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Dantedì - 25 Mar 2021

Dante nuovo Ulisse

In occasione del Dantedì e nella ricorrenza del settecentesimo anniversario della morte del Sommo Poeta, un contributo di Pantaleo Palmieri sulla figura e l’opera di Dante Alighieri


Spazio Aperto Salento

C’è un Dante-Ulisse (s’intende l’Ulisse eroe dell’esperienza umana, modello di virtù e saggezza di Cicerone, Orazio, Boezio ecc.; non l’Ulisse imbroglione e consigliere di frodi di Virgilio, Ovidio, Stazio ecc.) e un Dante-anti-Ulisse.

Il primo ad accorgersi del rapporto Dante-Ulisse è il suo primo grande ammiratore e primo biografo Giovanni Boccaccio, il quale nella sua Vita di Dante o Trattatello in laude di Dante, databile 1351-1355, e in seguito più volte ritoccata, scrive: «Non poterono gli amorosi disiri, né le dolenti lagrime, né la sollecitudine casalinga, né la lusinghevole gloria de’ publici ofici, né il miserabile esilio, né la intollerabile povertà giammai con le lor forze rimuovere il nostro Dante dal principale intento, cioè da’ sacri studii». Boccaccio, dunque, identifica Dante con l’Ulisse del canto XXVI dell’Inferno:

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;
ma misi me per l’alto mare aperto. (vv. 94-100)

Sia pure con la precisazione: se Dante ha lo stesso ardore di Ulisse, non è però per divenire esperto del mondo e dei vizi e dei valori di genti diverse, ma per dedicarsi ai «sacri studi», che riecheggiano ovviamente il poema sacro a cui ha posto mano e cielo e terra. Evidentemente Boccaccio, diversamente da tanti commentatori di ieri e di oggi che identificano ogni personaggio come esempio di un peccato, aveva capito che una cosa è la colpa e un’altra cosa è la personalità del singolo individuo: Ulisse, come Farinata, come Brunetto Latini, come i tre fiorentini «ch’ a ben far puoser l’ingegni», come gli spiriti magni del limbo, è un magnanimo.

Il canto di Ulisse è tra i più grandi della Commedia. Ed è quello che più resta in mente anche a chi lo ha letto solo sui banchi di scuola. Io non lo commenterò: chi vuole rinfrescarsi la memoria trova in rete riassunti e commenti soddisfacenti. I più raffinati, digitando su Google video “Canto XXVI dell’Inferno”, possono ascoltare il commento raffinato e affascinante di Sermonti. Io cercherò di mostrare come il XXVI dell’Inferno non è, come si è soliti dire, il canto di Ulisse: è una tappa, la principale, di un filo rosso, o meglio di un elemento strutturale del poema, che va dal I canto dell’Inferno al XXVII del Paradiso. Ecco qui di seguito i momenti in cui questo filo rosso affiora.

1) Ai vv. 25-26 del I canto dell’Inferno Dante, smarrito nella selva oscura, è a un passo dalla morte-dannazione; rianimato dal sorgere del sole, il suo stato d’animo è quello del naufrago che «uscito fuor del pelago a la riva, / si volge a l’acqua perigliosa e guata», consapevole di aver sfiorato «lo passo / che non lasciò già mai persona viva». Non sappiamo se Dante abbia costruito la similitudine sull’episodio di Ulisse che, abbandonata Circe, approda naufrago alla terra dei Feaci. Ma non possiamo non rilevare che al v. 132 del c. XXVI Ulisse indicherà come «l’alto passo» il gesto ardito di superare le Colonne d’Ercole. Il destino umano di entrambi, di Dante smarrito nella selva oscura e di Ulisse giunto alle Colonne d’Ercole, è segnato da una svolta estrema.

2) Sulla piaggia diserta che separa la selva oscura dal dilettoso monte, al tramonto, quando gli animali che sono in terra si apprestano a riposare delle fatiche loro, e il solo Dante s’apparecchia «a sostener la guerra / sì del cammino e sì de la pietate, / che ritrarrà la mente che non erra», il suo animo, che poco prima si era aperto alla speranza, è nuovamente vinto dal dubbio, che umilmente espone a Virgilio: «io non Enea, io non Paulo sono: / me degno a ciò né io né altri crede. // Per che, se del venire io m’abbandono, / temo che la venuta non sia folle» (Inf. II, 32-35). I lemmi folle e follia per Dante indicano un traboccare della magnanimità in eccesso, un pericoloso andare oltre i limiti. Folle è il volo di Ulisse; folle appare a Dante la proposta di Virgilio, ma grazie all’intervento della Grazia, il suo sarà un alto volo (Pd. XXV, 50).

