L’opera è stata pubblicata nei giorni scorsi. Contiene circa 1776 vecchi vocaboli con traduzioni
«Ai giovani salicesi e alle future generazioni perché possano conoscere il linguaggio dei loro progenitori». Si apre con questa significativa dedica l’ultimo libro curato da Totò Arnesano, autore salentino noto per aver pubblicato, in passato, opere dialettali, importanti anche dal punto di vista dell’obiettivo di recuperare e tutelare aspetti dell’antica cultura locale, sempre più minacciata dal rischio di essere sopraffatta dalle dinamiche travolgenti della modernità.
Tuttora particolarmente ricordata e apprezzata è la sua poesia “Allu Mmamminu”, pubblicata negli anni ’70 in un bollettino parrocchiale ciclostilato della Parrocchia “Santa Maria Assunta” e poi riproposta in veste tipografica nella rivista “Spazio Crsec” (gennaio 1982, pag. 4).
Il nuovo libro di Arnesano, dal titolo “Vocabolario del dialetto salicese” (Amazon Italia Logistica, 2026, pp. 132), è introdotto da un’interessante ed articolata “Prefazione” di Antonio Scandone, docente di lettere e critico letterario. Si tratta di un vero e proprio saggio di linguistica, ben strutturato per fornire ai lettori elementi e “chiavi di lettura”, utili alla comprensione della giusta dimensione culturale, “letteraria” e di “ricerca”, da attribuire all’opera, nata in primo luogo per contribuire alla salvaguardia dell’idioma locale, soprattutto quello del dopoguerra (fino agli anni ’60 del secolo scorso), così come ricordato e “parlato” dall’autore e dai salicesi più anziani.
Arnesano ha raccolto e tradotto circa 1776 termini dialettali, alcuni dei quali pressoché in disuso o addirittura ormai in oblio.
«Questo vocabolario, senza pretesa di completezza né di rigore accademico – spiega Totò Arnesano nella nota introduttiva – vuole rappresentare una semplice raccolta dei vocaboli caratterizzanti il dialetto salentino e, più specificatamente, salicese, che rischiano di scomparire definitivamente dal linguaggio parlato. La pretesa, questa sì, è di tramandare, ai giovani e ai posteri, il linguaggio che è stato dei loro nonni e dei loro avi. Un contributo, quindi, alla conservazione di una parte della storia locale. Volutamente sono stati omessi i termini, seppur di comune utilizzo, che nella loro fonetica sono del tutto simili all’italiano o facilmente intuibili, come ad esempio: fogliu, fimmina, purtune, suštanza, eccetera».
«Quale può essere – scrive Antonio Scandone nella prefazione – la motivazione di fondo che ha spinto Totò a cimentarsi con questa raccolta di termini dialettali salicesi? Semplice. Un’insopprimibile pulsione alla definizione della propria identità, della propria autenticità, del proprio riconoscersi come specificità individuale radicata fin dalla nascita nella nostra realtà territoriale e nella nostra comunità salicese, da un lato. E dall’altro un amore sviscerato per questa terra, questo paese, la sua gente, la sua storia, le tradizioni, le usanze, le ricorrenze aggregative».
Scandone, oltre ad inquadrare l’opera nel panorama dialettale salentino, fornendo anche riferimenti essenziali ad opere “classiche”, prima fra tutte “Viaggio de Leuche a lengua noscia de Rusce”, poemetto scritto tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento da Geronimo Marciano (detto “lu Mommu te Salice”), si sofferma anche su alcune interessanti curiosità e “specificità morfologiche”.
Scrive Scandone: «Scorrendo le pagine (…) si potranno agevolmente scoprire alcune delle caratteristiche fonetiche e morfologiche del nostro dialetto. Quali ad esempio: la scomparsa della V, soprattutto a inizio di parola (es.: volpe > urpe, ventina > intina, volare > ulare, ecc.), ma anche nel corpo del termine, in posizione intervocalica (es.: uva > ua, neve > nie, trovare > truare, ecc.); la commutazione della G- iniziale nel nesso consonantico SC- (es.: gennaio > scinnaru, genero > scienniru, gettare > scittare, ecc.). Ma la G- iniziale si può risolvere anche in R- (es.: grande > ranne, grano > ranu, grosso > ruessu, ecc.). E comunque l’insofferenza del nostro dialetto per la -G- la si riscontra anche nel corpo del termine (es.: maggio > masciu, fagiolo > pasulu, pomeriggio > mirisciu, agio > asciu, ecc.). (…) Ma l’anomalia più vistosa ed esistenzialmente significativa del nostro dialetto la si riscontra nella articolazione dei verbi, nella loro coniugazione, ed è costituita praticamente dalla inesistenza del tempo futuro. Che viene sostituito con varianti circonlocutorie. Ad esempio, per dire “domani partirò” si dice “crai aggiu partire”; “dovrò andare dal medico” > “aggiu scire allu mieticu”. Oppure sostituendo il futuro con il presente indicativo: “mangerò stasera” > “poi mangiu stasira”, “mi metterò la giacca” > “poi me mintu la giacca”, e così via».
Totò Arnesano, nato nel 1941, è stato per molti anni dipendente del Comune di Salice Salentino, in qualità di agente della Polizia municipale (ha svolto anche mansioni di responsabilità dirigenziale). Poeta dialettale e appassionato di cultura e tradizione locale, ha già pubblicato la silloge di poesie dialettali “Chiccare antiche” (Minigraf, 1997), con copertina di Angelo Monte e disegni di Massimo Ligori, nonché la raccolta “Proverbi salicesi” (Minigraf, 2006). Quest’ultima con corredo fotografico e iconografico di Carlo Arnesano. La sua recente opera, “Vocabolario del dialetto salicese”, è disponibile su Amazon Libri.
Rosario Faggiano
© Riproduzione riservata