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Romanzo - 27 Set 2022

Ninì Urbano, “La strada dell’anima”

Nuovo libro dell'autore di origini salicesi. Recensione di Antonio Scandone


Spazio Aperto Salento

La comune evoluzione nel tempo di ciascuno di noi è scandita da successivi riti di passaggio, più o meno tumultuosi. Uno di questi, probabilmente l’ultimo, è dato dalla trepidazione per l’approssimarsi del pensionamento, che può generare il timore di una possibile depressione per il senso di vuoto che si profila all’orizzonte. Questa evenienza non ha certamente turbato i sogni di Ninì Urbano, che anzi non è stato neanche minimamente scalfito da tale preoccupazione. Egli infatti, con estrema naturalezza, nella tradizione dello stile lavorativo della sua famiglia, ha semplicemente trasferito la tenacia del suo quarantennale impegno professionale nella scuola, in qualità di dirigente amministrativo, nella nuova dimensione della scrittura e della creazione letteraria.

In effetti, nel breve termine di appena quattro anni, ha dato alle stampe ben cinque libri di narrativa, i romanzi C’erano l’arcobaleno e un vecchio frantoio abbandonato (2018), Muri a secco (2020), L’estate della Real Fondi (2020), la racconta di racconti Storie di ordinaria fragilità (2021), ed ora quest’ultimo romanzo La strada dell’anima (Self publishing, 2022, pagine 227), disponibile su Amazon, stampato in una elegante forma editoriale, ed uscito appena qualche settimana fa. Che rappresenta, a mio giudizio, la migliore prova d’arte, finora, del suo appassionato impegno letterario. Una tardiva stagione di fermento creativo, dunque, che ha pochi precedenti nella storia della letteratura italiana, tra cui il più prestigioso esponente è stato Italo Svevo, che scrisse ultrasessantenne il suo capolavoro La coscienza di Zeno. Per non parlare della senile frenesia editoriale di Camilleri.

Nel caso di Ninì Urbano, tra l’altro, si può riscontrare la gradita sorpresa di un progressivo affinamento della sua penna, come se l’esercizio intensivo della scrittura gli rinvigorisse la fantasia, gli acuisse la sensibilità e gli assecondasse le capacità descrittive. E in effetti questa sua ultima creazione si impone all’attenzione del lettore non solo per l’ampiezza delle presenze umane rappresentate, per la nitidezza delle descrizioni d’ambiente, per la ricostruzione puntuale e realistica del quadro d’epoca, nella rappresentazione identitaria del nostro Salento, ma soprattutto per le sue capacità introspettive, per le sottili incursioni nei meandri più riposti degli intrighi di pensiero dei personaggi, dei loro sentimenti, dei turbamenti determinati dalle relazioni interpersonali, delle minute tessiture psicologiche che da sole danno vita a pagine e pagine di tensione emotiva e di intrico di corrispondenze, con una capacità di cesello che fa pensare ai grandi affreschi narrativi e introspettivi dei romanzi di Libero Bigiaretti. In una commistione, del tutto naturale, di sano e corposo realismo descrittivo congiunto alle più delicate pulsioni interiori dei personaggi che vi agiscono. Molto opportunamente sintetizzata, tale commistione, nello stesso titolo che l’autore ha voluto apporre al suo libro, e nell’immagine di copertina, che nel mentre ci trasportano sul percorso di una concreta e tangibile strada di campagna ci preannunciano la germinazione di pensieri, sentimenti, sensazioni, sommovimenti dell’animo propri di una dimensione rarefatta della riflessione psicologica.

Il romanzo è ambientato in un piccolo paese salentino, esplicitamente identificato con Salice, il paese natio dell’autore, ma molto agevolmente generalizzabile per tutte le realtà territoriali del Salento. In tale contesto operano ed interagiscono numerosi personaggi, Nicola, Michele, Nino, Amedeo, Giulio, Sara, Alfredo, Bianca, Livia, ecc., ognuno dei quali, a modo suo, di volta in volta sa assumere una dimensione protagonistica, tanto da autorizzarci a definire quest’opera come “romanzo corale”, alla maniera realistica del verismo nostrano, meridionale, come avviene ne I Malavoglia di Verga o I Vicerè di De Roberto, ma anche Le terre del Sacramento di Francesco Jovine, o I fuochi del Basento di Raffaele Nigro.  Solo per fare qualche esempio.

In questo romanzo di Urbano tali personaggi entrano in scena in una successione progressiva, come se calcassero le scene di una rappresentazione teatrale. Il primo dei quali è Nicola, un professore in pensione, tornato dopo tanti anni al proprio paese d’origine, dove non può non rivedere e ripercorrere pensosamente la stradina di campagna che ha fatto da sfondo a tante proprie piccole esperienze di osservazioni e di riflessione nel corso della sua adolescenza, tinte di tristezza, di incertezza, o semplicemente della voglia di solitudine e di ripensamento sul senso della propria vita. È questa la sua ‘strada dell’anima’: è lì che si è trovato da fanciullo, e tante volte, nel corso della vita, anche ri-trovato, sull’onda della nostalgia. Ora è venuto a far visita ai propri defunti, al cimitero, costeggiato da quella strada, dove quell’aria, quell’atmosfera quasi invariata nelle determinazioni spaziali e naturali, lo riportano indietro nel tempo e gli propiziano l’abbandonarsi al gorgo vorticoso dei ricordi.