Per sé stessi folle e follia non indicano una colpa. Infatti, chiariamolo subito, Ulisse non è nell’ottava bolgia, quella dei consiglieri di frode, per aver varcato le Colonne d’Ercole, bensì per «l’agguato del caval che fe’ la porta / onde usci de’ Romani il gentil seme»; «perché, morta, / Deidamia ancor si duol d’Achille, / e del Palladio pena vi si porta».

Questi, derivati dal II dell’Eneide e dall’Achillede di Stazio, e non altri, sono i peccati di Ulisse e di Diomede: l’inganno del cavallo di Troia, che determinò la caduta della città e di conseguenza il viaggio di Enea e la fondazione di Roma; l’astuzia con cui fu scoperto Achille, che la madre Teti aveva nascosto, travestito con abiti femminili, tra le figlie di Licomede, re di Sciro, per sottrarlo al suo destino di morte in guerra; e qui egli aveva sedotto Deidamia, che anche ora, nel Limbo, si duole di averla abbandonata; il furto sacrilego della statua di Pallade custodita nella rocca di Troia, furto perpetrato perché si riteneva che la presenza di quel simulacro rendeva imprendibile la città.

3) Siamo alla tappa principale. Il racconto di Ulisse è certamente una pagina epica di straordinaria potenza, ma nei versi che lo precedono e lo introducono il protagonista è Dante. Il canto si apre con la celebre apostrofe: «Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande, / che per mare e per terra batti l’ali, /e per lo ’nferno tuo nome si spande!». La quale apostrofe, se per un verso conclude la rassegna dei ladri fiorentini incontrati nei canti precedenti («Tra li ladron trovai cinque cotali / tuoi cittadini onde mi vien vergogna»), per altro verso, nella previsione di quelle sventure che alla città del Fiore augurano le città vicine già sottomesse, come Prato, nonché quelle che ne temono la politica espansionistica, registra un improvviso intervento in scena: «E se già fosse, non saria per tempo: / così foss’ei, da che pur esser dee! / Ché più mi graverà, com’ più m’attempo»; un intervento non di Dante pellegrino nell’oltretomba, non di Dante autore che racconta il suo viaggio, ma di Dante scrittore. Una terzina che gli antichi commentatori interpretavano: «quanto più invecchio, tanto più mi sarà grave che tardi ad essere soddisfatta la mia ansia di vendetta», e che invece i moderni, cogliendo l’intricato groppo si sentimenti che vi si addensano, spiegano: «più tarda sarà la giusta vendetta, più grande sarà il dolore del poeta, il quale la sa necessaria, la desidera anche, ma è pur sempre figlio della sua città, e vecchio, maggiormente ne sentirà il colpo» (Fubini).

È singolare che Dante ci dica, con esplicito richiamo alla propria esperienza autobiografica, prima la sua reazione allo spettacolo dell’ottava bolgia, e poi ci descriva lo spettacolo stesso: «Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio / Quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi. / E più lo ’ngegno affreno ch’io non soglio, // perché non corra che virtù nol guidi; / sì che, se stella bona [il benigno influsso degli astri] o miglior cosa [la grazia di Dio] / m’ha dato ’l ben, ch’io stesso nol m’invidi [io stesso non me ne privi, facendone cattivo uso]». Prima ancora di dirci che nell’ottava bolgia si punisce il cattivo uso dell’altezza d’ingegno, che è dono di Dio e privilegio concesso a pochi, com’è l’adoperarlo per conseguire con frode il successo proprio o del partito o dello stato, Dante ci dice quale disposizione d’animo abbia destato in lui la terribile visione dell’ottava bolgia e come il ricordo di essa visione continui a tener desta quella stessa disposizione d’animo: ha imparato, lui pure dotato di altezza d’ingegno (lo abbiamo appreso da Cavalcante padre: «Se per altezza d’ingegno vivo ten vai», in un altro grande canto, parimenti connotato dal coinvolgimento personale e diretto di Dante), a muoversi con cautela, con prudenza, senza mai fidare solamente nel proprio ingegno. E ciò, chiosano i commentatori, sia nell’agire politico, perché «Dante nell’esilio diventò un uomo di corte, un negoziatore politico: e il consigliar frodi e ordire inganni sarebbe potuto divenire per lui un peccato professionale, un vizio del mestiere» (d’Ovidio) sia, a maggior ragione, nella speculazione filosofica e in generale nel suo desiderio di conoscenza.

