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Arte contemporanea - 19 Ott 2021

La Banda di Ezechiele, emozioni e suggestioni di un luogo tra “arte e natura”

Nell’agriturismo di “Li Calizzi”, in territorio di Novoli, si ammirano numerose statue dell’artista salentino Leandro. Le opere sono posizionate in perfetta solitudine sul costone più alto di una cava


Spazio Aperto Salento

“ Io uomo comune come tutti escludiamo l’artista
perché non so cosa significa la parola artista…”
Ezechiele Leandro (“Penzieri e Cunti”, 1978)

 

L’agriturismo “Li Calizzi – Arte e Natura” è un’antica villa tra le campagne salentine, posizionata in maniera strategica a pochi km dal mare (Casalabate e Porto Cesareo) e dalla città di Lecce, in territorio di Novoli. Ristrutturata con gusto e in maniera impeccabile (gli interni infatti sono molto curati e ricchi di storia), la sua costruzione è immersa nel verde ed è circondata da uliveti e agrumeti. È veramente un luogo estremamente piacevole, rispettoso dell’ambiente e molto suggestivo.

In questo periodo autunnale la natura qui mostra concretamente i suoi colori, diffonde i suoi profumi lungo il suo portico e sul prato perfettamente curato, le sue piscine, le sue antiche cave dismesse e i suoi splendidi giardini. Un felice evento familiare ci ha permesso di conoscere questo luogo e soprattutto le sue meraviglie. Esso riesce infatti a emozionare e a coinvolgere attraverso un’interazione diretta, in una dimensione in cui uomo, arte e natura s’incontrano effettivamente raggiungendo il giusto equilibrio e riconfigurandone il rapporto con l’uomo stesso.

Ed è proprio in questa atmosfera così magica e irreale che, camminando sul manto erboso della sua antica cava con lo sguardo rivolto verso il cielo ottobrino, all’improvviso si è materializzato nella mia mente, tra fugaci ricordi, come un ologramma, il nome di Ezechiele. Ezechiele Leandro (Lequile 1905 – San Cesario di Lecce 1981), se non lui e solo lui (conosciuto personalmente nel lontano 1978) poteva essere l’autore di quelle statue così numerose che si vedevano posizionate in perfetta solitudine sul costone più alto della cava, sconvolgenti e inconfondibili come tutte le sue opere. Impossibile non riconoscere “il primitivo”, il “visionario” Leandro. Egli infatti è stato un artista unico in tutti i sensi.

Durante la sua esistenza, attraverso una personale ricerca eclettica e complessa e al contempo spontanea e primitiva, realizzò un’infinità di opere grazie all’utilizzo di numerosi linguaggi quali la pittura, il disegno, la scultura, il collage, l’installazione e soprattutto l’assemblaggio, utilizzando oggetti di scarto come ad esempio pezzi di legno, di ferro o di plastica raccolti per strada, rinvenuti nelle discariche e nelle campagne abbandonate.

Brizia Minerva, curatore storico dell’arte presso il Museo Sigismondo Castromediano di Lecce scrive infatti “che la sua visionarietà misteriosa scaturiva da reminiscenze ancestrali e da un misticismo popolare… La sua operatività ipertrofica era organizzata attraverso la sperimentazione e la messa a punto di una considerevole varietà di tecniche, materiali, supporti. Dagli assemblaggi con materiale trovato e oggetti sentimentali che attengono al vissuto, al riuso di ciò che veniva buttato, alle decorazioni di mobili e ceramiche”. E in maniera ancora più incisiva: “Leandro è un rottamaio, raccoglie vecchie ferraglie, ciò che gli altri buttano, scarto egli stesso, abbandonato alla nascita e cresciuto per alcuni anni nel convento francescano di Lequile, cerca di risanare questa ferita riprendendo possesso della materia rifiutata per trasformarla in valore”.

Solo una mente fortemente “Illuminata” poteva ideare la presenza qui di una sua opera (che io sappia poco nota perché per anni non tenuta nella giusta considerazione ed abbandonata all’incuria del tempo) così bella e perfetta e farla rivivere (attentamente e amorevolmente restaurata) nel nostro immaginario. Sicuramente lo è il proprietario, Oscar Marzo Vetrugno, che con l’arte ha avuto in passato un rapporto privilegiato in qualità di sindaco e presidente della Fondazione Focara di Novoli (suo il progetto che ha visto artisti di fama internazionale come Mimmo Paladino, Ugo Nespolo, Jannis kounellis, Hidetoshi Nagasawa onorare con la loro presenza e la loro arte la cittadina novolese).

Visto da vicino, il gruppo scultoreo che nella sua straordinaria originalità, rappresenta una vera e propria “banda musicale in concerto” è ancora più intrigante e suggestivo. Protetto in tutto il suo perimetro da una recinzione ben visibile, è collocato alle spalle di un bellissimo pozzo sempre di Leandro “messo a guardia” con cinque teste antropomorfe sia anteriormente e sia posteriormente, con una laterale sulle due colonne e con una vecchia carrucola da “museo” pendente al centro (“Li pampauddri” che aiutavano a recuperare gli otri e /o i secchi caduti nel pozzo).

