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Mesagne/Arte - 10 Set 2022

La “città invisibile” di Massimo Rubino


Spazio Aperto Salento

“Il meglio di Mesagne e non solo”. È il titolo della personale di pittura di Massimo Rubino (in foto) che sarà inaugurata oggi, sabato 10 settembre, alle 19.30, nel Castello di Mesagne. La mostra, promossa col patrocinio del Comune, resterà aperta fino al 23 settembre (lunedì ore 17-22; da martedì a domenica ore 9.30-13/17-22). Di seguito una nota introduttiva all’esposizione, firmata dallo storico dell’arte Paolo Agostino Vetrugno.

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L’osservazione delle opere pittoriche riferibili, in particolare, alla recente produzione (2020-2022) di Massimo Rubino ha il merito di aver riacceso in me l’estraniamento geografico seguito da quello storico che è presente nell’opera Le città invisibili (1972) di Italo Calvino. Infatti, la città di Rubino, mesagnese, pittore autodidatta, fuori dagli schemi accademici, è una «città invisibile», perché alla «città del sogno» subentra la «città della memoria» in un viaggio che lo porta a condividere con un ampio pubblico i suoi desideri, le sue pene, la sua nostalgia.  Le singole opere, infatti, se messe una accanto all’altra, acquistano il ruolo di una sequenza d’immagini essenziali ed incisive di un passato che non c’è più. Non è, né vuole essere, una semplice descrizione topografica di un ambiente caro al pittore, perché carico di sensazioni di un tempo apparentemente indeterminato ed indefinito. Grazie alla memoria, Rubino racconta la propria vicenda esistenziale; riferisce, come un cronista, la verità che ha visto con i propri occhi e che ora, dal ripostiglio della sua anima, ha deciso di svelare a tutti. Sono gli stessi occhi con cui quel mondo comunicava i propri sentimenti ed in quel mondo, secondo gli stati d’animo, quelli occhi si abbassavano o si alzavano.

Con una notazione intimistica il pittore Rubino rievoca e descrive un «tempo» in cui la comunicazione era principalmente fatta di silenziosi sguardi, che anticipavano, se non proprio sostituivano, le parole. Tuttavia, vedremo raramente il volto e gli occhi di pochi personaggi ritratti nelle sue opere, in cui, in un presente atemporale, ci s’immerge gradualmente in una immobilità perpetua ed indefinita. In questo senso, occorre leggere i due innamorati, solitari e ritratti di spalle, che insieme s’incamminano per un sentiero che soltanto la speranza di una felice vita futura può legittimare; oppure l’uomo anziano, raffigurato anch’egli di spalle, mentre con la testa china appoggiandosi ad un bastone cammina a mala pena. Il suo atteggiamento di malinconia, perciò, è più sollecitato nell’immaginato che riprodotto nella realtà, perché non potremo mai conoscere il suo volto, magari colmo di mestizia, che è quello che s’incontra di fronte ad ogni bellezza perduta per l’inevitabile scorrere del tempo.

Utilizzando un collaudato effetto ottico, Rubino pone il fruitore alle spalle dei rari personaggi. Ogni osservatore delle sue opere, infatti, si ritrova nella situazione, sia pure momentaneamente costruita, di fare il loro stesso percorso e di trovarsi immediatamente a ridosso di loro. A ciò si aggiunga che, in gran parte delle sue opere la libertà di un orizzonte aperto lascia il posto all’aria assorta e contemplativa, scandita dal ritmo regolare e lento del tempo della natura. Il rimbombo di un indistinto mormorio della strada di un “centro storico” è assente; non c’è lo schiamazzo stridulo della gioiosa gioventù. Al contrario, è percepibile il ricordo di passi senza rumore degli abitanti che o sono andati via, per scelta obbligata dalla necessità di sopravvivenza, o sono nel numero del naturale ricambio generazionale, in un gioco di partenze, tra emigrazione forzata ed «emigrazione naturale». Le ombre familiari e rapide, diffuse per ogni angolo del luogo natio che Rubino ritrae con minuzia di particolari, hanno, in una percezione sensoriale, un potere evocativo di estraneità e di spaesamento, quando non riaffiora un lontano compiacimento nostalgico, quasi di un Eden perduto. In questo “ritorno doloroso” Rubino scrive con i colori ed affida agli effetti cromatici le sue emozioni. Così, le sue opere diventano appunti di tante pagine di un diario nascosto, adottando pennellate secche e rapide, utilizzate per garantire una qualità percettiva da cui sembra emanare un profondo affannoso sospiro, talvolta profumato dalla maschera placida e impenetrabile della notte. Qua e là, inoltre, emergono anche aspetti piacevoli della vita, magari quando ritrae dei fiori; è allora che il pittore cambia registro, ma è soltanto un mutamento che dura un attimo.