Parimenti singolare e del tutto insolita è l’ansia che ha Dante di parlare con la fiamma cornuta, espressa dalla insistita, letterariamente elaboratissima, preghiera a Virgilio:

“S’ei posson dentro da quelle faville
parlar” diss’io, “maestro, assai ten priego
e ripriego, e che ’l priego vaglia mille,
che non mi facci de l’attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna:
vedi che del desio ver’ lei mi piego”.

Come avverte Chiavacci Leonardi, «è in gioco qualcosa che tocca la sua vita nel profondo, più di ogni altra volta». Tanto forte l’ansia di Dante, che dovrà pregare Virgilio di farsi intermediario: di chiedere «l’un di voi dica / dove, per lui, perduto a morir gissi», ossia, in quale luogo (dove), partito verso l’ignoto senza ritorno (perduto[1]) andò a finire la sua vita (a morir gissi). È improbabile che Dante ignorasse il ritorno di Ulisse a Itaca, sicuramente conosceva la profezia di Tiresia: Ulisse dovrà giungere in un paese i cui abitanti non conoscono il cibo condito col sale, né il mare, né i remi, che sono per le navi le ali; sarà questo il suo ultimo viaggio. In ogni caso Dante ha optato per il viaggio senza nostos, senza ritorno, come sarà anche il suo peregrinare.

Inizia a questo punto, al v. 90, il racconto di Ulisse, che non è il racconto delle sue imprese fraudolente, ma la precisa risposta alla domanda rivolta da Virgilio per conto di Dante: dove a morir gissi; racconto che si protrae fino alla chiusa del canto, al v. 142, senza ombra di vanteria, senza nessuna ventata di orgoglio, ma anche senza nessun indizio di dolore, di rimpianto, di pentimento (l’osservazione, giustissima, è di Francesco Torraca); e sono versi della più alta poesia dantesca, pei quali è manchevole qualsiasi commento.

Ulisse però non sa dove a morir gissi; non sa di essersi spinto sino alla montagna del purgatorio, sulla cui cima è il paradiso terrestre, a guardia del quale, dopo la cacciata di Adamo ed Eva, Dio ha collocato un angelo armato di spada fiammeggiante (Genesi 3, 24). E neppure il lettore, a fine canto, sa cos’è la montagna bruna (si ricordi che la montagna solitaria nell’oceano come sede delle anime espianti è invenzione tutta dantesca): lo scoprirà quando arriverà a leggere il I canto del Purgatorio (Dante non pensava certo a letture desultorie, come quelle in uso nelle nostre scuole). E si tratta di un evidente elemento che ricollega l’avventura di Ulisse alla struttura stessa del poema.

Così come solo nel I canto del Purgatorio, quando Dante può finalmente godere della luce (vv.19-26, tra i più commossi dell’astronomia dantesca) noi apprendiamo quali sono le stelle che illuminano il viaggio di Ulisse: «Tutte le stelle già de l’altro polo / vedea la notte, e ’l nostro tanto basso, / che non surgea fuor del marin suolo» (Inf. XXVI, 127-129); sono infatti le stelle della Croce del Sud, di cui Dante sapeva dall’Almagesto.

4) Quando Catone, nel primo canto del Purgatorio, assolvendo con scrupolo e autorevolezza il suo compito di custode, interroga i due viandanti arrivati dalla «prigione etterna, fuggendo fuor de la profonda notte / che sempre nera fa la valle inferna», Virgilio, guida accorta e premurosa, spiega: «Questi non vide mai l’ultima sera; / ma per la sua follia le fu sì presso, / che molto poco tempo a volger era. (Pg. I, 44-45 e 58-60): Dante non è un dannato, ma a causa del suo traviamento etico ed intellettuale era davvero prossimo a dannarsi, prossimo alla morte spirituale.

