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Arte contemporanea - 22 Mar 2021

Studi d’artista al tempo del Covid-19, intervista a Uccio Biondi

Come ha inciso la pandemia sui percorsi creativi? L’incontro con Biondi apre un ciclo di interviste ad artisti salentini


Spazio Aperto Salento

È ormai passato un anno dall’inizio della pandemia e la vita di tutti è profondamente mutata: i tempi e gli spazi quotidiani si sono modificati, con uno spostamento di gran parte delle nostre attività nella dimensione digitale. Gli spostamenti sono bloccati, in una condizione di isolamento e contestuale iperconnessione e l’arte è fruibile solo attraverso gli schermi dei nostri computer.

Per chi lavora con la materialità, abituato alla manualità e in relazione con gli altri, questo cambiamento ha inciso in qualche modo? Un affacciarsi virtuale negli studi degli artisti operanti nel territorio salentino per conoscere le loro sensazioni e i progetti in corso.

Il ciclo di interviste si apre con Uccio Biondi, artista impegnato nella sperimentazione con produzioni visive, installazioni, performances e attività teatrali. Nato a Ceglie Messapica nel 1946, Biondi comincia il suo percorso artistico nel 1973: si dedica alla pittura e alla grafica con taglio figurativo, per poi muoversi verso una ricerca astratto-informale (dalla metà degli anni ’80) e materica (negli anni ’90), sino ad accostarsi anche alla produzione plastica, realizzata con bende gessate. Tema preminente nei suoi lavori è il femminile.

Da Ceglie Messapica, alla formazione a Lecce, all’intensa attività artistica che l’ha portata ad una consolidata collaborazione con la galleria fiorentina Frittelli. Come si è sviluppato il suo percorso artistico tra lo studio collocato a Ceglie e le relazioni con centri del sistema dell’arte contemporanea?

«… Un paese ci vuole non fosse che per il gusto di andarsene via». Questo ci dice Pavese in “La luna e i falò”. Questo invece ho scelto io: vivere in un paese di appena ventimila spiriti dove comunità e rabbia fanno a cazzotti oltre i 320 metri su in collina, alle propaggini della Valle d’Itria. Da qui mi sono portato in un altrove mai conosciuto. Dalla periferia al centro, dal centro alla periferia. Gli studi per fare il maestro elementare a Pontremoli in Toscana e a Taranto danno un senso al mio percorso in Accademia di Belle arti a Lecce. Qui tutto mi scorre in fretta nella novità e mi fa disobbediente verso ciò che fino ad allora sono riuscito ad imparare, studiare e approfondire tra me e me. La curiosità, l’avventura del proporsi sono gli ingredienti forti di una sfida impari con il mondo dell’arte, della cultura. Attraverso l’Italia e anche l’estero allestendo mostre un po’ ovunque. Un via vai per fortuna gradito al pubblico e ad una certa critica militante. È solo all’inizio degli anni Novanta che raffreddo le mie intenzioni di giramondo. Trovo certezze. A Bergamo in una mia personale da Fumagalli incontro e conosco Carlo Frittelli, gallerista dell’omonima galleria a Firenze a cui piace il mio lavoro, rivolto ormai all’astratto concreto e il materico. Mi porta a Firenze e da allora sono onorato di essere accolto tra i suoi artisti. Milano, Parma, Verona, Treviso, Torino, Bologna sono le mie nuove tappe. Aumentano le relazioni e le conoscenze di quel sistema dell’arte che si nutre di proprietà cementate tra curatori, critici, storici dell’arte, galleristi e collezionismo. Il paese e lo studio li vedo come luoghi dell’anima con i silenzi metafisici e la continua ricerca. Il mio lavoro muta pelle e nel ricambio sostituisce le patine precedenti. Si passa a guardare Afro, Vedova, Tàpies e oltre l’oceano Rothko, Rauschenberg, Segal.

La questione meridionale, le sue implicazioni e le problematiche sociali sono temi che tornano con frequenza nella sua produzione sin dai primi lavori pittorici figurativi degli anni ’70. Qual è il ruolo che l’arte può assumere nel mondo contemporaneo e nella risoluzione di questi problemi?

La ferita è ancora aperta, eterna, enciclopedica sin dalla fine dell’800. Il mezzogiorno è ancora sinonimo di arretratezza che la politica non ha mai voluto e saputo risolvere. Troppo il divario tra Nord e Sud, troppa la disoccupazione, la miseria. Il Sud resta poco attrattivo per le imprese e dunque fare economia è un miraggio. Mai si è investito sulle “capacità” della cultura quale asse portante di progresso per creare un habitat pronto alla bellezza, alla legalità, alla conoscenza, all’inclusione. Insomma, l’arte come opportunità ma non effimero contenitore di progetti di localismo per turisti di passaggio. Cartoline per passatempi estivi. L’ignoranza fa alzare solo bandiere bianche verso una resa incondizionata. I miei primi tentativi pittorici e grafici pubblici sono rivolti alle rivendicazioni e alle attese infinite. Semplici affreschi di un mondo contadino infangato nel lavoro dei campi, mentre all’orizzonte l’Italsider di Taranto e la Montecatini di Brindisi aprono alla industrializzazione. Sono figlio di questa terra e ne resto folgorato e legato a vita nonostante le sirene metropolitane di Firenze e Milano, disposte a tenermi con loro. Se poi ti accorgi di avere per tatuaggi nell’anima la calce, il sole, le pareti bianche, i sapori, i profumi, gli odori, il mare, il cielo, la terra fatta di “chiofe” con gli ulivi padri putativi, la natura tutta, allora non puoi che farne un gigantesco ritratto sotto forma di identità e femminilità. La donna e il suo essere mediterranea.

