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UniSalento/Cedad - 08 Giu 2026

“La Peste Nera della metà del XIV secolo ha innescato una rigenerazione delle foreste”


Spazio Aperto Salento

Dentro il legno di alcune delle querce più vecchie d’Italia (alcune sfiorano il millennio) era nascosta una storia che nessuno aveva ancora saputo leggere. Una storia di morte e rinascita: il crollo demografico causato dalla Peste Nera della metà del XIV secolo ha innescato una rigenerazione massiccia e rapida delle foreste mediterranee, lasciando un’impronta ancora visibile nella struttura di boschi che oggi sopravvivono sull’Isola di Montecristo e nel Massiccio dell’Aspromonte. È quanto emerge da uno studio appena pubblicato su Pnas (Proceedings of the National Academy of Sciences), frutto di una collaborazione internazionale tra l’Università della Tuscia, l’Università di Bologna, il Xishuangbanna Tropical Botanical Garden (Cina) e (per la parte di datazione) il Cedad (Centro di Fisica Applicata, Datazione e Diagnostica) del Dipartimento di Matematica e Fisica “Ennio De Giorgi” dell’Università del Salento.

I dati rivelano un picco sincronizzato di insediamento forestale a partire dall’inizio del 1400: esattamente i decenni successivi alla grande epidemia, quando il crollo di pastorizia, agricoltura e taglio del legname restituì alle foreste il territorio che l’uomo aveva occupato. Determinare l’età di alberi così antichi non è banale: i tronchi sono spesso cavi, degradati, privi di anelli leggibili. I metodi dendrocronologici tradizionali non bastano. Il Cedad ha superato l’ostacolo con la radiodatazione ad altissima precisione su microscopici frammenti di legno interno (una tecnica in cui il laboratorio leccese è oggi riconosciuto come eccellenza assoluta a livello mondiale).

«La mole di dati raccolta in contesti ambientali così differenti, combinata con solidi modelli statistici – spiega Gianluca Quarta, docente di Fisica applicata di UniSalento – ha permesso risultati eccezionali. Tra i risultati più sorprendenti: i lecci sempreverdi di Montecristo hanno raggiunto quasi 950 anni di età, superando di due secoli le stime di longevità massima finora note per le specie mediterranee. E il diametro del tronco, contrariamente all’intuizione comune, non è un indicatore affidabile di età: gli esemplari più longevi sono spesso quelli cresciuti più lentamente, in ambienti impervi e rocciosi. Tutto questo è stato possibile anche grazie al nuovo acceleratore di particelle per la datazione al radiocarbonio recentemente installato presso il Cedad”.

“Questo traguardo – dichiara Lucio Calcagnile, direttore del Cedad – è il coronamento di una strategia di forte potenziamento infrastrutturale sostenuta da importanti finanziamenti regionali, nazionali e internazionali, tra cui il progetto Prp@Ceric-Eric e il progetto Michael della Regione Puglia”.

I professori Quarta e Calcagnile sono co-autori dello studio. Un contributo fondamentale alla tutela dei siti e all’accesso agli esemplari è stato garantito dai Carabinieri Forestali, che gestiscono le riserve in cui questi alberi straordinari si trovano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da comunicato