Come un poeta di tradizione classica, che per l’ispirazione chiede spesso aiuto alle Muse ed in particolare a Calliope, così Rubino, da buon discendente del popolo imbevuto di grecità e stanziato tra due mari (Messápioi), senza rivelarlo chiaramente chiede aiuto a Mnemosyne, la madre delle Muse. Ed ancora una volta si rivolge alla madre quando indirizza le sue attenzioni alla Mater ecclesia del centro natio, alla chiesa espressione-simbolo dell’egemonia spirituale di tutti gli altri edifici religiosi che contraddistinguono la popolosa città salentina, ma soprattutto ad una «Chiesa-madre di tutti», dove, nella condivisione devozionale e filiale di una sceneggiatura collettiva della fede, si consumano i riti legati alle tappe più importanti della vita di ogni fedele (nascita-matrimonio-morte).

 

M. Rubino, Porta Grande, 40×30 (2021)

Tra i temi affrontati da Rubino, ricorrente è quello delle Porte: ci sono le porte delle mura della città, quelle delle civili abitazioni, quella monumentale del «Castello», in cui è evidente il richiamo all’ambivalenza dello stesso termine: ianua indica l’ingresso, ma designa anche l’entrata, al pari delle mura di un centro abitato che proteggono ma, al tempo stesso, chiudono e perciò imprigionano. Del resto, come Giano bifronte rappresenta il passato ed il futuro, così l’attraversamento di una porta appartiene ad una scelta di vita che sembra sedurre il pittore in più occasioni, come, ad esempio, quando in mare aperto raffigura il passato ed il presente, simbolicamente espresso da due differenti imbarcazioni datate. Proprio un galeone con le vele spiegate è preso come punto di riferimento per esprimere l’idea della partenza; ancora una volta l’immagine della separazione, di una speranza di una nuova vita, prima di essere frutto di un lontano riferimento letterario. Ogni partenza è una separazione e crea sempre e comunque un cambiamento, spesso un vuoto, quel vuoto che oggi è il protagonista delle strade, dei vicoli, delle piazze della sua città, ritratta deserta, nel cuore della notte. Sembrerebbe una città senza vita se non ci fosse la messa in scena notturna di alcuni angoli illuminati da un lampione, che, almeno per contrasto, fa pensare alla presenza di qualcuno che l’abbia acceso. Ogni nascita, comunque, in natura avviene per separazione; e la vita è una successione di nascite o meglio di ri-nascite quotidiane, tanto che un giorno non è mai uguale ad un altro.

Sorprende la scelta delle dimensioni, in certi casi direi quasi “tascabili”, delle opere che contribuiscono a farle considerare quasi come pagine di memorie segrete o come fogli di un album di ricordi che il pittore, dopo averli gelosamente custoditi, ha deciso di rendere pubblici. È l’infinitamente piccolo che si sposa con l’infinitamente grande: sono le «cose» amate, in ogni caso, incondizionatamente, in cui si è trasferita l’anima immortale dei morti; per cui la piccola pietra modellata dalla natura ed utilizzata nella costruzione di un trullo o di un muretto a secco e quella più grande scolpita dall’uomo, per arredare la facciata di una chiesa o di un monumento, sono le stesse facce di un’unica medaglia, che riaffiorano in questa produzione senza una particolare gerarchia, perché sono le «cose» che acquistano la dimensione di simbolo nell’emozioni del pittore, vissute in un intimo universo dal sapore quasi arcaico, ricco e fatto sempre e comunque di valori positivi.

