazzoletto di seta o di cotone secondo i maggiori o minori obblighi che hanno verso le famiglie degli sposi. Lu zzitu regala egli pure alla fidanzata un fazzoletto, e le dà sulla guancia il primo bacio ufficiale”.

Lu ttaccare la catina dura 8 giorni e il matrimonio avviene di sabato. Gli sposi però ancora non si uniscono e a volte accade di rimandarlo anche alla domenica. Gli sposi comunque fanno la loro cumparsa (apparizione)  nelle ore antimeridiane della domenica e questa è la parte più importante di tutta la celebrazione. Scrive infatti il Petraglione: “Nel giorno della cumparsa,  un gruppetto di signori del paese (non meno di tre né più di cinque)  espressamente invitati si portano a rilevare la sposa che è già bella e vestita in mezzo a una schiera di parenti e di amici. Ella indossa un abito di seta vivacemente colorato e ha le dita addirittura coperte dagli anelli ricevuti in dono. Sul capo reca la tradizionale ghirlanda di fiori d’arancio e, qualche volta, un velo bianco (pettinatura).  La sposa si distingue per la sola pettinatura dalle paraninfe, le quali vestono anch’esse come nel giorno in cui andarono a nozze (nell’antico cerimoniale greco delle nozze, erano le persone che accompagnavano la coppia nuziale alla casa dello sposo). Fra i signori invitati colui che ha relazioni più vicine  con la famiglia dello sposo (patrunu  o cumpare)  è destinato ad accompagnare la sposa. Questa gli offre un mazzetto di fiori e ne viene subito ricambiata. Gli altri signori danno il braccio alle paraninfe, e le coppie cominciano a ordinarsi per la cumparsa. Nel momento di abbandonare il tetto paterno la fanciulla bacia le mani a’ genitori, che piangenti se la stringono al seno. Non appena la calma rientra negli animi, il corteo esce tra il rumore degli spari e il moltiplicarsi degli auguri. Le coppie marciano in fila: va innanzi il patrunu con la sposa, seguono poi gli altri signori con le paraninfe, disposte, quanto alla precedenza, in ragione di grado di parentela. In ultimo viene lo sposo, confuso nel resto della folla. Procedendo così, si giunge presso la chiesa, s’entra per la porta maggiore, e i signori offrono alle donne l’acqua benedetta, A messa finita comincia il periodo più caratteristico della cumparsa: il corteo, ricompostosi, s’avvia verso la casa dello sposo tra lo scoppio assordante degli spari e una fitta pioggia di confetti (cannillini) che persegue le coppie durante tutto il tragitto. Spesso qualche parente, per nutrire meglio la scarica dei proiettili, lancia un pugno di soldi alla folla, e le comari aumentano la confusione gettando manate di fiori. Fiori, e talvolta noci, gitta pure la suocera aspettante prima di aprire le braccia alla nuova figliuola che le sta per entrare in casa. Appena giunti, la sposa siede in mezzo alle paraninfe, le persone di famiglia servono caffè e liquori, e finalmente il patrunu e i suoi colleghi, accettata qualche cosa, sono messi in libertà”.

Il rito finalmente si è compiuto ed è giunto il momento di festeggiare con la caulata (cavolata), il banchetto al quale devono partecipare tutti i parenti fino all’ultimo grado e che consiste in una semplice minestra di cavoli come primo piatto (e che dà il nome al banchetto stesso) poi maccheroni, polpette, e il tutto innaffiato con buon vino paesano. Il banchetto si svolge mentre ancora “il rumoreggiare secco degli spari” si sentono pienamente. Il mattino seguente la suocera va a svegliare gli sposi (essi per 8 giorni non devono uscire) e offre loro una frittata, cibo fatto con le uova e che il Petraglione, in nota segnala infine come afrodisiache.

In conclusione, dalla descrizione fatta dal Petraglione, ne esce per Salice un mirabile affresco di vita degli inizi del ‘900. Sono pagine bellissime che nel loro ricordo ci frastornano e ci disorientano, e di cui oggi forse resta qualcosa. Ma è come se fosse una semplice ruga riconoscibile in una fisionomia mutata, in contesti fortemente trasformati e in cui i particolari sono stati sostituiti. Forse provocano rimpianto o una sana nostalgia per come eravamo noi e non siamo. Ma ora non lo possiamo essere più.

Gilberto Spagnolo
© Riproduzione riservata   

 

[1] Nel febbraio del 1985, il Centro Regionale di Salice Salentino e Guagnano (CRSEC) pubblicò integralmente il saggio del Petraglione sul primo numero della  rivista  “Quaderno di ricerca Costumi e Storia del Salento”, (Grafiche Panico di Galatina, pp. 5 -12). Il saggio del Petraglione fu introdotto sulla rivista , con alcune notizie biografiche, da Enzo Panareo con il titolo “Usi nuziali in Terra d’Otranto-Salice Salentino-di Giuseppe Petraglione”. Il Panareo già allora, metteva in risalto l’importanza di questo contributo scrivendo: “Un discorso – tenuto sul filo d’un metodo moderno, fondato sulla investigazione diretta, sul dato reperito alla fonte – con il quale Petraglione getta uno sguardo sulla cultura delle classi popolari e ricavandone un granello di saggezza lo sparge, come il seminatore paziente, al vento perché scenda sul fecondo terreno della cultura”.

 

Foto in alto: matrimonio a Salice – anni ’50-60 (archivio – Saverio Iacoi)

 

 

Leggi estratto da Quaderno di Ricerca – Costumi e Storia del Salento (1985): 

“Usi nuziali in Terra d’Otranto – Salice Salentino” di Giuseppe Petraglione, con introduzione di Enzo Panareo

 

 

 

 

 

 


Quaderno di Ricerca 1985 – Usi nuziali a Salice