Si inseriscono in questo solco le Monne Terranee, un ciclo di 120 ritratti “al femminile sulla mediterraneità”?

Sì, da qui le “Monne Terranee”, un progetto inclusivo dove si parla una sola lingua, quella della civiltà, dove l’entroterra le acque e le zolle non si dividono ma si accomunano: i 120 volti ritratti lasciano un segno indelebile contro la barbarie e le violenze. Un progetto perdurato per ben sette anni in cui si ritrovano donne scelte col passaparola e sui social. L’arte si può accomodare in poltrona se non trova maniera di fare impresa culturale, se non trova gli spunti per investire. Un Sud e in particolare la nostra Terra d’Otranto offrono poche e rare eccezioni. Si è ancora alla ricerca di possibili congiunzioni tra la fruizione dell’arte col mondo del collezionismo, quello degli imprenditori culturali e il mondo della committenza. Trovo un proliferare di iniziative assai tristi e scontate. E ancora, senza luoghi fisici per poter esporre la propria dimensione e scambiarla con altre, senza competenze illuminanti, senza una visione di investimenti, l’arte è costretta a vivere di solipsismo esasperato e l’artista di solitudine e inadeguatezza. Non c’è inoltre giovanilismo che tenga e freschezza di idee di fronte all’impotenza e all’ignavia della politica e dei portatori di corruttele.

Tra i suoi ultimi lavori figura Ponte del Sol (2019) che attesta, ancora, un’attenzione al soggetto femminile, attraverso lo studio del corpo delle donne, ritratte nude nell’affermazione della propria fisicità. Da ultimo, il suo aggiornamento sui social sull’opera a cui sta lavorando in questo periodo. In quale direzione sta andando questa sua indagine?

Il “femminile” mi è apparso già vent’anni fa. Attraversa varietà sembianti evidenti. Dapprima con le “reincartazioni” (1998/99) in cui ritagli femminili tra particolari di nudità e volti tracimati dai rotocalchi si alternano a materiali vari in una struttura formale rinnovata rispetto al materico e concreto astrattismo precedente. Il “soggetto femminile” diventa visibile e palpabile invece nelle installazioni sotto forma di scultura già col nuovo millennio così come le alto-pitture (mia definizione), in ordine di tempo, l’ultima “Ponte del sol”. Il corpo delle donne prescelte sottrae sensibilità e loro stesse nel calco assumono il protagonismo di una muta verità. È insomma il tentativo di cogliere le peculiarità di una nuova classicità, impura nella forma, poetica e visionaria nei contenuti. Lo stesso avviene per le installazioni intermediali dove corpi gessati, video e oggetti vari si intersecano sino a raggiungere sintesi tematiche molto spesso rivolte ai temi sociali, politici e tragedie che l’uomo e la storia stessa condannano. (“Durch den Kamin” per il Treno della memoria oppure “la Culla delle Albe” del 2017).

E non mi nascondo come si colloca in questo filone?

In ordine di tempo “E non mi nascondo” è l’ultimo progetto pittorico in fieri iniziato due anni fa in cui l’icona di un corpo femminile nudo, non più patinato preso in prestito dai rotocalchi, si mescola e diventa tessera di un mosaico pittorico fatto di materiali vari e di risulta. Qui il corpo delle donne parla della coscienza della propria femminilità e la forza della propria determinazione. Qui le donne sono vere, in una sequenza di scatti fotografici trasportati in digitale ad acqua. Il progetto si nutre di carte preparate a materia di medio formato in cui per l’appunto la fotografia si mischia con il colore e tutto diventa patchwork contemporaneo. L’arte è una componente della coscienza umana e nel momento che approda sul web diventa effimera, un puff sensoriale. I social sono valvole di sapori e odori, di inutili confidenze, di sbadigli pestiferi in cui ci si illude di ritrovarsi in un lago di verità. L’artista con la sua arte ci sta al gioco perverso, anch’io ne sono testimone e a volte protagonista incosciente. Ma è proprio questa incoscienza che espone l’arte alla sua lateralità, ad una alchemica condizione di disagio perché pone confini. Come faccio dunque a tracciare l’orizzonte del mio lavoro quando già io stesso sono un peduncolo di questa esistenza che non concede altro tempo se non quello che ho già addosso?  

