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Reportage - 14 Mar 2022

Lecce sotterranea: il rifugio antiaereo della Villa comunale


Spazio Aperto Salento

 

Per noi ragazzini, la Villa comunale di Lecce, che neppure sapevamo fosse intitolata all’eroe dei Due Mondi, Giuseppe Garibaldi (Nizza 1807-Caprera 1882), era solo aiuole fiorite attorno alle quali giocare, cigni da ammirare nella grande vasca zampillante, ed anche lupi, simbolo dell’antica Lupiae, che non ci piaceva vedere in gabbia.

A quel tempo, nulla sapevamo del Rifugio antiaereo che si celava sottoterra, ed ancor meno dei tunnel in cui si nascondevano, durante la Seconda Guerra Mondiale, i leccesi allertati dalla sirena ad aria compressa di Palazzo Carafa, “casa” del Comune, non appena scattava l’allarme che annunciava l’arrivo dei bombardieri delle Forze Alleate.

Lo avremmo scoperto solo da adulti, nel 1982, quando venne riaperto, e nemmeno tutto, perché nei decenni, gettati dalle bocche di areazione, i detriti dei cantieri edili sorti per costruire la “Città Nuova”, hanno finito per ostruirlo. In verità, qualcuno di noi, del Rifugio antiaereo provvisto di quattro ingressi ed in grado di ospitare quasi 2.000 persone, aveva sentito parlare da nonni e zii, ma mai avrebbe immaginato di poterlo un giorno vedere e persino visitare.

NELLE VISCERE DELLA VILLA

L’occasione si presenta quando, parlando della “Lecce sotterranea” con l’accorto dirigente-tecnico del Comune, Angelo Mazzotta, non solo  apprendiamo che debitamente autorizzati, nel Rifugio si può pure scendere, ma anche che, sebbene “tombati”, di Rifugi la città del barocco ne conta altri sette.

L’avventura comincia davanti all’ingresso della Villa dal lato  della Prefettura. Ad attenderci ci sono il presidente Marcello Lentini e quattro socie del Gruppo Speleologico ‘Ndronico (dal nome del poeta romano Livio Andronico, Taranto 284-200 a.C.), più il consulente tecnico della Soprintendenza nazionale patrimonio culturale subacqueo, Dante Sacco.

Per motivi di sicurezza, la scorta è d’obbligatoria, ed il casco di protezione pure. Ce lo dice con chiarezza il dirigente dell’Ufficio patrimonio del Comune, Francesco Goffredo, al quale ci rivolgiamo per l’autorizzazione,  dopo il contatto avuto con un altro Ufficio (Lavori pubblici), lì  accolti da un cordiale e  disponibile funzionario, Roberto Brunetti.

La discesa, che inevitabilmente ci rimanda ai venti di guerra che spirano sull’intera Europa a causa dei tragici eventi nell’Ucraina invasa dai russi, comincia con due ripide rampe di scale che sprofondano sino a sei metri. Dopodiché, comincia il buio, appena rischiarato dalle lucette fissate sui caschi che ci proteggono il capo.

Il primo impatto è proprio con le montagnole di detriti, che più volte ci obbligano a procedere carponi. Subito dopo, a prendere il sopravvento, sono gli spazi: ristretti laddove i detriti costellano i lati dei tunnel, ampi per quanto attiene all’altezza: ben oltre i due metri. E non è tutto: finalmente,  un lungo corridoio privo d’impacci, ci presenta le sedute per i rifugiati. Numerate, al pari dei tunnel, scavati con piccone e pala durante il Ventennio Fascista anche dai detenuti politici, sono di roccia tufacea. A distanza cadenzata, dipinte di nero, sopra di esse si stagliano le scritte e le frecce per indicare i vari percorsi: le più conducono alle latrine accanto alle quali sono i pozzetti di scarico, ma ce ne sono anche di richiamo al buon senso degli ospiti. Una, così recita: “La pulizia del ricovero è affidata all’educazione del pubblico”.

