Rubrica - 28 Feb 2021

Pit stop dell’anima

 “Pausa” di riflessione sulla Parola a cura di don Carmine Canoci


Spazio Aperto Salento

Dalla liturgia di domenica 28 febbraio 2021

Dal libro della Gènesi 22,1ss 

In quei giorni, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». (…)

«Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».

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Ancora tentazione e tentazioni. Anche oggi, come domenica scorsa, abbiamo a che fare con la tentazione. E quella del brano della Genesi proposto oggi alla nostra attenzione è di grande scalpore, in riferimento al tentatore e alla tentazione.

Questo il testo: “Dio mise alla prova Abramo“, cioè: lo tentò. Quale la richiesta? Offrire in sacrificio il figlio! “Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami… e offrilo in olocausto”. Mamma mia!

È vero che è da ritenere un racconto (midrash), e sappiamo anche la positiva conclusione della vicenda, ma, diciamolo, Dio non fa proprio una bella figura. Vai a convincere la gente sulla sua bontà, paternità, misericordia… e aggiungi poi quella sua assurda, se non scandalosa, richiesta. Giusta la reazione di coloro i quali contestano questo Dio così disumano e manifestano un deciso: “vogliamo capire!”.

Senza ricorrere a pur valide e utili competenze bibliche o teologiche, che spesso però mi tolgono l’appetito dell’apprendere e del comprendere, mi spiego l’arcano, semplicemente sfogliando l’album delle mie memorie infantili.

Da piccolo, a volte, andavo con mamma al mercato e quando c’era la necessità, si faceva tappa alla postazione (baracca) del venditore di stoffe. (Tutte le casalinghe del tempo sapevano non solo di accudimento dei figli ma anche di gestione finanziaria, di cucina, di campagna, di medicina spicciola, di tanto altro e tra questo altro, anche sapere di sartoria).

E lì, tornando alla mia memoria, innanzitutto restavo incantato dall’abilità con la quale l’incaricato srotolava la stoffa facendone scaturire un effetto sonoro particolare e dopo, nella contrattazione, ero sorpreso da un gesto (che forse ancora oggi si fa), prima suo e poi di mamma, che prendendo all’altezza del volto, con due mani un tratto della stoffa in esame, con forza la tiravano in modo contrapposto, come a voler creare uno strappo (…stesso gesto si attuava, si attua, con la collaborazione di un’altra persona, per riordinare le lenzuola dopo il bucato).

Notando la mia meraviglia con annesso interrogativo, mamma mi spiegava che quel gesto non era una forma di competizione tra chi riuscisse a creare lo strappo per primo, ma era solo un utile movimento per dimostrare, da parte del commerciante e per verificare da parte di mia madre, la resistenza della stoffa, specialmente se destinata a capi di abbigliamento pesante. Tale ricordo che, ne sono convinto, è lo stesso di tanti altri del mio tempo, forse contribuisce a rasserenare l’animo dei duri di cuore nei confronti di Dio.

Dunque, allora, il brano-racconto biblico non è descrizione della crudeltà di Dio, ma testimonianza della forte, resistente e, alla fine, premiata fede di Abramo. Protagonista del brano non è Dio, ma Abramo. Anche per questo è chiamato padre della fede. L’autore del testo ha scandalosamente rischiato di compromettere Dio e la sua identità, per trasmettere il livello altissimo, assoluto di fede al quale giunge l’uomo Abramo proprio attraverso una prova impossibile. Una testimonianza forte quella di Abramo, utile a invogliare gli altri uomini a fare altrettanto, in modo tale da raggiungere un livello di fede seria, consistente, ubbidiente e fedele.

A Dio piace il rischio, piace sempre altro, piace sempre alto e infatti continua a fare il suo mestiere, cioè quello di mettere alla prova, di tentare, attraverso forme diverse: sofferenze, contrarietà, lutti, persecuzioni, assenza o ritardi nelle richieste di aiuto, apparente trionfo delle forze del male, dolore innocente, scandali.

È doveroso notare come il brano biblico in questione contiene non soltanto una conclusione positiva, di vita, ma anche l’esposizione di un progetto grandioso che riguarda Abramo e la sua discendenza (ci siamo anche noi…) e questo in virtù della sua fede “saggiata come oro nel crogiuolo”.

Ma molti di noi risultano decisamente allergici all’idea che Dio ci metta alla prova. Da quella però non si scappa, lo insegna la vita, prima o poi arriva per tutti, anche per San Pietro…

Dal vangelo secondo Marco 9,2-10

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.

Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù.  

Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.  

Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.  

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Se nell’esperienza di Abramo il procedimento ha previsto prima l’amaro e poi il dolce, in quella di Pietro (e qui non si parla di racconto, ma di realtà), lo schema è capovolto: prima il dolce e poi l’amaro.

Pietro voleva godersi perennemente la gioia del mattino radioso, in prima fila, senza essere disturbato e senza passare dal botteghino, senza sperimentare cioè, quanto è difficile vivere il buio della notte. A Pietro non è concesso ottenere quanto chiede senza prima sostenere e superare tutte le prove che quel Dio impossibile gli proporrà. E noi sappiamo bene quali e quante saranno.

Si può arrivare a gioire dello scacco matto a proprio vantaggio, devi però saper gestire il gioco con le giuste mosse. Senza prove non c’è cristianesimo serio. Senza prove, non esiste maturazione, né umana né cristiana.

Tra i miei, quasi vecchi, libri ho trovato quello nel quale ricordavo di aver letto, riguardo al brano del vangelo odierno, un’ironica ma, allo stesso tempo, scarnificante provocazione. Una pagina che, almeno a me e a distanza di anni, fa ancora riflettere. Nel salutarvi ve la propongo. Può servire!

“Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!”

«Come a dire che ciò che conta è l’ascolto, non il vedere. Per cui il nostro Monte della Trasfigurazione è costituito dal luogo e dal momento dell’ascolto della Parola. Ma qui spuntano alcune domande fastidiose.
– L’annuncio della Parola, così come avviene nelle assemblee domenicali, oltre a essere una cosa buona, rappresenta anche qualcosa di bello?
– Succede mai che un ascoltatore sia sfiorato dalla stessa idea di Pietro, che progetta la costruzione di tre capanne? Ossia: capita mai che un fedele qualsiasi pensi nel proprio intimo: “Vorrei che la predica non finisse più…”? Insomma: “un vero godimento”.
– Gesù ha ordinato ai tre di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto”. Una proibizione inutile per noi. La maggior parte, quando esce di chiesa, si guarda bene dall’aprir bocca su quanto ha ascoltato. (spesso non se lo ricorda nemmeno! n.d.r.)
– A me, però, viene il dubbio che Gesù intendesse dire che, invece di raccontare, bastava “mostrare”. …Ancora più difficile». (Alessandro Pronzato, Il vangelo secondo noi, Gribaudi Editore).

don carmine