Da qui ha inizio tutta la rievocazione degli ambienti e degli episodi collettivi dei tempi della sua fanciullezza, gli anni a cavallo tra il ’50 ed il ‘60 del secolo scorso, proprio quegli anni che da noi, e non solo da noi, si sono imposti alla coscienza come uno spartiacque netto e radicale tra due mondi contrapposti. Inducendo quella generazione di giovani e di anziani, per la prima volta nella storia, a ritrovarsi e riconoscersi in bilico tra due mondi, con un piede nel perdurante e tardivo medioevo e l’altro nel turbinoso futuro tecnologico, consumistico e dissipatore. In uno sbigottimento e uno straniamento molto più radicali dei “due secoli l’un contro l’altro armati”. Ne consegue, in maniera del tutto spontanea, l’ampio spettro rievocativo di tutta un’epoca ormai definitivamente tramontata, che lascia trasparire con evidente chiarezza il tratto ampiamente autobiografico di quest’ultima creazione di Urbano. Corredato dalle relative riflessioni, considerazioni, scavi interiori alla ricerca dei significati riposti di una trasformazione così globale. Ma anche venato da continue, ricorrenti rievocazioni nostalgiche del nostro piccolo mondo antico.

Si aprono così, spesso intrecciate alle vicende personali dei vari protagonisti, le pagine forse più piacevoli e più riuscite del romanzo, quelle delle ricostruzioni e delle descrizioni delle specificità esistenziali dell’epoca, i lavori in campagna, la vendemmia, la spremitura dell’uva nei palmenti, la racconta delle cicorie selvatiche, la ressa dei braccianti la sera in piazza per la contrattazione della giornata lavorativa; ma anche le descrizioni degli ambienti familiari, l’angustia della casa dei contadini, le rudimentali modalità di convivenza delle famiglie spesso numerose, le ristrettezze economiche, i frugali pasti serali, le penurie di una vita di stenti; e poi, sul finire degli anni ’50, i fermenti delle prime emigrazioni di massa, in Svizzera, in Francia, in Germania, la disgregazione delle famiglie, l’impatto con realtà urbane e lavorative del tutto estranee ed alienanti.

Molto accurata e veritiera è anche la ricostruzione delle modalità, delle abitudini, delle ritualità di corteggiamento dei ragazzi di quegli anni, le palpitazioni con cui i giovani si accostavano alle prime esperienze d’amore, i primi turbamenti segreti, gli innamoramenti non confessati, di ardua comunicazione, dettati dalla rigorosa demarcazione dei sessi, perfino nelle aule delle scuole elementari, o nelle navate della chiesa parrocchiale, o nello snodarsi delle processioni rituali delle festività religiose. Comprese le angustie dei fidanzati ormai ufficiali, e le difficoltà di conoscersi più da vicino senza l’assillo della presenza costante di pressoché tutti i familiari della ragazza.

L’unico rilievo che ritengo di dover muovere a tali ricostruzioni è di congruenza stilistica, e punta sul fatto che esse a volte interrompono il flusso narrativo che dà vita all’intrecciarsi della trama. Ciò avviene quando tali ricostruzioni si stagliano come segmenti descrittivi slegati, isolati, intercalati nel tessuto narrativo come inserimenti didascalici in funzione informativa di costume, di valenza antropologica e sociale. Mentre si sarebbe preferita una più organica connessione con il flusso delle vicende esistenziali dei personaggi, avvalendosi dell’inserimento di questi all’interno della pur dettagliata e limpida descrizione degli eventi. Alla maniera manzoniana, per intenderci, per la quale la descrizione della rivolta del pane nella Milano del 1628, ad esempio, viene vista e vissuta attraverso le fortunose peripezie del povero Renzo, che vi era incappato senza volerlo.

Viceversa, le frequenti incursioni dirette degli apporti dialettali salentini, ravvisabili sia nei proverbi che fungono da esergo ad ogni capitolo, e sia negli intercalari della lingua parlata dai personaggi del romanzo, assecondano egregiamente la ricostruzione ambientale di un clima, anche culturale, vissuto dalla nostra gente lungo tutti i gradi della campata di scolarizzazione.

Avere tra le mani questo libro e scorrerne agevolmente le pagine ci si ritrova, per gli adulti, soprattutto anziani, in un mondo che fino a ieri era vivo e pulsante ma che oggi si è contratto in un accorato e nostalgico rimpianto di una vita vissuta ma irreversibilmente perduta; mentre, per i ragazzi, ci si proietta in una sorta di sorprendente dimensione mitologica, di favola bella ma impossibile, di stupefatta e sospetta incredulità, quando gli dici che in quel mondo i loro nonni, il loro papà e la loro mamma, ci sono vissuti veramente.

Va rilevato, infine, che anche in questo romanzo, sorretto da una penna cristallina che gli assicura la piacevolezza, la fluidità e la scorrevolezza della narrazione, Ninì Urbano riconferma sulla pagina scritta il magma ideologico dei suoi precedenti lavori, intessuto da grande solidità di precetti morali, di valori religiosi, di solidarietà sociale, di attenzione verso i bisogni degli ultimi, dei più deboli e più emarginati, di adesione alle ragioni delle classi lavoratrici, al mondo in via di estinzione dei contadini e dei braccianti. E certamente non da ultimo, ci ritrovi la vibrante sensibilità e l’avvertito ripiegamento verso l’equilibrio della natura, la salvaguardia dell’ambiente, la tutela della fragilità di questo nostro mondo, così paurosamente minacciato dalla inarrestabile bramosia del potere e del profitto. In perfetta sintonia con le accorate invocazioni Francescane proclamate nelle due ultime mirabili encicliche, Laudato sì e Fratelli tutti.

Antonio Scandone
© Riproduzione riservata

 

Foto in alto: Ninì Urbano. Sotto: la copertina del libro