Storia/Cultura - 06 Giu 2026

Monsignor Faggiano: un soldato, un sacerdote, un patriota

Studio/ricerca della salicese Luisa Mogavero, architetto e storica della Prima Guerra Mondiale


Spazio Aperto Salento

Sebbene nel linguaggio comune siano spesso usati come sinonimi, patriottismo e nazionalismo descrivono in realtà due modi profondamente diversi di intendere il legame con la propria nazione.

Il patriottismo è, per natura, un sentimento affettivo. Deriva dal latino patria (la “terra dei padri”) e rappresenta l’amore per la propria “casa”: un attaccamento a un luogo, a un paesaggio e a un modo di vivere che si considera prezioso per sé, senza però il desiderio di imporlo agli altri.

L’atteggiamento del patriota è inclusivo e costruttivo. Pur nutrendo un forte senso di comunità e rispetto per le istituzioni, il patriota resta un osservatore critico: proprio perché ama il proprio Paese, ne riconosce i difetti e si impegna attivamente per migliorarlo.

Il nazionalismo trasforma l’appartenenza in un principio di supremazia. Esso non si limita all’amore per le proprie radici, ma sostiene il primato della propria nazione sulle altre. Spesso si fonda sull’idea che un popolo sia unito da legami biologici o storici esclusivi, il che genera una visione del mondo basata su etnie e confini rigidi.

Monsignor Eugenio Raffaele Faggiano era sicuramente un patriota. Sebbene a un primo sguardo questo possa sembrare un paradosso per un Passionista, dato che la Regola della Congregazione punta tutto sul distacco dal mondo e sulla contemplazione della Passione1, in realtà, scavando nell’identità passionista, si scopre che il legame con la “Patria” non è un’aggiunta politica, ma una conseguenza diretta del carisma.

Oltre ai tre voti classici (povertà, castità e obbedienza), i Passionisti ne professano un quarto: promuovere la memoria della Passione di Gesù. Per San Paolo della Croce, fondatore dell’ordine, la Passione non è un evento polveroso del passato, ma “la più grande e stupenda opera del divino amore”. Un Passionista non può ignorare le ferite della propria terra (guerre, povertà, ingiustizie sociali) perché vede in esse il prolungamento della Passione. Il patriottismo passionista è, dunque, solidarietà con i crocifissi della propria nazione.

Per un Passionista, l’amor di patria non è mai nazionalismo escludente, ma un’estensione della carità evangelica. La Regola insegna che l’amore per Dio passa inevitabilmente per l’amore del prossimo più vicino. Se la propria nazione soffre, il carisma passionista impone di essere in prima linea, non con le armi, ma con la “sapienza della Croce” che ricostruisce il tessuto morale e sociale di un Paese.

Padre Emidio Orlandi in una pubblicazione del 1915 dal titolo “Parole di Conforto alle famiglie dei Combattenti”2 presenta la Patria come un’estensione naturale della famiglia. Essa è la “madre comune” che raccoglie in sé le memorie, la lingua e la fede dei padri. Per l’autore, amare la Patria è un prolungamento del quarto comandamento («Onora il padre e la madre»); pertanto, il dovere verso la nazione assume una connotazione di sacralità religiosa. Ogni cittadino contrae con la propria terra un debito inalienabile; dalla Patria si riceve tutto: la protezione, la cultura e l’identità. Il sacrificio (anche quello estremo dei combattenti), di conseguenza non è visto come un’imposizione arbitraria, ma come un atto di giustizia e gratitudine dovuto a chi ci ha preceduto e a chi verrà dopo.

Padre Orlandi opera una “cristianizzazione” del patriottismo. Il dolore delle famiglie e il sangue dei soldati vengono paragonati al sacrificio cristiano: la guerra viene letta come una prova che richiede fortezza, l’amore per la Patria è descritto come una virtù cristiana che nobilita l’animo e per le famiglie, il conforto risiede nell’idea che Dio non sia estraneo alla causa nazionale, ma che benedica chi compie il proprio dovere per il bene comune.

