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Arte contemporanea - 10 Apr 2021

Studi d’artista al tempo del covid-19, intervista a Marco Mariano

Lo scultore, originario di Monteroni di Lecce, è il protagonista del nuovo appuntamento del ciclo di interviste ad artisti salentini


Spazio Aperto Salento

È ormai passato un anno dall’inizio della pandemia e la vita di tutti è profondamente mutata: i tempi e gli spazi quotidiani si sono modificati, con uno spostamento di gran parte delle nostre attività nella dimensione digitale. Gli spostamenti sono bloccati, in una condizione di isolamento e contestuale iperconnessione e l’arte è fruibile solo attraverso gli schermi dei nostri computer.

Per chi lavora con la materialità, abituato alla manualità e in relazione con gli altri, questo cambiamento ha inciso in qualche modo? Un affacciarsi virtuale negli studi degli artisti operanti nel territorio salentino per conoscere le loro sensazioni e i progetti in corso.

Il nuovo appuntamento del ciclo di interviste a artisti salentini, è dedicato a Marco Mariano, nato a Copertino nel 1985. Originario del Salento, sin da giovanissimo si dedica alla produzione di opere plastiche. Dopo la formazione all’Accademia delle Belle Arti di Lecce, affianca all’attività artistica quella di docente. Oggi è titolare della cattedra di scultura all’Accademia di Brera.

A vent’anni comincia la sua attività artistica con i primi riconoscimenti, a partire dal premio come primo classificato della sezione scultura di Maestro d’arte Contemporanea 2005; nel 2010 la laurea in scultura con una tesi sulla scultura ambientale nel contesto urbano. Subito dopo comincia anche il suo lavoro da docente, prima presso l’Accademia di Belle Arti di Vibo Valentia, poi presso quella di Lecce e adesso a Brera. Come si coniugano insieme l’esercizio didattico e quello artistico? 

Nel mio percorso, didattica e produzione artistica hanno avuto un rapporto stringente perché, salvo il periodo accademico da studente, è un decennio che “milito” come docente. Insegnare e fare arte, oltre che essere attività svolte parallelamente, mi hanno sempre evidenziato in contemporanea quella dimensione relazionale, di un dibattito sempre acceso, di una progettualità assidua e costante, che sia il docente in rapporto agli studenti che l’artista e la sua opera e il pubblico, attraversano. Quindi se dico che i due percorsi sono legati non significa certamente che proietti l’esperienza didattica nella mia ricerca artistica o, peggio, che la mia esperienza artistica si imponga nella didattica e sul lavoro degli studenti ma che in entrambi ritrovo la stessa socialità, la stessa effervescenza del confronto tra persone che pensano, immaginano, progettano, criticano, interpretano. L’ho sperimentato, per fare qualche esempio, quando sono stato convocato come giurato di “Routes of Sculpture” nel 2016, concorso internazionale rivolto agli studenti delle Accademie, quando ho presentato miei studenti in concorsi internazionali che calcavano il rapporto docente/discente (“Il maestro presenta l’allievo”, 2018, Premio nazionale delle arti di Torino, 2019) oppure quando, per una delle mie opere ambientali “Praesepe3” (Palazzo della Prefettura di Lecce, 2018), ho coinvolto, per l’allestimento in loco, gli studenti del triennio e del biennio di Scultura dell’Accademia di Lecce.

Il suo rapporto con la terra d’origine è molto forte, come ci testimonia anche il ricorso alla pietra leccese in molte delle sue opere, penso ad esempio a “L’oro dentro” (2008) o a “Coeso” (2013). Un artista legato al Salento, e con lo sguardo aperto sul mondo, cosa significa per lei e come lo manifesta nella sua arte?

