Martina Franca - 21 Ago 2026

“Los rostros que me habitan”, il volto della Colombia negli autoritratti di Diana Pinzón

Intervento della storica dell’Arte salentina Rosanna Carrieri sulla mostra fotografica allestita a Martina Franca, da giovedì 13 a lunedì 17 agosto 2026, presso la Masseria Frascarosa, sede dell’associazione “Incolto”


Spazio Aperto Salento

Diana Pinzón è un’artista di origine colombiana, dedita all’illustrazione, alla fotografia e al muralismo, che ha assunto negli ultimi anni il nome di Amatista (che in spagnolo significa ametista, dalla varietà violacea del quarzo). La sua ricerca ruota attorno a due direttrici tra loro strettamente connesse: la memoria e il suo luogo d’origine, la città di Bogotà, con la sua storia, i suoi traumi, i suoi cambiamenti, che permangono nei corpi di chi la abita.

È giunta in Puglia, e nello specifico a Martina Franca, con il suo lavoro Los rostros que me habitan (“I volti che mi abitano”), una mostra fotografica già approdata a Fano (al Circolo Artigiana) e a Firenze (alla Casa del Popolo di San Niccolò) negli scorsi mesi. L’occasione è stata una giornata dedicata alla riflessione sul corpo, attraverso un laboratorio gestito dal collettivo di psicologhe e artiste visive “Trama”, l’esposizione stessa e un dj set queer presso la Masseria Frascarosa, dove, da alcuni mesi, ha sede “Incolto”, un’associazione nata con l’intento di costruire pratiche di controcultura, di rivendicare un futuro «in cui i territori rurali e marginali tornino a essere spazi centrali di produzione culturale, innovazione sociale e sperimentazione ecologica». Diverse sono state le iniziative messe in campo sin dallo scorso febbraio, tra musica, laboratori e pratiche artistiche partecipative.

Diana Pinzón

Diana Pinzón

In questo contesto appare particolarmente coerente la scelta di ospitare (da giovedì 13 a lunedì 17 agosto 2026) Diana Pinzón e la sua mostra Los rostros que me habitan, frutto di una vicenda che ha fortemente condizionato la sua esperienza personale prima ancora che artistica e che si intreccia con la storia più recente della Colombia. Il punto di partenza è il 21 novembre 2019, quando una mobilitazione di massa, ossia El Paro Nacional, ha attraversato le strade e le piazze di molte città colombiane per opporsi alle politiche neoliberiste del presidente Iván Duque. Le giornate sono state caratterizzate da repressioni e abusi di potere da parte della polizia, di cui una vittima è stata proprio Diana Pinzón. Torturata da cinque poliziotti, segnata nella memoria da quella «oscurità che ha attraversato – scrive l’artista nel testo introduttivo della mostra – il mio corpo e la mia nazione». Pinzón ha scelto di elaborare il trauma attraverso la pratica artistica, avviando un processo di guarigione e di cura per mezzo dell’autoritratto.

Nei giorni immediatamente successivi alla violenza, ha cominciato a fotografarsi, fissando in camera le ferite e i cambiamenti del suo volto, e così, ogni mese, fino al 2025. «Ogni volto è un frammento di memoria», si legge nel testo, nel quale viene poi precisato che «l’autoritratto cessa di essere un esercizio introspettivo e diventa un atto politico: incarna il dolore, dà nuova dignità alla vittima e rivendica la resistenza».

Alle fotografie, tutte in bianco e nero, sceglie di affiancare il racconto di questo processo, dei sentimenti che sono cambiati, della rabbia individuale e del suo ritrovarsi, interpellando anche il pubblico: «Che cosa ti abita? Quali memorie si riflettono quando ti guardi?».

Il piano personale si intesse con quello politico, con la storia di altre persone: Diana Pinzón si fa volto dei nove giovani bruciati vivi nei Cai (Comandos de Atención Inmediata) di San Mateo il 4 settembre 2020, delle tredici persone uccise a Bogotà dalla polizia nazionale la notte del 9 settembre 2020, in seguito alle proteste scoppiate per l’assassinio dell’avvocato Javier Ordóñez, e del ragazzo diciassettenne scomparso il 5 giugno 2021 a Bogotà e ritrovato morto, con segni di maltrattamento, in un torrente.

Il lavoro di Amatista (nome assunto proprio durante il percorso di elaborazione del trauma) diventa così un atto di guarigione e una pratica di autoriparazione, un archivio di storie nella storia, un’opportunità per rinsaldare la memoria e attribuirle un nuovo valore, trasferendo nella dimensione pubblica una profonda ferita personale e conferendole un portato estetico e simbolico.

Il progetto, presentato al pubblico per la prima volta nel 2023, quando era ancora in itinere, è stato ospitato all’Universidad de los Andes (dove si sono verificati i fatti), all’Universidad Pedagógica Nacional e, con una performance, al Centro de Cultura, Arte y Tradiciones – Uniminuto di Bogotà, per poi giungere quest’estate in Italia e interrogare anche la nostra memoria collettiva, a venticinque anni dai fatti del G8 di Genova.

Diana Pinzón, nell’introdurre Los rostros que me habitan sul suo profilo social, cita la poetessa femminista afroamericana Maya Angelou e fa riferimento al componimento On the Pulse of Morning: «History, despite its wrenching pain/Cannot be unlived, but if faced/With courage, need not be lived again» (La storia, nonostante il suo dolore straziante/Non può essere cancellata, ma se affrontata/Con coraggio, non ha bisogno di essere vissuta di nuovo).

È in questi versi che si condensa il nucleo dell’opera della giovane artista, nel legame inscindibile tra esperienza personale e avvenimenti storici, che abitano insieme le nostre memorie corporali e che, se raccontati o mostrati come in questo caso, possono trasformarsi in uno strumento collettivo per il futuro.

Rosanna Carrieri
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Foto in alto: un momento della performance di Diana Pinzón, legata a Los rostros que me habitan, presso la Casa cultural Uniminuto, Bogotà, settembre 2025. Sotto: alcune immagini dell’allestimento presso “Incolto”, Martina Franca (13-17 agosto 2026)