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Giornata della Memoria - 28 Gen 2021

“O guarisci mia figlia, o kaputt”, la storia del medico Carlo Colaci deportato in un lager

Assegnata alla memoria del dottore leccese una medaglia d’Onore del Presidente della Repubblica. L’Alto riconoscimento è stato conferito anche ad altri 13 salentini


Spazio Aperto Salento

Anche il Salento ha avuto personaggi che, con le loro “piccole” storie, ci portano alla riflessione. Ieri, in occasione della Giornata della Memoria, alle ore 10.30, nel “Salone degli Specchi” della Prefettura di Lecce, a 14 salentini sono state conferite le Medaglie d’Onore concesse dal Presidente della Repubblica “per il sacrificio sofferto dai deportati e internati negli anni della Seconda Guerra Mondiale”. Alla solenne cerimonia, che si è svolta nel rispetto delle norme anticovid, hanno partecipato familiari dei cittadini medagliati e i sindaci dei Comuni di origine.

I destinatari delle medaglie d’onore sono stati:

  • Antonio Amico, Michele Pasquale Fusaro, di Specchia;
  • Ippazio Luigi Annesi, Luigi Bramato, Giovanni Carbone e Igino Antonio Carbone, di Miggiano;
  • Donato Bortone, di Montesano Salentino
  • Rocco Luciano Marini, di Supersano;
  • Cesario Scardino, di San Cesario di Lecce;
  • Antonio Gino Mario Putignano, Carmelo Quarta, di Monteroni;
  • Carlo Colaci, Francesco Madaro, Salvatore di Murciato, di Lecce

Momento della cerimonia di conferimento delle Medaglie d’Onore

Francesco Meo, nipote di Carlo Colaci (scomparso nel 1976), attraverso Facebook ha raccontato la storia del nonno. Ecco il testo del suo post:

“La Storia è fatta di piccole storie. E ogni storia personale è fatta di scelte. La Giornata della Memoria, è anche la giornata in cui più ricordo la scelta di Carlo. Carlo, classe 1908, era il medico condotto di un paesino del Salento: Melendugno. Faceva parte di quella generazione troppo giovane per partecipare alla Prima Guerra Mondiale e troppo vecchia per prendere parte alla Seconda. Ma per lui non fu così. Come medico dovette lasciare la moglie e una figlia piccolissima e seguire l’Esercito italiano in Montenegro. Dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943, scelse di dire no al fascismo e venne deportato in un lager in Polonia. Assieme a lui vennero deportati circa 8000 salentini. Di quei due anni di campo non ha mai voluto parlare, per non rivangare ciò che aveva passato. Solo un paio di volte ne ha parlato. Ha detto che cercava di rimanere fermo più tempo possibile sulla panca che avevano come letto, perché le energie che la razione di patate bollite poteva dare era veramente poca. E ha raccontato un episodio particolare. La figlia del direttore del campo era malata ma i medici non riuscivano a curarla. Aveva una semplice appendicite, ma all’epoca per appendicite si moriva. Sapendo che lui era medico, il direttore del lager gli disse, con una pistola puntata alla testa: «O guarisci mia figlia, o kaputt». Poteva vivere soltanto salvando un’altra vita. Fortunatamente l’intervento andò bene e gli risparmiarono la vita. Una volta che il campo venne liberato, non poté rientrare a casa perché c’era bisogno di medici. Per cui diresse l’infermeria del campo di Osnabrück, dove arrivavano i prigionieri appena liberati che erano affetti da dissenteria, malaria e malnutrizione. Solo dopo alcuni mesi riuscì a rientrare in Italia, con il treno fino a Lecce. Disse che quel giorno aveva la febbre, ma aveva paura di trovare solo macerie, di non rivedere moglie e figlia, e così corse da Lecce fino a Melendugno. Questa è solo la storia di Carlo, il medico condotto di un paesino del Salento. Carlo era mio nonno, e se lui non fosse tornato, non sarebbe nata mia madre e io non esisterei. Carlo, con decreto del Presidente della Repubblica, è stato insignito della Medaglia d’Onore per i cittadini italiani deportati e internati nei lager nazisti”.

Le Medaglie d’Onore del Presidente della Repubblica conferite ieri

Perché è importante “avere memoria”? Ricordare il passato dovrebbe servire ad acquisire maggiore consapevolezza nei confronti dei diritti umani e non commettere più determinati errori. La società sarebbe dovuta uscirne migliore. Tuttavia, ancora oggi, abbiamo esempi di come i diritti umani vengono calpestati, basti pensare ai campi profughi in Bosnia.

Il 27 gennaio di ogni anno viene celebrata, a livello internazionale, la ”Giornata della memoria” per commemorare le vittime dell’Olocausto. Tale data è stata designata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 1° novembre 2005. È stata scelta questa data perché quel giorno del 1945 le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

Immagini del campo – museo di Auschwitz (foto di Chiara Liurgo)  

Perché si è arrivati a tanto non è semplice stabilirlo, è stato un “percorso graduale”. In Italia, prima di arrivare alle leggi razziali, ci fu un vero e proprio condizionamento mentale da parte dei fascisti verso la società, iniziarono dal ceto proletario, parlavano alla “pancia” delle persone, “aiutavano” i loro figli grazie all’opera nazionale Balilla e così, dopo anni e anni, portarono le masse dalla loro parte.

Le vittime non furono soltanto gli ebrei ma anche oppositori politici, disabili, omosessuali, zingari, eccetera.

É fondamentale ricordare storie come quelle di Anna Frank, Liliana Segre,  Andra e Tati, Sami Modiano, ma è altrettanto importante capire che queste sono singole storie, in realtà le vittime furono oltre 6 milioni, ognuno con la propria storia.

Donato Arnesano

© Riproduzione riservata

 

Foto in alto: Carlo Colaci (con il camice bianco) nel campo di Osnabrück (1945)