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Rubrica - 07 Mar 2021

Pit stop dell’anima

“Pausa” di riflessione sulla Parola a cura di don Carmine Canoci


Spazio Aperto Salento

Dalla liturgia di domenica 7 marzo 2021

Dal libro dell’Esodo 20, 1-17

In quei giorni, Dio pronunciò tutte queste parole: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile:

Non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai…

Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascia impunito chi pronuncia il suo nome invano. Ricòrdati del giorno del sabato per santificarlo… Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato.

Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà. Non ucciderai. Non commetterai adulterio. Non ruberai. Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo. Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo».

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Lunedì, prima ora a scuola. Con la testa stai ancora a Sanremo, stai ancora assaporando la gioia della vittoria della tua squadra del cuore, quando, all’improvviso, senti un imperioso: “Oggi interrogazione!”. Era questo l’incipit della lezione gestita dal nostro professore di filosofia negli anni degli studi scolastici, nella scuola superiore. Subito silenzio di tomba, voglia di scomparire, teste in giù, ansia da sistole in tilt e preghiera al santo del giorno per evitare il personale disastro…

Ma lasciamo nel labirinto della memoria questi incubi del passato, anche se ugualmente formativi, perché di fronte al brano dell’Esodo di oggi, quella perentoria decisione di una salutare autointerrogazione conviene che ciascuno, per libera scelta, se la imponga.

Iniziamo l’interrogazione. Solo poche domande (era anche questo il cinico incoraggiamento del professore…).

– Prima domanda: quanti sono i comandamenti?

Perbacco! – penseresti – questo lo sa anche chi gioca a tombola: sono 10. Sicuro? Più di qualcuno, però, ne enumera 11. Non hai mai sentito: 11° comandamento: fatti gli affari tuoi (detto anche con linguaggi diversi, a seconda del grado di civiltà acquisito)? Qualcuno ne elenca anche di meno. A chi credere?

– Seconda domanda: quali sono i comandamenti?

A questa domanda si raccomanda di non sorvolare, è bene affrontare l’imbarazzo di chi, pur vantando conoscenza, scopre di avere non pochi vuoti di memoria (eufemismo!).

– Terza domanda: per te quale comandamento è più importante?

Quale quello che mai butteresti giù dalla torre? (ammenoché non vuoi mandare giù tutta la torre, con te compreso…). Riconosco che è una domanda un po’ tignosa che comporta una difficile scelta e l’esercizio di un serio discernimento interiore al quale forse non si è abituati.

– Quarta domanda: quale o quali comandamenti, oggi come oggi, consideri da te e dagli altri più trascurato? (a parte il terzo, il sesto, il nono…).

Mi fermo qui, facciamo finta che sia suonata la campanella.

Una sola, piccola e credo giusta osservazione. Non è difficile oggi constatare la scarsa attenzione che gli stessi cristiani hanno per queste dieci parole (decalogo). Eppure altro non sono che appropriate norme di vita per aiutare ogni credente ad essere un buon uomo e accompagnare ogni uomo ad essere un buon cristiano.

Senti forse troppo aggressivo, perché lesivo della tua autodeterminazione, quel “non…” ripetuto più volte? Però, come mai non consideri ugualmente aggressivo il “non fumare, non bere alcolici” del medico? C’è da riflettere.

N.B. E se i comandamenti avessero, nel bene o nel male, un effetto domino?

Dal vangelo secondo Giovanni 2,13-25

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.

Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».

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Gesù che irrompe nel tempio con la frusta, scacciando pecore e buoi, rovesciando tavoli e facendo volare monete e cianfrusaglie, lascia di stucco. Troppo diverso dal Gesù imperturbabile, bravo ragazzo, tutto zucchero che forse siamo portati a immaginare. È, invece, una buona occasione per riconoscere che anche il Signore, coerentemente con la sua umanità, ha avuto i suoi “cinque minuti”.

Gesù, in tale occasione, mostra irritazione non solo per l’andazzo che nota intorno, ma perché prende coscienza che il senso della sua presenza, della sua missione, del suo insegnamento è ben lungi dall’essere compreso. Non c’è traccia alcuna di zelo. Il tempio, cioè, è solo un mercato e non, come è lecito attendersi, un segno (= sacramento) della presenza di Dio.

Penso con giustificata apprensione a tanti nostri santuari e luoghi di culto molto operativi…

don carmine