• martedì , 18 Gennaio 2022

Lecce - 28 Ott 2021

Tra le bellezze afghane fotografate da Fatimah Hossaini

“Beauty amid War”, diciotto scatti esposti fino al 22 novembre presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce


Spazio Aperto Salento

«In questo momento mi trovo qui, in un Paese occidentale e libero, per mostrare la bellezza delle donne afghane, donne che vogliono riconquistare i propri diritti», queste le parole di Fatimah Hossaini che venerdì 22 ottobre ha inaugurato presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce “Beauty amid War” la sua prima personale in Italia. Un percorso espositivo che attraverso diciotto scatti fotografici, valorizza le storie delle donne afghane la cui forza resiste agli urti della vita.

Classe 1993, Fatimah è nata a Teheran in una famiglia di origini afghane fuggita dal loro paese a causa della guerra. Pur con un’iniziale formazione presso la facoltà di ingegneria, la volontà di condividere con il prossimo le proprie origini, memorie di luoghi, persone e tradizioni, l’ha progressivamente avvicinata alla fotografia, mezzo artistico di certa contemporaneità di cui Fatimah si serve per dar voce ad un aspetto spesso taciuto dell’Afghanistan.

L’artista, nell’ambito dei “Dialoghi” – un’iniziativa del laboratorio Tasc dell’Università del Salento – ha spiegato i tre elementi fondamentali attorno ai quali si sviluppano le sue ricerche: la migrazione, tema che ha interessato in prima persona la sua famiglia; il bisogno di identità, dunque la necessità di appartenere ad una terra ed essere parte di un popolo e i ruoli sociali del sesso biologico.

Gli scatti di Fatimah mettono in luce la difficoltà di essere donna e in particolare una donna-artista, in una realtà patriarcale in cui sono rimaste in stato di minorità, subalterne agli uomini. Minoranza nella minoranza in una società arcaica dove la femminilità è tacciata di immoralità e per questo oppressa e calpestata. Fil rouge di tutta la produzione, i concetti di identità e libertà si sono tradotti in una serie di lavori che hanno interessato l’elemento di repressione della corporeità femminile vale a dire il burqa, veste azzurra imposta per annullare le donne afghane.

Schiere di freddi fantasmi riempiono oggi più che mai gli schermi dei nostri televisori ma è solo la superficie di drammatiche restrizioni. Cosa resta, dunque, sotto questi veli? È a questo interrogativo che Fatimah Hossaini si impegna a rispondere nelle sue indagini estetiche. Repressione, Afghanistan, burqa, sono termini che lascerebbero facilmente ipotizzare una mostra di femminilità sottomessa. Un pensiero che, guardando le opere allestite, viene smentito dai volti fieri e determinati delle donne che non si nascondono.

Per le fotografie della serie Pearl in the oyster, esposte nel corridoio dell’Aba, l’artista ha scelto i luoghi in cui la presenza femminile è concessa solo se accompagnata da un uomo. Si tratta di staged photograpy ovvero uno scatto messo in scena, diretto e allestito da Fatimah che, con coraggio, ha violato le restrizioni sulla fotografia che in diversi paesi (come per esempio la provincia di Nangarhar) impediscono ogni attività artistica. «Perché stai facendo delle fotografie, a cosa ti servono? sei una donna, allontanati da qui e interrompi questi scatti» le hanno urlato ma, nonostante sia stata soggetto di derisioni e minacce, come ha ricordato agli studenti dell’Accademia e dell’Ateneo leccesi, Fatimah ha perseguito la sua ricerca, sfidando i cliché radicati nella della società conservatrice afghana.

Nella seconda sezione allestita per la mostra, è esposta la serie Khurasani Reflections composta da dodici scatti iscritti entro degli ovali a fondo scuro che ritraggono femminilità afghane e delle popolazioni vicine. Decise, mostrano i volti icastici di straordinaria bellezza e il loro sguardo magnetico incontra quello dell’osservatore «Audaci come leoni, gli occhi vagano, corrono e parlano tutte le lingue» ha scritto lo scrittore e filosofo americano Ralph Waldo Emerson.

All’esigenza di libertà, l’artista affianca l’obiettivo di catturare il bello della cultura medio orientale. Le donne di Fatimah sfoggiano con orgoglio suntuosi abiti tipici dai colori cangianti, raffinati tessuti campeggiati da decorazioni floreali ed eleganti ghirigori incorniciano i visi delle fanciulle, impreziositi da gioielli caratteristici. Alcune mostrano i prodotti propri del Medio Oriente mentre in sottofondo riecheggia la musica tradizionale riprodotta da uno schermo dove appare una giovane suonatrice di Robab.

L’incredulità dell’osservatore è nel confrontarsi, forse per la prima volta, con l’immagine di un popolo che non rispecchia le informazioni prodotte dalla fabbrica dei mass media. La femminilità, quale protagonista, si oppone al concetto di “donna- oggetto” e rompe i tabù assumendo una propria identità, in altre parole, esiste. Questo aspetto non è di poco conto, in un paese dove l’agire, che per noi è ovvio, spesso anche scontato, diviene impossibile.

In seguito all’arrivo dei talebani, Fatimah Hossaini, impegnata nell’attività d’insegnante di fotografia presso l’Università di Kabul, dove si era trasferita dal 2018, è stata costretta alla fuga. Ancora una volta l’artista è obbligata a separarsi dalla propria terra, lasciando parzialmente incompiuto il suo ultimo lavoro – ha spiegato -. A bordo di un aereo speciale, assieme ad altre artiste e giornaliste, ha raggiunto la Francia portando con sé l’amara consapevolezza di aver perso i diritti conquistati assieme alle donne afghane negli ultimi anni, ma con la fiducia di poter mostrare, attraverso le sue opere, le bellezze di questo luogo, cosciente che prima o poi ritornerà.

Incisivo è il messaggio trasmesso da Fatimah Hossaini nei suoi lavori, scatti luminosi e freschi che affrontano in maniera per nulla scontata un tema di grande attualità senza nascondere una chiara funzione sociale e politica. La qualità delle opere presentate dalla fotografa non si ripone nel cavalcare l’onda mediatica della compassione, i soggetti immortalati da Fatimah non rispondono alle tendenze generali, non sono vittime, i loro sguardi energici e penetranti riempiono lo spazio circostante e travolgono il visitatore della loro vitalità, tutt’altro che apparente.

Il mondo e in particolare l’arte non può vestirsi di indifferenza dinanzi all’importanza di far valere i diritti degli esseri umani, l’Accademia di Belle Arti di Lecce ha risposto a questa necessità e ha accolto nei propri spazi il progetto “Beauty amid War” (a cura di E. MV Annunziata, P. Dal Maso, M. Nocerino, P. Staffiero) – visitabile fino al 22 novembre – offrendo al pubblico l’opportunità di guardare oltre gli stereotipi per incontrare, attraverso le fotografie di Fatimah Hossaini, i volti scoperti delle donne del suo popolo.

Alessia Brescia
© Riproduzione riservata

 

Foto in alto: Alcuni scatti appartenenti alla serie, Khurasani Reflections, 2015-2018, 60×70

 

L’allestimento di “Beauty amid War” negli spazi dell’Accademia di Belle Arti di Lecce

Scatto della serie Pearl in the oyster, 2018- 2019, 120×80

L’artista Fatimah Hossaini