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Arte contemporanea - 19 Ott 2023

Yuval Avital, Lucus: “L’eco di un bosco che non c’è più”

Fino al 7 gennaio 2024, mostra-evento alla Biscozzi | Rimbaud a Lecce


Spazio Aperto Salento

«Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà». Per utilizzare le parole di Bernardo di Chiaravalle, il segreto, dunque, è saper ascoltare. Eppure, è assai arduo riuscire a percepire la sempre più flebile voce della natura, spesso coperta dai rumori e dalla frenesia umana. Un richiamo primordiale che tuttavia non sfugge alla sensibilità di Yuval Avital che lo percepisce e lo rielabora negli spazi della Fondazione Biscozzi | Rimbaud.

Dopo le personali di Angelo Savelli, Salvatore Sava, Grazia Varisco e Mirco Marchelli, Dominique Rimbaud ha aperto le porte della sua Fondazione a Yuval Avital. Artista poliedrico o “multidisciplinare” lo ha definito la critica, in rimando alla sua attività di musicista e compositore. In occasione della sua prima personale a Lecce e partendo dal concetto di Lucus, il bosco sacro degli antichi romani, Yuval ha progettato il non-bosco. Si tratta di uno spazio deforestizzato che abbandona l’idea di selva come totalità di alberi e piante di vario genere e si presenta come un insieme di rappresentazioni di persone e animali, di maschere, di menhir che, nel complesso, restituisce una nuova idea di verde, un bosco altro, oltre.

Lucus, visitabile sino al 7 gennaio 2024, si articola, nell’allestimento degli spazi, in quattro momenti distinti, una selezione di circa novanta opere alcune già note e altre inedite che denunciano la capacità dell’artista di confrontarsi e trattare media differenti. Pittura, scultura, fotografia, riverberi sonori, si incontrano e si intrecciano nel bosco sacro di Yuval.

Nella prima sala, ad accogliere l’osservatore la serie dei Bagnanti. Quattordici statuine in gesso bianco sorrette da esili strutture metalliche. Corpi fragili, antigraziosi, estranei ai canoni convenzionali e «testimoni di un’operazione artistica completamente pura, grezza, bruta, e interamente reinventata in tutte le sue fasi esecutive esclusivamente con mezzi appartenenti alle pulsioni dell’artista». Soggetti ipnotici come svuotati della struttura ossea umana e quindi capaci di torcersi come nodosi rami d’albero.

Alla serie plastica si sommano quadretti dalle modeste dimensioni con figure umane dai tratti essenziali, tremanti, dalla fisionomia quasi del tutto annullata o solo parzialmente ricostruita, che rimandano all’infantilismo artistico di Klee e all’art brut di Dubuffet.

Immagini di uomini, donne e bambini che giocano in acqua, corrono sulla sabbia, appaiono in gruppo o isolati. Si tratta di acquerelli stemperati in acqua marina a rimarcare la simbiosi di Avital con il territorio salentino (che, è solo un caso, ricorda l’artista leccese Edoardo De Candia che negli anni ‘60 utilizzava l’acqua del mare di San Cataldo per diluire i colori). Alla serie pittorica Avital conferisce confini fluidi. Il segno giallo e azzurro del mare non si limita al supporto in carta ma prosegue sulle pareti della Fondazione, avvolgendola, mentre in sottofondo risuona un piacevole motivo “Bongo la, bongo cha cha cha”. Un connubio di elementi attraverso i quali Yuval rievoca le calde estati pugliesi ben note all’artista che da diversi anni alterna la sua residenza tra Milano e Muro Leccese.

In contrasto con la spensieratezza di queste canzoncine, dalla seconda sala provengono voci dissonanti, poco comprensibili, verso cui si è inevitabilmente attratti. Suoni emessi da un coro di dodici mascheroni dal sapore tribale di diversa consistenza materica: dalla durezza del marmo, al legno, al cuoio, alla morbidezza del tessuto. Opere esposte per la prima volta da Yuval nel 2019 in occasione della mostra Nephilìm. Una moltitudine di maschere sonore. L’aspetto e il suono emesso dalle maschere è stato conferito dagli artigiani locali che sovente Avital coinvolge nei suoi lavori.

Il percorso espositivo procede nella terza sala dove solo allestiti cinque menhir realizzati in cartapesta, come omaggio alla tradizione salentina “in dialogo” – per utilizzare un’espressione dell’artista – ma preferirei dire in relazione non solo professionale ma anche umana con due maestri cartapestai di Lecce, città che tanto ha prodotto in arte con questa materia. Vale la pena ricordare il curioso aneddoto da cui è emersa l’idea dei menhir a partire da una scatola di cartone e da una taglierina. Vicenda raccontata dal curatore nell’esergo del saggio in catalogo che correda la mostra, edito Dario Cimorelli.

Yuval vive i luoghi che accolgono le sue mostre, ne individua le singolarità e le trasporta nella sua produzione, i monoliti di Lucus riprendono, non senza un tentativo di fedeltà, i profili dei menhir salentini a cui la storia ha attribuito leggendari nomi, e su questi è intervenuto.

Sulle superfici irregolari ora lisce ora rugose si incontrano figure sinuose, morbide dalla linea pulita, come nel caso del Menhir Madonna di Costantinopoli o corpose composizioni sovrabbondanti, dai tratti quasi irrequieti. Figure antropomorfe, organismi monocellulari, animali dalle lunghe corna, gechi striscianti, l’impronta di una mano e sgocciolamenti di memoria statunitense. Un segno agitato, smanioso ai limiti dell’horror vacui a cui il light box della serie fotografica Light Recordings n.8 Taidung/32 fa da sfondo assieme ad un’opera “fuori catalogo” potremmo dire: il disegno di un grande occhio firmato Alma Avital, figliuola dell’artista.

Al primo piano, tra le opere storicizzate che compongono la collezione permanente della Fondazione Biscozzi | Rimbaud, tre colorate Singing Tube, opere plastiche a cui Avital ha dato la fattezza di animali in grado di riprodurre delle vibrazioni: la giraffa respirante (Singing Tubes n. 2), il ragno blu con quattro lunghe zampe tremolanti (Singing Tubes n. 3) e un piccolo e ricurvo verme dal tono grave (Singing Tubes n. 6).

Per Yuval, Lucus rappresenta “l’eco di un bosco che non c’è più, sacro proprio per la sua mancanza”. L’artista «avverte l’incombente distruzione di quelle bellezze boschive e solleva, con modalità operativo-espressiva, la questione della funzione sociale e anche politica dell’arte» scrive in catalogo il curatore Massimo Guastella. Nel suo intervento di «forestazione estetica» Yuval ricerca la natura dentro l’umano e ri-porta l’umano alla sua condizione primordiale.  Un bosco interiore di sicuro impatto espressivo, in cui si rimane inevitabilmente coinvolti.

Alessia Brescia
© Riproduzione riservata

 

 

Foto in alto: “Maschere Sonore”

 

“Menhir”

“Singing Tubes n. 3”

“Bagnanti”