Rubrica - 07 Feb 2021

Pit stop dell’anima

“Pausa” di riflessione a cura di don Carmine Canoci


Spazio Aperto Salento

43ª Giornata della vita. Domenica 7 febbraio 2021 

Libertà e vita: Messaggio della Conferenza Episcopale Italiana Cei (passim)

La Giornata per la Vita 2021 vuol essere un’occasione preziosa per sensibilizzare tutti al valore dell’autentica libertà, nella prospettiva di un suo esercizio a servizio della vita: la libertà non è il fine, ma lo “strumento” per raggiungere il bene proprio e degli altri, un bene strettamente interconnesso … 

…. Il binomio “libertà e vita” è inscindibile. Senza il dono della libertà l’umanità non sarebbe se stessa, né potrebbe dirsi autenticamente legata a Colui che l’ha creata; senza il dono della vita non avremmo la possibilità di lasciare una traccia di bellezza in questo mondo, di cambiare l’esistente, di migliorare la situazione in cui si nasce e cresce… 

… L’esercizio pieno della libertà richiede la Verità: se desideriamo servire la vita con vera libertà occorre che i cristiani e tutti gli uomini di buona volontà s’impegnino a conoscere e far conoscere la Verità che sola ci rende liberi veramente. Così potremo accogliere con gioia “ogni vita umana, unica e irripetibile, che vale per se stessa, costituisce un valore inestimabile”. “Rispetta, difendi, ama e servi la vita, ogni vita, ogni vita umana! Solo su questa strada troverai giustizia, sviluppo, libertà, pace e felicità!” (Papa Francesco).  

Esperienza A

Una donna arrivò disperata dal suo ginecologo e disse: “Dottore, lei mi deve aiutare, ho un problema molto, ma molto serio… mio figlio non ha ancora compiuto un anno ed io sono di nuovo incinta, non voglio altri figli in un così breve spazio di tempo, ma a distanza di qualche anno…”.

Il medico domandò: “Ma lei ora cosa desidera che io faccia?”. La signora rispose: “Voglio interrompere questa gravidanza e conto sul suo aiuto”.

Il medico si mise a pensare e dopo un lungo silenzio disse: “Per risolvere il suo problema penso di aver trovato il metodo meno pericoloso per lei”.

La signora, quasi sollevata, sorrise pensando che il medico avesse accettato la sua richiesta.

Il dottore, prestandosi un po’ al gioco, continuò: “Allora cara signora, per risolvere il suo problema e non stare con due neonati in un così breve lasso di tempo, si potrebbe in qualche modo sopprimere questo che è già fra le sue braccia, così lei avrebbe possibilità di riposare per alcuni mesi finché arriverà l’altro. Se dobbiamo fare a meno di uno, non fa differenza fra questo o quell’altro, anche perché sacrificare questo che lei ha tra le sue braccia è molto più facile, non ci saranno rischi per lei”.

La donna inorridita esclamò: “No dottore, uccidere un bambino è da criminali!”. Il medico rispose: “Anch’io la penso come lei, ma lei era tanto convinta da farmi pensare che questo potesse essere il modo giusto per di aiutarla”.

Dopo alcune considerazioni, il dottore capì che la lezione aveva prodotto il suo effetto, riuscendo così a far comprendere alla madre che non c’era la minima differenza fra il figlio tenuto in braccio e quello che già abita il suo seno.

Sorrise e disse: “Stia serena, ci vediamo fra una settimana per la prima ecografia e così sentire il cuoricino del fratellino di questo suo primo figlio che porta in braccio”. 

Esperienza B

Ho quarant’anni, sono sposata e ho due figli grandi. Qualche anno fa ho vissuto l’inferno. Al quarto mese di gravidanza ho abortito.

Subito ho provato un senso di liberazione, di sollievo. Infatti all’inizio si riesce a ragionare con un certo distacco, ci si aggrappa alle attenuanti che in quei momenti sembrano giustificare ampiamente la scelta: la professione che non si può abbandonare, i soldi che non bastano, la casa piccola…

Ho reagito dedicandomi con più accanimento ai due figli. Agli occhi degli altri ero sempre la stessa, ma dentro di me andava scatenandosi il putiferio.

La prima fitta di dolore, così forte che non potei ignorarla, la provai per strada quando incrociai una donna che spingeva una carrozzina. Fui assalita dall’angoscia: vidi negli occhietti di quel bimbo lo sguardo di mio figlio non voluto. Uno sguardo che non mi abbandonò più.

Ancora oggi spesso calcolo con la mente l’età che avrebbe mio figlio; con la fantasia lo plasmo più o meno alto, con i capelli chiari o scuri… Gli parlo, ma soprattutto piangendo, spesso, gli chiedo perdono. Ci penso e ripenso, in modo ossessivo, con ansia e rimorso. Se solo potessi tornare indietro e stringere quel figlio tra le braccia! Invece, mi rimane solo un forte senso di colpa per averlo rinnegato.

Questa sofferenza ha segnato la mia vita. Tutto è cambiato da quel giorno: soprattutto il rapporto con mio marito non è più lo stesso. È come se volessi scaricare su di lui una parte della colpa. In quella circostanza si è comportato come Ponzio Pilato: se n’è lavato le mani.

Persino il rapporto con i figli è cambiato. Subito dopo l’aborto ero loro morbosamente attaccata, ora molto meno, perché mi sembra di fare un torto al figlio non nato.

Continuo a pensarci, soprattutto quando sono sola in casa; le notti sono tormentate dagli incubi. Quando ci penso, riemergono la superficialità, l’egoismo e l’estrema violenza che ho riservato a mio figlio; sono stata la sua condanna a morte.

Se dovessi parlare a una donna con i miei stessi dubbi, la supplicherei di non abortire, di non fare il mio errore, di non credere di poter risolvere tutto senza dolore.

La scongiurerei di non farlo, a costo di allevarlo io quel figlio. Le spiegherei in che oscuro tunnel starebbe per precipitare. Soprattutto non la lascerei sola, non le farei sentire l’indifferenza e la freddezza che ho provato io.

Le donne sappiano che il bisturi della legge 194 non incide solo le carni, ma anche i cuori e le coscienze.

Da “Noi genitori e figli”, supplemento di “Avvenire”