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Cultura - 23 Ott 2022

Vereto, l’antica città messapica distrutta dai pirati saraceni

Dalle sue ceneri nacque l’odierna Patù. La leggenda delle Vergini murate vive nella Grotta Suda


Spazio Aperto Salento

Dall’alto della collina, posato sui margini di Santa Maria di Leuca, lo sguardo spazia sino a Punta Ristola. Più vicina è Patù, le cui prime pietre, portate a spalla dalle leggendarie Gigantesse, provengono dalle rovine della vicina Vereto, lasciate dai sanguinari pirati saraceni, che nel IX secolo la rasero al suolo. Si chiama ancora oggi Vereto (Veretum), il luogo in cui sorgeva la città madre di Patù, il cui nome deriva dal greco “pathos”, patimento, dolore. Il dolore causato dai saraceni alle genti della Penisola Salentina.

L’ANTICA VERETUM

Un’edicola votiva intitolata a Santa Rita, segna l’ingresso nella zona archeologica, mai adeguatamente valorizzata. Bassi muretti a secco, delimitano due pagghiare, una delle quali col forno di pietra, un paio di aie che per tornare a vivere, hanno solo bisogno dei contadini intenti al lavoro, ed a livello del suolo, una grata sotto la quale s’apre una vecchia cisterna sul cui fondo si intravede l’acqua.

Letta la plancia turistica accanto all’edicola votiva, al visitatore che sale la collina, per scoprire Vereto c’è solo da armarsi di pazienza e girovagare con un minimo di metodo. Calpestando la gialla erba di San Giovanni dalle proprietà fitoterapeutiche, s’incontrano altre aie, resti di strade in cocciopesto, e soprattutto i ruderi d’una Villa Romana ed i resti di una necropoli, dalla quale sono venuti alla luce, una ciotola ed un vaso a becco (askos), conservati a Lecce nel Museo Sigismondo Castromediano.

I resti di capanne e di ceramica d’impasto, scoperti durante i rari scavi sistematici, testimoniano che Vereto era abitata sin dall’Età del Ferro (IX secolo avanti Cristo). Dopo la lunga parentesi messapica, testimoniata, fra l’altro, dal rinvenimento di una colonnetta con scritte, alfabetario ed incisioni di navi, anch’essa conservata nel Museo leccese, fu Municipio Romano, e per la posizione in altura, anche roccaforte medievale. Al tempo dei Messapi, il Salento era conosciuto con il nome di “Calabria”, e Vereto, secondo i geografi Strabone, Plinio e Tolomeo, era nota anche come Baris, Beretum, Beretus. Allorché la regione prese il nome di Iapigia, riferendo dei Cretesi reduci dalla spedizione in Sicilia ordinata dal Re Minosse, Erodoto la indica invece come Hyria (Iria), attribuendole così l’origine cretese, giusto come si ritiene sia accaduto per i tre grossi centri del Salento: Brindisi, Oria ed Otranto.

Per imbattersi nelle possenti mura della città antica, bisogna tornare indietro e percorrere uno stretto sentiero sterrato. Da una parte, una traballante staccionata in legno, lo isola dalla collina che scende a valle, sino alla frazione di Castrignano del Capo, Giuliano. Dall’altra sono grosse e spesse pietre che s’alzano sino a raggiungere i due metri. Fanno parte della cinta muraria del IV secolo avanti Cristo, che in origine si sviluppava per almeno tre chilometri. Per reggere il peso delle altre, alla base sono le più possenti, che a dar credito alla leggenda, sono dello stesso tipo delle prime con cui venne poi eretta Patù, ed il numero di cento, il mausoleo sepolcrale del IX secolo per questo detto  Centopietre, che si staglia di fronte alla chiesa di San Giovanni Battista del VI secolo.