L’approccio alla pietra leccese come materiale scultoreo è uno dei primi passi per un artista salentino. Io l’ho usata – anche per sculture ambientali – non solo per il suo valore identitario e il legame con il contesto d’origine ma perché in un periodo della mia vita, con ritorni successivi in altri lavori, ne ho apprezzato, per quello che era lo specifico filone di ricerca, la duttilità materica che mi permetteva di giocare con concrezioni, pattern e forme sempre diverse. E forse anche in quella versatilità tecnica c’è un richiamo sordo e inconsapevole al territorio, alle sue infinite variegature culturali, sociali, paesaggistiche. Del resto, lo sguardo rivolto al mondo parte inevitabilmente da un punto d’osservazione specifico, privilegiato o condizionante: è lo specifico a fare il globale. Per cui penso che il mio legame con il Salento sia solido e romantico perché è da qui che sono partito consapevole però, come tutta la mia generazione, che il confronto non è più locale, che dobbiamo essere mobili, dinamici, veloci come i tempi che corriamo ed il processo culturale in atto.

A proposito della scultura ambientale ricordiamo, tra le altre, “Verso l’Alto” (2012), collocata nel parco “Moderata Durant” di Vibo Valentia, e “The queens and the crown” (2014), all’ingresso del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento. Negli ultimi anni si è aperto un animato dibattito sull’arte pubblica, sulle opere statuarie presenti nelle piazze del mondo occidentale, che spesso consacrano alla memoria eventi storici e personaggi controversi, su lavori artistici che hanno un legame diretto o indiretto con lo spazio urbano…

L’opera memoriale, storica o celebrativa, il monumento per intenderci, non coincide con la mia idea di opera ambientale che per l’appunto, è pensata più per rapportarsi con lo spazio per cui è appositamente pensata o in cui è collocata che non ricordare qualcosa o qualcuno. La scultura è arte plastica e volumetrica per eccellenza e, crescendo in dimensione, si espande nello spazio talvolta arricchendolo, sovrastandolo o addirittura deturpandolo a seconda degli interventi proposti e penso all’arte ambientale in spazi pubblici intesi anche come contenitori espositivi, come spazi culturali preposti all’allestimento site specific e comunque fruibili dal pubblico. “Oh, cielo!” oppure “Cattedrale”, entrambe del 2017, allestite all’interno dei palazzi pubblici di Specchia e Arnesano, volevano entrare in equilibrio non solo strutturale ma anche compositivo con il contenitore e con chi le ha fruite, in una reciproca esaltazione di spazio e forma.

Che ruolo, quindi, può avere a suo avviso un’opera scultorea contemporanea negli spazi pubblici, attraversati ogni giorno dagli abitanti delle città?

L’arte contemporanea nell’ambiente aperto e urbano dovrebbe servire alla sua valorizzazione, non per uno scopo meramente estetico ma per una riqualificazione che ha in sé anche e soprattutto una qualità sociale. L’opera “aMARE”, collocata nel parco urbano Trax Road di Lecce, non deve intendersi come una scultura che adorna un’area verde ma una sorta di fulcro visivo all’interno di un’area periferica, cerniera tra la zona 167 A e B, in cui il cittadino non ritrovi un servizio urbano ma il richiamo a un luogo identitario in cui sviluppare aggregazione e socialità, perché no, intorno all’arte. Tra l’altro quest’opera dialoga idealmente con un’altra stele “Verso l’alto” (2012) collocata nel parco cittadino Moderata Durant di Vibo Valentia e nate all’interno dello stesso progetto, ma anche con l’opera in marmo di Carrara “Raccontami” 2014 nel parco-arboreto di Villa Gaeta di Moncioni (AR) come se fossero sentinelle territoriali geograficamente lontane ma in connessione perenne tra loro.

La situazione che stiamo vivendo ha influenzato il suo lavoro? 

