• giovedì , 23 Settembre 2021

Rubrica - 28 Mar 2021

Pit stop dell’anima

“Pausa” di riflessione sulla Parola a cura di don Carmine Canoci


Spazio Aperto Salento

Dalla liturgia del 28 marzo 2021, domenica delle Palme

Dal vangelo secondo Marco 14,1– 15,47

È ormai riconosciuto da tutti gli studiosi della materia che il vangelo adottato dalle comunità cristiane della prima ora consistesse solo nel proporre il resoconto particolareggiato (fino a un certo punto) della passione, morte e risurrezione di Nostro Signore. Era quello il nucleo (Kerigma) importante e fondamentale della fede annunciata dagli apostoli e dai loro discepoli. È così spiegato come mai tutti e quattro gli evangelisti si soffermino su tale avvenimento. Solo successivamente il vangelo si è arricchito degli altri contenuti. Ultimi argomenti aggiunti sono proprio quelli riguardanti l’infanzia di Gesù, ad opera di Matteo e Luca.

Molti ritengono che vengano dette le stesse cose dai quattro autori deducendone la quasi inutilità della ripetizione. Non è così (repetita iuvant!). Non è detto che una cosa ripetuta sia inutile; è anche l’interpretazione proposta a renderla diversa e, più o meno, convincente (es.: la canzone “Meraviglioso” interpretata da Modugno e quella proposta dai Negramaro…).

Ma, nel vangelo in questione, c’è da dire che non siamo di fronte ad una mera ripetizione. I quattro vangeli, redatti in date diverse, avevano destinatari diversi, evidentemente per niente forniti di WhatsApp, face book o traduzioni simultanee e per questo contenevano insegnamenti, messaggi, sottolineature particolari, tutto ciò codificato dall’uguale narrazione che, però, i destinatari, sapevano decodificare e farne motivo di riflessione.

Credo opportuno quindi, richiamare l’attenzione su alcuni versetti del brano evangelico di oggi, esclusivi di Marco, che non sono presenti negli altri evangelisti, aiutando a ”decodificare” il testo per comprenderne il vero significato a vantaggio dei destinatari di oggi. Quelli di allora non ne hanno avuto bisogno.

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  • Appena giunto (il traditore), gli si avvicinò e disse: “Rabbì” e lo baciò. Quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono. Uno dei presenti estrasse la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio. “Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Si compiano dunque le Scritture!”. (14,45-49)

È significativa la mancata reazione di Gesù al bacio di Giuda e al gesto violento compiuto da uno dei presenti. Gesù in Marco è presentato mite e disarmato, si consegna nelle mani dei nemici senza reagire.

Lezione eloquente per i discepoli che dovranno confrontarsi con falsità, ipocrisie, dissimulazioni, violenze. Il mettere mano alla spada di qualcuno è così lontano dai princìpi evangelici che non merita neppure di essere preso in considerazione.

  • Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo. (14,51-52)

La scena un po’ comica del giovinetto che fugge nudo può anche essere riproduzione del comportamento disinvolto di tanti cristiani che facilmente vengono meno ai loro impegni.

Chiamati, a volte, a confrontarsi in modo evangelico con le contrarietà della vita, per evitare rischi, abbandonano la veste battesimale che li identifica rinunciando alle scelte coraggiose che la loro fede impone.

  • Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate” (14,33-34)

È consolante che i fatti si siano svolti come li racconta Marco: cristiani e non cristiani sono invitati a guardare questo Gesù uomo, non superuomo, ma compagno di sventura e di sofferenza. Anche lui ha provato quanto sia duro e difficile accettare una volontà-mistero, un destino che, beffardo, ti sovrasta e ciò nonostante avere forza, coraggio e abnegazione ad obbedire a un Padre che, a volte, appare anonimo. Da un Gesù così fatto nasce il coraggio di seguirlo.