Ma, più di tutto, sorprende che ogni dipinto, oltre ad un titolo, abbia anche un commento alla stessa opera; e qui si aprirebbe una vasta riflessione sul valore dell’immagine (res) e della parola (verba) nella narrazione. È chiaro, a questo punto, che l’intera produzione di Rubino s’inserisce nel vasto e assai ricco panorama della produzione paesaggistica salentina che, sdoganata dall’arte sacra, nel secolo scorso ha visto come indiscusso protagonista Vincenzo Ciardo, laddove l’artista salentino fa sua, nell’iter pittorico, l’esperienza del paesaggio come stato d’animo. Nel caso di Rubino, tuttavia, non è il riflesso dell’interiorità nella percezione soggettiva e sentimentale, semmai è il riflesso di uno stato d’animo vissuto attraverso il riferimento a luoghi familiari che sono diventati senza più punti di riferimento certi e sicuri, che un tempo erano rappresentati dagli abitanti che in quelle case vivevano, uno accanto all’altro, vicini – chiedendo aiuto al Verga – come le tegole di un tetto che danno l’acqua l’una all’altra. Traspare, perciò, nella produzione di Rubino, quasi come un leitmotiv, il momento sociale, trasferito in quel senso di appartenenza ad una comunità per cui le gioie ed i dolori individuali erano sempre vissuti collettivamente.

Stiamo parlando di un mondo che, per le nuove generazioni, è quasi mitologico, in cui spesso si nasceva e si moriva nel proprio paese senza aver fatto mai un grande viaggio. Era proprio quel mondo che, se si usciva da casa, pretendeva di lasciare la chiave inserita nella toppa della serratura per mostrare la propria incondizionata fiducia verso il vicino, il quale la contraccambiava senza esitazione (oggi siamo evoluti e da «civilizzati» siamo ricchissimi di antifurti); era il tempo in cui i contratti erano verbali e non scritti (anche per il diffuso analfabetismo, che, è bene chiarire una volta per sempre, non era assolutamente ignoranza; tutt’altro) e chi non rispettava i patti, suggellati e firmati dalla parola data, che era sacra, era degno di non essere considerato nella collettività e di non essere ricordato nelle generazioni future, perché ritenuto un uomo «senza fama», una specie di damnatio memoriae, (in-fame da for, faris, lat., ma soprattutto phemí greco). Era quel mondo in cui la vox populi coincideva con la vox Dei.

Quei luoghi per Rubino, suo malgrado, sono diventati non luoghi, perché, ai suoi occhi, non sono più in grado di essere generatori di relazioni. Come un «turista del passato» li vede spenti e privi di energia vitale, legati ad un tempo felice che si identifica con l’adolescenza, ma che inevitabilmente è trascorso, in modo rapido ed inesorabile, come è giusto e naturale che sia. Tuttavia, potrebbe esserci anche un’altra lettura: Rubino da emigrante (questa volta nel tempo e nello spazio, dove «i desideri sono già ricordi») ha deciso di rimpatriare e racconta, come un reporter, cosa ha trovato. Senza farsi tentare dall’intraprendere una rielaborazione della realtà che incontra, in una serena appartata creatività che non è isolamento o chiusura, vuole discretamente dirci che, sotto certi aspetti, ci siamo impoveriti. Ed è in questo, credo, risiede la novità di Rubino, che è, poi, l’insostituibile condizione per narrare e per narrarsi, attraverso una genuina tavolozza con cui, scoprendo nuove relazioni tra elementi già esistenti ed il loro ricordo, vuole suggerirci che la cornice della sua città è rimasta la stessa, ma il quadro è cambiato e soprattutto è opera di un altro autore.

Paolo Agostino Vetrugno
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