Quello che stiamo vivendo nell’intimo individuale tanto quanto su un piano collettivo ci sta potentemente condizionando. La pandemia, le restrizioni, la digitalizzazione delle relazioni umane nel lavoro, nella didattica hanno radicalmente cambiato – spero non irreversibilmente – il nostro modo di fare con un riflesso netto anche nell’azione artistica non necessariamente autobiografica. Perché l’artista non racconta solo se stesso e il suo vissuto ma anche la società e le sue variazioni come narratore o come protagonista, risultandone ad ogni modo condizionato. Rifletto spesso su quello che ci sta accadendo, come interpretarlo, come viverlo nel profondo, come comunicarlo a chi mi circonda attraverso i linguaggi artistici e sebbene siamo ancora in un momento buio, mi lascio certamente influenzare perché ne sono immerso come tutti cercando, con i miei progetti attuali, più che di registrare gli accadimenti, di proiettarmi in avanti con una prospettiva ottimistica.

C’è qualche progetto in fase di elaborazione? 

Recentemente ho voluto sperimentare nuovi linguaggi e nuove tecniche, ed è così che sono approdato al mosaico ceramico, giusto compromesso tra la matericità della scultura e la bidimensionalità della pittura. Ho realizzato, pertanto, l’opera “Un uomo semplice” dedicata a Don Tonino Bello e presentata in occasione del Premio conferitomi “Turris Magna 2019” per l’Arte contemporanea, oppure “Coppetta panna e fragola”, 2019. Una tecnica antichissima, il mosaico, che mi ha permesso di allenarmi in virtuosismi tecnici lasciando spazio all’accostamento di materiali diversi e contemporanei, ma è uno svago che non sostituirà il mio amore per la scultura. In cantiere c’è, infatti, una produzione in legno, pezzi scolpiti e strutture di cui non svelerò altro…

Nella sua produzione convivono opere di piccole dimensioni con quelle monumentali, sculture figurative e manufatti aniconici. Verso quale direzione sta andando adesso la sua ricerca? 

In realtà non riesco ad escludere nessuno dei due filoni. Il figurativo in alcune mie opere mi sembra appartenere ad “un’era artistica” lontanissima eppure l’ho riusato per la serie delle bottiglie intagliate in legno (“Questione giovanile”, “Verso orgogliose rovine” tutte e due del 2016), oppure lavori in bronzo (“Malvagio e rio” 2019) per fare degli esempi. È un esercizio che mi appartiene, mi viene naturale e che mi diverte anche molto nel riadattamento illusorio a materiali contemporanei, nella sfida di sperimentare con la materia. Come anche l’utilizzo di forme geometriche, di solidi costruttivi, quasi archetipici di valori ancestrali, di semplificazioni primigenie anche se astratte mi affascina molto e lo dimostra l’attenzione al cubo, che ho impiegato in tutti i formati, dall’ambientale al pezzo d’atelier (“Cattedrale”, “Praesepe3”, “The Queens and the crown”, “Oh, cielo!”). Il mio ultimo filone tende a coniugare aniconismo e figurazione, sentite come le parti di un tutto indissolubile, quello che vediamo e quello che percepiamo, quello che può essere espresso e quello che possiamo solo interpretare.

Rosanna Carrieri

© Riproduzione riservata

 

Foto in alto: Marco Mariano, The queens and the crowns, 2014, installazione, legni, ferro, acciaio, gasbeton, 400x1500x900, Dipartimento di Beni Culturali, Università del Salento, Lecce.

 

Marco Mariano, aMARE, 2014, pietra leccese, 750x90x90, Parco urbano Trax Road, Lecce

M.Mariano, Raccontami, 2014, marmo di carrara e acciaio, 600x300x60, Parco-arboreto di Villa Gaeta, Moncioni (Ar)

M. Mariano, Questione giovanile, 2016, legno di rovere scolpito e patinato, 55x58x52

M. Mariano, Cattedrale, 2016, legno, ferro, materiali organici, resine, stoffa, 500x500x500, 2017  Palazzo Marchesale, Arnesano

M. Mariano, Presepe3, 2018, legno, pietra, acciaio e plastica, 650x400x500, allestita a Palazzo della Prefettura, Lecce

M. Mariano, Oh, cielo!, 2017

M. Mariano, Coppetta panna e fragola, 2019, mosaico ceramico, 63×63

Marco Mariano (a Brera)