  • Pilato lo interrogò di nuovo dicendo: “Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!”. Ma Gesù non rispose più nulla, tanto che Pilato rimase stupito. (15,4-5)

Sorprende, nel racconto della passione secondo Marco, Gesù che sta sempre in silenzio. Solo quell’io lo sono detto a Pilato e poi basta. Durante il processo, dalla sua bocca non esce una sola parola. Di fronte agli insulti, alle provocazioni, alle menzogne, egli tace, non replica nulla. 

Mah!… C’è silenzio e silenzio. Il silenzio scelto da Cristo è segno di forza d’animo: quello di chi non reagisce alle provocazioni, non si scompone di fronte all’arroganza, all’insulto, alla calunnia. Il silenzio nobile di chi è convinto della propria lealtà e rettitudine ed è certo di aprire una strada, un viottolo, dove la verità potrà viaggiare.

Il cristiano non è un pavido che si rassegna, che non lotta contro il male; è uno che si sforza di stabilire la verità e la giustizia, ma è anche colui che, come il suo Maestro, ha la forza di tacere, rifiutando di ricorrere ai mezzi sleali impiegati dai suoi avversari: l’odio, la menzogna, la violenza. (Non dimentichiamo che Marco scrive anche per i tanti cristiani che iniziano ad essere perseguitati per la loro fede).

  • Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: ” Eloì, Eloì, lemà sabactàni?”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.  (15,33-34)

Marco, lo si nota, mette in risalto la solitudine di Cristo durante la passione. È solo! Non c’è proprio nessuno.

È tradito dalla folla che gli preferisce Barabba, percosso e umiliato dai soldati; insultato dai passanti e dai capi del popolo presenti. Attorno a Lui le tenebre. Solo alla fine viene notato e, diamo loro il giusto merito, “c’erano anche alcune donne che stavano a osservare, da lontano.”

Chi si impegna a vivere in modo coerente la propria fede – è il chiaro messaggio – deve mettere in conto che, nel momento cruciale, verrà lasciato solo, tradito, disistimato dagli amici, rifiutato dalla comunità e addirittura sentirsi abbandonato da Dio (Dio mio, Dio mio…) per poi arrivare a chiedersi se valeva la pena di soffrire tanto e ritrovarsi sconfitto.

  • Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”. (15,39)

Sconcertante! Rifletti, cristiano di oggi, di ieri, di ogni tempo. La scoperta e la proclamazione di Gesù “Figlio di Dio”, non sono fatte da uno degli apostoli o da un discepolo, ma da un pagano. È sulla bocca di un soldato straniero che si trova l’ispirazione giusta.

Ciò che non era riuscito a ottenere calmando le onde del mare, guarendo i malati, moltiplicando i pani, Gesù lo ottiene con il dono della vita. È con l’umana straordinarietà del suo modo di morire che converte il centurione

  • Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù.  (15,4-5)

La decisione di Giuseppe d’Arimatea, presente anche negli altri vangeli, che si presenta a Pilato e da lui ottenere l’autorizzazione a seppellire il crocifisso, è definita dal solo Marco un gesto coraggioso.

Come non leggere in questo aggettivo un richiamo ai tanti cristiani di incerta fede che si caratterizzano per incostanza, opportunismo, scarsi di coraggio nel professare la propria fede, quasi vergognosi e titubanti dei valori morali e che, per evitare fastidi o anche solo per non essere derisi, facilmente si adeguano alla morale corrente!

Questo è parte di ciò che Marco con la sua esclusiva versione della passione di nostro Signore messaggia a tutti. Accogliamolo con gratitudine. Ammettiamolo: forse, senza forse, Marco parla a noi e di noi!

Buona settimana santa a tutti! Ma attenzione a non correre il rischio di restare indifferenti o manifestare l’aria del dottor “lo so già” o mostrarsi eccessivamente pietosi per quello che la liturgia ripropone alla vista e all’udito di ciascuno.

Anche se si richiede continua attenzione ci si sforzi, comunque, di andare oltre. Una visione parziale può essere l’errore più grossolano. I conti più precisi e pignoli, ma limitati a un solo aspetto della realtà, portano a un risultato sbagliato.

C’è un unico modo, per il credente, di vedere bene: “vedere diversamente”. 

don carmine