Mentre procediamo, lunghi fili,  bianchi come i capelli degli albini, ci sfiorano il volto. Sono le radici delle piante di sopra, che nel tempo hanno bucato il friabile tufo. In altri punti, dove evidentemente l’acqua piovana è riuscita a meglio infiltrarsi, sono ben più spesse, e si comprende che sono degli alberi.

FANTASTICA VIA DI FUGA

“In questo tratto – ci dice Lentini puntando l’indice in alto – è bene procedere svelti. A differenza di tutto il resto, ch’è fatto di roccia tufacea, sopra le nostre teste c’è solo un banco di terra”. Il tratto di tunnel indicato, lungo non più di venti metri, corrisponde ai marciapiedi ed all’asfalto del pezzetto della via XXV Luglio (nel Ventennio via del Plebiscito Fascista), che separa gl’ingressi della Villa e della dirimpettaia Prefettura, il cui storico edificio è anche sede dell’Amministrazione provinciale.

Il perché dell’invito a procedere celermente, è presto detto: per quanto sopra di noi di terra ce ne sia per almeno cinque metri, ed ai mezzi pesanti l’ingresso nel  centro storico è negato, un autoarticolato potrebbe sfuggire  ai divieti, ed il banco di terra potrebbe non reggere al suo passaggio. Inutile aggiungere, che la sagoma dell’immaginario autoarticolato, viene subito sostituita da quella dei carri armati che nei filmati televisivi vediamo percorrere le innevate strade dell’Ucraina.

I pochi minuti di tensione svaniscono con altrettanta fretta. Un’interessante rivelazione, ci fa cambiare stato d’animo. Dopo le cucine, il pronto soccorso e le stanze riservate ad ufficiali e soldati, il presidente del ‘Ndronico ci indica una rientranza aldilà della quale, in verticale, s’apre un foro grande quanto basta per far passare un essere umano adulto. “Oggi è chiuso – sottolinea -, ma se liberato dalle pietre che lo ostruiscono da una parte e dall’altra, da qui possiamo raggiungere in Prefettura la stanza del Capo di Gabinetto”. È chiaro che quella sorta di scivolo, serviva al rappresentante del Governo ed ai suoi collaboratori, per scendere direttamente nel Rifugio, senza esporsi al rischio della strada e degli eventuali bombardamenti.

I BOMBARDAMENTI

Lecce non subì il dolore delle bombe. Da queste venne sfiorata una sola volta. Accadde il 2 luglio del 1943, quando alla periferia prossima alla vicinissima Surbo, una cava di tufo venne scambiata per un’acciaieria. Fortunatamente non ci furono vittime, ma solo danni alle cose.

Le bombe caddero invece, il 24  luglio dello stesso anno, a Leverano, perché in quel territorio  c’era un piccolo aeroporto. Fra militari e civili, si contarono 13 vittime. Sulla pista dello scalo, i bombardieri B24 americani, sganciarono numerosi ordigni per distruggere i 40 Messerschimitt BF 109 della tedesca Luftwaffe,  meglio conosciuti come Stuka. A fine raid, in frantumi ne andarono 15.

Un’ora dopo dello stesso giorno, le bombe piovvero pure sulla stazione ferroviaria di Nardò. Il bilancio fu di dieci morti fra la popolazione civile e di moltissimi feriti, che per il trasporto in ospedale, vennero adagiati su barelle ricavate dalle porte sbalzate in aria dalle esplosioni.

E caddero pure, le bombe, a Salice Salentino, ma forse solo perché poco distante si trovava il vecchio aeroporto di San Pancrazio Salentino. Salice non lamentò né morti né feriti. Il 2 luglio del ‘43, era giorno di festa in onore della Madonna della Visitazione. Nella periferia del paese, c’erano le bancarelle con i prodotti della terra e dell’artigianato, ed attorno ad esse, la gente si era assiepata. Dall’alto, i piloti degli aerei americani se ne resero conto, e mentre donne, uomini e bambini correvano in chiesa per trovare rifugio, fecero cadere le bombe in aperta campagna.