SAN PAOLO DELLE TARANTE

Un’altra chiesa, grande solo otto  metri per dodici, è al centro dell’area archeologica veretina. È la chiesa della Madonna di Vereto, che intesa Verito, si trova menzionata nei documenti del 1565 e del 1572 della Diocesi di Alessano, al tempo retta dal vescovo Giangiacomo Galletti. E del Cinquecento è la nicchia, scoperta solo nel 1954 durante i lavori di restauro voluti dal parroco Vincenzo Rosafio, assieme ai colori rosso bruno dello zoccolo e giallo delle volte a stella. Nella nicchia è raffigurato San Paolo con la spada avvolta da due serpenti. Il Santo è lo stesso Santo guaritore della tradizione popolare del Tarantismo o Tarantolismo, la sindrome  culturale di tipo isterico riscontrata in molti centri del Sud Italia, Galatina in testa, causato dal morso di rettili ed insetti, a cominciare dal ragno-tarantola da cui prende il nome.

Al pari di pagghiare e grate al di sotto delle quali sono altri antichi resti, anche la chiesa, edificata su ciò che restava di una Basilica Paleocristiana, è chiusa. E chiusa nel silenzio, senza un programma di guide, che almeno in estate, con le marine della zona pullulanti di turisti, possa offrirla ai turisti, locali e non, è l’intera area archeologica. Una zona in cui le energie sembrano oppresse e nascoste dalla mancata valorizzazione, ma che in uno studioso-ricercatore indipendente di Specchia, Simone Cordella, hanno ispirato un libro evocativo: “Le energie dei  luoghi”.

LA LEGGENDA DELLE VERGINI

In lontananza, dalla collina si scorge il profilo di Torre San Gregorio. A dare credito agli studiosi, era il Porto di Vereto. Incuneato in un fiordo che lo ripara dal vento, un approdo sicuro, costruito in un’area ricca di sorgenti d’acqua dolce, per i commerci con il vicino Oriente, Albania compresa, e la Grecia ad Est e la Magna Grecia ad Ovest. Fra gli altri, pochi, in verità, reperti rinvenuti nel tempo, lo testimoniano cinque monete di bronzo, coniate a Durazzo fra il 228 ed il 168 avanti Cristo, e le anfore datate IV-I secolo avanti Cristo, emerse da una grande cisterna. Dell’antica struttura, restano due camminamenti in conci di carparo, lungo i quali s’incontra più di una grotta.

In una, Grotta Suda, al tempo del saccheggio dei pirati saraceni, fra storia e leggenda, si narra che trovarono la morte le Vergini di Vereto. Senza armi e pochi di numero, alla vista delle navi turche che si avvicinavano a San Gregorio, assieme alla futura Regina, i veretini le nascosero nella grotta, dove trovò posto anche il tesoro della città, costituito da oro, argenti e gemme. Sicuri di poter tornare a riprendere le une e l’altro, chiusero l’ingresso con enormi massi, che da sole, le fanciulle non avrebbero potuto mai muovere. Ma il destino volle che nessuno di loro venisse risparmiato dalle scimitarre, e senza acqua né cibo, le Vergini perirono.

Alla ricerca del tesoro, più che dei miseri resti, nei secoli, le popolazioni del Capo di Leuca hanno scandagliato le grotte dell’antica area portuale, ma invano. Anche perché, come vuole la stessa leggenda, ogni volta che qualcuno si avvicinava alla grotta, veniva messo in fuga dalle urla, strazianti, delle anime in pena delle Vergini.

Toti Bellone
© Riproduzione riservata

 

Foto in alto: una veduta dell’area archeologica (© T.B.)

 

Un’edicola votiva segna l’inizio del percorso (© T.B.)

Un tratto delle mura messapiche (© T.B.)

Una delle aie con un manufatto squadrato (© T.B.)

All’interno del sito, una pagghiara col forno (© T.B.)

La chiesetta della Madonna di Vereto (© T.B.)

Dalla collina si domina l’odierna Patù figlia di Vereto  (© T.B.)