Lo stesso Catone, sempre nel I del Purgatorio, consente il transito ai due pellegrini, ma impone i riti del lavacro e dell’umiltà. Per effettuare il rito dell’umiltà i due pellegrini raggiungono il «lito diserto / che mai non vide navicar sue acque / omo che di tornar sia poscia esperto» (Purg. I 130-2), si portano cioè sulla riva di quell’oceano che Ulisse aveva cercato invano di esplorare. Qui, sul lito diserto com’altrui piacque (Purg. I, 133) Virgilio cinge Dante del giunco dell’umiltà, così come com’altrui piacque il mare si chiude sull’avventura di Ulisse e compagni.

5) Il nome di Ulisse compare in Pg XIX 22-24, nel sogno della femmina Balba: «Io volsi Ulisse del suo cammin vago / al canto mio; e qual meco s’ausa / rado s’en parte; sì tutto l’appago»; versi che, in coerenza con la figura dell’Ulisse volitivo dell’ottava bolgia, a mio giudizio non possono essere interpretati: “io distolsi Ulisse dal suo cammino” bensì: attrassi l’attenzione di Ulisse.

6) Al momento di salire dall’ottavo al nono cielo, dal Cielo stellato o delle Stelle fisse al Primo mobile o Cristallino, cioè dall’ultimo dei cieli della storia (e dell’astronomia), quelli in cui gli si sono fatte incontro le anime beate, coi loro ricordi terreni, ai cieli dell’eterno (e della metafisica), dei puri spiriti che non conoscono la corporeità e la morte, Dante – siamo nel XXVII del Paradiso – volge lo sguardo alla terra, che descrive in una solenne terzina:

Sì ch’io vedeva di là da Gade il varco
folle di Ulisse, e di qua presso il lito
nel qual si fece Europa dolce carco. (Pd. XXVII, 82-84)

La terra, l’aiuola che ci fa tanto feroci, gli appare stretta tra due pericoli: la superbia dell’intelletto umano e la concupiscenza della carne, indicate questa col mito classico del rapimento della ninfa Europa e quella col mito di Ulisse inventato, o reinventato, dallo stesso Dante (non più le Colonne d’Ercole, ma il varco folle di Ulisse: è dei poeti cambiar nome alle cose, ai luoghi).

Ed è qui l’altro capo del filo rosso: il Dante-Ulisse nell’inferno ha fatto esperienza del male, nel purgatorio del pentimento, per tutta l’ascesa paradisiaca ha orientato l’ardore del sapere sulle questioni teologiche (i tanti dubbi che lo assillavano); ora, sulla soglia dell’empireo, superato l’esame sulle virtù teologali, fede speranza e carità (meglio: glorificate le grandi virtù con il rito dell’esame), il Dante che si è fatto guidare da Virgilio-Ragione e poi da Beatrice-Teologia, e infine da san Bernardo devoto di Maria-grazia preveniente, la prima delle tre donne che si compiangono del Dante smarrito nella selva oscura, ora è diventato l’anti-Ulisse.

Ulisse è l’eroe della conoscenza. In questo suo ardore è Dante stesso, ma è anche, come ha notato Contini di Francesca, un Dante che l’autore stacca da sé e giudica. Lo chiarisce Chiavacci Leonardi: «Dante lascia in Ulisse qualcosa che è stato gran parte della sua vita, forse la passione che fu in lui più forte: quell’ardore del conoscere, del sapere, segno distintivo della nobiltà dell’uomo, che tuttavia l’uomo non può spingere fino a pretendere di raggiungere con le sue sole forze (la barca di Ulisse, i suoi impotenti remi) la realtà stessa di Dio». Ulisse dunque non poté giungere alla meta perché fece affidamento sulle sole forze della ragione, e fu privo della grazia divina; mentre Dante, nuovo Ulisse, che umilmente si è interrogato circa la sua dignità a intraprendere il viaggio (io non Enea, non Paulo sono), e, consapevole che non si può «volar sanz’ali» (Pd. XXXIII 15), ha scelto di chiedere l’aiuto divino, potrà inoltrarsi in quello stesso mare («Per correr miglior acque alza le vele / omai la navicella del mio ingegno», nell’incipit del Purgatorio; «l’acqua ch’io prendo già mai non si corse», all’inizio del Paradiso, II, 7) e approdare a quella stessa montagna, dalla quale, salendo al cielo, si arriva al fine di tutti i desii.

Pantaleo Palmieri

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[1] Perduto è termine tecnico dell’epopea cavalleresca per indicare i cavalieri senza ritorno.

 

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