Il suo lavoro è cambiato nel corso dell’ultimo anno? Ha risentito delle distanze fisiche e delle chiusure dovute al lockdown?

Assolutamente no. Le ultime “cose pittoriche e plastiche” di fatto sono realizzazioni imbevute di architetture formali tra recuperi vili, scarti e tessere dipinte. Il già citato patchwork. Sono state concepite in questo paradigma di tempo pandemico in cui il virus, protagonista principale di un film da Oscar, si interpone tra noi e la paura, tra l’arte, la cultura e il buio.

Pulsioni. Racconti Dell’Afa – Pretesti di scena Noir, in copertina la «installazione sotto forma di scultura» Sagomato il buio (2003): una raccolta di racconti di un mondo visionario animato da passioni, accompagnati da alcune tavole che riproducono delle opere pittoriche o scultoree. Ci parla di questa sua ultima pubblicazione? Cosa l’ha spinta a dedicarsi anche alla scrittura di racconti brevi?

Il 19 giugno del 2003 alle ore 17,30 circa – è quello che ricordo – sono in terapia intensiva. Mi coglie all’improvviso un inaspettato infarto. Ad Ostuni, in piscina. Corsa negli ospedali di Ostuni, Brindisi e Lecce dove resto ricoverato per qualche giorno. Sono salvo. Il seguito è tristezza e sotterranea depressione. Decido di reagire. Inizio a scrivere qualcosa che poi diventa racconto. Uno, due, tre, quattro e così via. Con la sosta forzata del Covid-19 nel 2020 riprendo gli scritti e li riordino al punto da preparare un manoscritto pronto per la casa editrice che benevola decide autonomamente di pubblicare questo mio primo e ultimo libro. Dico del disagio, dell’amore carnale maledetto, della nudità, femminilità, inquietudine, sesso, odio, della sofferenza mentale, di passioni, dell’estasi. Sono pretesti scenici dal sapore noir pronti per essere dettati per teatro.
Ho fortemente voluto la copertina con l’opera plastica “Stesi gli occhi ho sagomato il buio” del 2003 perché i racconti risentono della calura dell’afa. La stessa postura del corpo, disteso sonnacchioso dormiente è lì a testimoniarlo. “Pulsioni” contiene riprodotte venti tavole tra immagini colte da frame di video di performance, dalla installazione “la Culla delle Albe” e carte tratte dal progetto “E non mi nascondo”.

In questo periodo si sta dedicando anche alla stesura di opere drammaturgiche. Non è una novità, infatti negli anni ha realizzato diverse pièces teatrali, tra cui unadiecicentomille Nerovite (2001-2007) e AFA (2007), per citare quelle scritte e dirette da lei. Ci accenna qualcosa a riguardo del lavoro in fase di produzione?

Non mi sono mai dedicato alla drammaturgia tout court. Ho invece sempre cercato di farmi accompagnare dalla scrittura, così come mi è sempre accaduto in pittura, tra un inserto e un altro nei miei dipinti. Ho scelto uno dei racconti “Anarchiche muffe” di “Pulsioni” per un lavoro performativo che mi auguro di portare in scena in un momento post-pandemico. L’ho manipolato per trarre “LOVE _ monologie noir”. Tutto è al femminile e corre sul filo della visionarietà kantoriana. Il lavoro è una sterzata scenica dove un video, la parola nascosta e poi palesata, le forme plastiche sotto forma di simulacri e le stesse quattro protagoniste Nevi, Kim, La Luna e Tic Tac amplificano la loro forza in una sorta di cabaret del bianco asciutto della vita e del nero fuliggine, cinico come la coscienza della morte. Tutto è essenziale così come la follia portata in altro tempo, in altro spazio. Sarà un bel sentire, sarà un bel vedere. Il teatro come mia seconda pelle è stato sempre per me il luogo performativo, artigianale, autenticamente comunitario. Ho fatto nascere il “teatro della Calce” nel 1982 quasi fosse una sorta di colosseo aperto dove l’aspetto sociale, culturale e politico avevano la dominante sul fare teatro vero e proprio. Le opere teatrali citate nella domanda sono le mie due ultime mise en scène portate a termine dal collettivo “della calce” da me scritte e dirette così come ho avuto il piacere di fare nelle tante rappresentazioni in anni passati.

Rosanna Carrieri

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Foto in alto: Uccio Biondi, Ponte del Sol, 2019, altopittura, grandezza naturale, gesso + materiali vari su tavola, 160x160x28

 

Uccio Biondi, E non mi nascondo, 2019, materiali vari su tela, 100×100

Uccio Biondi, E non mi nascondo, 2019, dittico, altopittura, materiali vari su tela, 100x240x25

Uccio Biondi, E non mi nascondo, 2020, dittico, materiali vari su tela, 100×240

Uccio Biondi, La culla delle Albe, 2017-18, installazione, altopittura 260×180, + 20 maschere in gesso su basamento basculante

 

Guarda il video “La culla delle Albe”

 

Uccio Biondi