L’opera reinterpreta le forme umane dei singoli personaggi con il caratteristico stile artistico di Leandro, attraverso l’assemblaggio (tecnica prediletta) di antichi strumenti musicali con una “malta cementizia” inglobante soprattutto frammenti di piastrelle, mattonelle e altri elementi di recupero (finanche una serie completa di tazzine da caffè) che catturano riflessi di luce.

Spicca tra di loro il maestro concertatore, il “direttore d’orchestra” posto di fronte al gruppo con il suo leggio e su di un piedistallo nelle cui mani di cemento un’esile bacchetta sembra animarsi e volteggiare nell’aria. Sono in tutto ben 14 statue (compreso il direttore d’orchestra) che con i loro sguardi immobili e penetranti dialogano tra loro. Ognuno di essi ha un volto e un’espressione differente in sintonia perfetta con lo strumento che stanno suonando. Tranne uno che porta un antico “elmetto bellico”, tutti gli altri recano sulla testa una vecchia “valvola bianca” a cui un tempo erano legati i fili della corrente elettrica.

Grazie alla pura fantasia e sapienza di Leandro, spuntano tra le loro mani e si riconoscono diverse trombe,  il trombone, i piatti, i tamburi, il clarinetto, una sonagliera. Un’opera veramente immersiva, che ci restituisce per un momento l’avventura artistica e la personalità anche curiosa e inarrestabile di questo artista innestandosi perfettamente nel tessuto naturale e artistico del luogo. Essa inoltre si completa sia con il pozzo (decorato da Leandro con gli stessi materiali) ma soprattutto con la stupefacente cassarmonica dove idealmente questa banda si esibirà, posta a poca distanza sullo splendido prato e che restituisce ancora, attraverso un particolarissimo effetto luminoso dopo il tramonto, la magia di un giorno appena trascorso.

Ma Leandro ai “Calizzi” non è solo questo. Come un vaso di pandora lo si ritrova ancora a tu per tu, percorrendo, tra filari di viti e fichidindia, brevi e solitari sentieri e incontrandolo in altre statue e in altri personaggi. Collocate alcune singolarmente e altre invece in gruppo, sono state realizzate con la stessa tecnica e gli stessi materiali e sono tutte a carattere principalmente religioso, un aspetto fondamentale (il suo rapporto con il sacro), della sua arte e della sua ricerca. Sono anche queste, opere che indubbiamente mettono in scena ancora la sua forte inventiva e la sua creatività. Trovano infatti corpo e forma singole ed elaborate raffigurazioni di episodi religiosi riferiti al dramma della Passione di Cristo lungo un percorso artistico  ben determinato, tra cui si eleva in solitudine una  “Pietà” straordinaria ed estrema, di grande pathos, quasi più un urlo silenzioso, una preghiera fremente nel corpo inanimato, straziante e comunque meravigliosa nella sua azione pietosa per il figlio morto.

Tra il gruppo statuario che è posto invece in un ampio spazio delimitato anch’esso da apposita protezione, a poca distanza da un altro pozzo simile al primo nella forma e nei materiali già descritto, una grande croce domina infine al centro la scena, ergendosi alle spalle del Cristo che porta la sua croce fra spettatori increduli e tragici.

Una mostra permanente dunque in cui opere simili (probabilmente risalenti ai primi anni ’70), così composte e complesse, si possono ammirare solo nella sua casa di San Cesario di Lecce meglio conosciuta come il “Santuario della Pazienza”, costruita tra il 1962 e il 1975 e popolata da pitture arcaiche e da sculture nate dall’assemblaggio, come già detto, di materiali vari. Opere senza tempo, di fantasia e tecnica in un binomio insuperabile in cui spesso una sorregge l’altra, in un luogo “speciale” di valorizzazione dell’ambiente, dell’arte, della cultura e dove ogni cosa ha incredibilmente un’anima.

                                                                                                                    Gilberto Spagnolo
© Riproduzione riservata

 

Foto in alto e in basso: Novoli (Agriturismo “Li Calizzi”),  immagini del gruppo scultoreo dell’astista salentino Ezechiele Leandro

 

 

Copertina e frontespizio del libro “Penzieri e cunti”

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

CASSIANO A. (a cura di), Artisti Salentini dell’Otto e Novecento. La collezione del Museo Provinciale di Lecce, Opera Arte Arti/RR Editrice, Matera 2007.
MADARO L. (a cura di ), Ezechiele Leandro. Storia, immaginario e visioni di un artista babelico, mostra presso la biblioteca del museo di S. Donato, 2018.
MINERVA B., Leandro, l’artista dalla fede visionaria ,in “Quotidiano di Puglia”, Cultura e spettacoli, 17 dicembre 2016.
LEANDRO E., Penzieri e Cunti, Tipolito Greco, Copertino 1978.
TERRAGNO V., Artisti Salentini tra ‘800 e ’900. Dal valore storico al valore di mercato, Moscara Associati Edizioni, Editrice Salentina, Galatina 2015.