L’altro aeroporto salentino, quello di Galatina, ancora esistente, venne bombardato, a cavallo dello sbarco in Sicilia delle Forze Alleate (10 luglio 1943), in due occasioni, il 2 ed il 24. I pochi ordigni esplosi al suolo non centrarono però obiettivi importanti.

Singolare, infine, il caso di Muro Leccese. Il bel paesino del Magliese non venne bombardato, ma sul suo territorio, in località “Fau”, cadde, abbattuto dagli Stuka del Terzo Reich, un bombardiere americano B24-D.

GLI ALTRI RIFUGI

Poco distante dalla Villa, uno per 890 persone, si trova a sinistra, guardando la facciata principale del Palazzo delle Poste, nell’area mattonata dove attualmente sono i bagni pubblici abbandonati da anni e da qualche tempo transennati per motivi di sicurezza.

Altri due insistono in pieno centro storico. Il primo, con 620 posti, in piazzetta Tancredi, compreso fra l’ingresso del Rettorato dell’Università e la chiesa del Carmine. Il secondo, con 870, in Corte Accardo, nell’area compresa fra l’ex Istituto Garibaldi, la scuola elementare “De Amicis” ed il convento delle Suore Benedettine di clausura con l’annessa chiesa intitolata a San Giovanni Evangelista.

Forte di 1.280 sedute e tre ingressi, il più capiente, dopo quello della Villa, che ne poteva contenere 1.910, è ubicato aldisotto di piazza Roma, stretto fra Porta San Biagio ed i giardini dell’Istituto delle Suore Marcelline. Il suolo dove sono anche la Casa del Mutilato ed il Monumento ai caduti, venne concesso, nel 1927, dall’allora podestà, nonché cavaliere ufficiale, Giuseppe Stasi.

Nell’area oggi occupata dalla Rotatoria di fronte alla Questura, ce n’era un altro da 840 posti e due ingressi. Poco fuori Porta Napoli, infine, si trovavano gli ultimi due. Rispettivamente nelle aree a ridosso dell’attuale sede della Croce Rossa (1.000 sedute) e dell’ex Arena Aurora (880).

L’unico da poter recuperare, è dunque solo quello della Villa comunale. Un progetto da 650mila euro redatto pochi anni fa dai tecnici del Gruppo speleologico ‘Ndronico, fu sul punto di andare in porto. La copertura finanziaria, targata Regione Puglia, c’era pure, ma alla fine i soldi vennero dirottati per altri servizi ritenuti prioritari.

Nuove finanze paiono ora all’orizzonte, e lo stesso progetto del ‘Ndronico potrebbe essere riproposto. Oltre alla rimozione delle tonnellate di detriti, fra gli altri interventi, prevede camminamenti per i diversamente abili, ed in tema di utilizzazione, gallerie per mostre d’arte e fotografiche, sale per convegni ed incontri culturali, e persino spazi per la degustazione dei vini di Terra d’Otranto, in questo ideale proseguimento dei tempi in cui proprio fra le aiuole dell’importante polmone verde cittadino, si svolgeva la Fiera nazionale del vino. Tutto e di più, insomma. L’importante è che non debba mai più essere utilizzato per le finalità che ne dettarono la realizzazione.

Toti Bellone
© Riproduzione riservata

 

Foto in alto: Lecce, Rifugio antiaereo della Villa comunale, uno dei tratti dove è possibile procedere eretti (© T.B.)

 

L’ingresso del Rifugio antiaereo (© T.B.)

La prima, ripida discesa nelle viscere della Villa (© T.B.)

Le lucette dei caschi di protezione illuminano il percorso (© T.B.)

Una delle scritte ancora leggibili (© T.B.)

Un’altra scritta (© T.B.)

Il tunnel verticale collegato con la Prefettura (© T.B.)

Un tunnel quasi completamente ricoperto dai detriti (© T.B.)