Se le parole di Padre Orlandi davano voce alla dottrina, la vita di Padre Eugenio Faggiano ne fu la traduzione pratica, vissuta però attraverso una cifra stilistica personalissima: l’estrema umiltà e la totale assenza di retorica. In monsignor Faggiano, infatti, l’amor di patria non si tradusse mai in atteggiamenti plateali, manifestazioni orgogliose o fiammate nazionalistiche. Al contrario, egli fu un patriota schivo, profondamente riservato, che rifuggiva la visibilità e interpretava il servizio alla nazione come un prolungamento naturale e silenzioso del proprio dovere di cristiano e di religioso.

Il suo ruolo matricolare3 e la sua corrispondenza dal fronte non raccontano gesta epiche cercate per gloria personale, ma la cronaca di un uomo che, con estrema semplicità, ha curato le ferite della sua gente rimanendo sempre un passo indietro, nell’ombra dei reparti di sanità.

Il 9 marzo 1898, pur essendo già uno studente passionista nel pieno del suo percorso spirituale, venne chiamato alle armi per adempiere alla leva militare e non si sottrasse agli obblighi verso lo Stato, venendo collocato nella 11ª Compagnia di Sanità, a Bari, con il ruolo di infermiere.

I tre anni della sua leva furono un periodo di profonda dedizione e di buon esempio offerto ai commilitoni e a quanti lo conobbero, dimostrando come i valori della fede si fondessero perfettamente con lo spirito di servizio verso i cittadini. Di questa condotta esemplare, vissuta sempre con la tipica riservatezza che lo contraddistingueva, vi è traccia nelle diverse testimonianze di benefattori che lo ospitarono da militare a Bari. Durante il servizio ottenne due avanzamenti di grado: il primo il 21 settembre 1899, promosso al grado di Caporale e il secondo l’1 gennaio 1900, promosso al grado di Caporalmaggiore.

Il 22 maggio 1915, ancora prima della dichiarazione ufficiale di guerra, venne ufficialmente richiamato e collocato, sempre nella 11ª Compagnia di Sanità; chiamata a cui rispose prontamente per la difesa della nazione. Riprese la divisa militare e la portò decorosamente e con altissimo senso dell’onore fino al termine del conflitto, senza mai far pesare il suo status di sacerdote o cercare trattamenti di favore.

Il 24 maggio, quindi, si trova già a Bari, territorio dichiarato in stato di guerra, e il 2 giugno è comandato a prestare servizio presso l’Ospedale Militare di Riserva “S. Benedetto” di Brindisi, quale aiutante di sanità.

L’esplosione della corazzata “Benedetto Brin”, avvenuta nel porto di Brindisi, colpì al cuore l’intera nazione; militari e cittadini rimasero scossi dalla dimensione della tragedia. In questo drammatico contesto, lo zelo e il patriottismo di Padre Eugenio si manifestarono non con proclami, ma con l’azione immediata: la sua opera di assistenza fu celebre ed elogiata, distinguendosi come uno dei primi a portare il conforto del suo ministero alle povere vittime. Eppure, lo stile di Padre Eugenio restò schivo: si recava a soccorrere i marinai quasi di nascosto, sottraendo tempo al proprio riposo. In quell’occasione, scrive poche righe frettolose e disadorne alla famiglia, dove la grandezza del suo gesto viene quasi minimizzata dalla sua naturale modestia:

Brindisi 4-10-15

Carissimi genitori, ho ricevuto tuttocciò che mi avete scritto nella lettera, e ve ne ringrazio di cuore. Vi mando quel poco di biancheria sporca che mi trovo. Stamane son partiti più di cento feriti della Nave Benedetto Brin, che andò a fondo oggi fa otto giorni, per continuare medicarsi a Taranto, perché qui gli Ospedali devono stare sgombri. Essi sono stati tutti ricoverati nell’ospedale di Marina, ed i più leggieri nella Croce Rossa: noi non ne abbiamo avuto nessuno. Per un riguardo speciale, sono andato ad assistere quei poveri disgraziati nelle ore libere, facendomi conoscere anche come Sacerdote. È stato davvero un macello; e molti di quelli rimasti feriti non si conoscono per uomini. Parecchi son morti nell’ospedale, ed altri forse ne morranno; ed intanto continuano sempre a pescare cadaveri dal mare, essendo a ciò impiegati i palombari. Mi ricordo bene quando avvenne lo scoppio: stavano per passare la visita. Tutta la terra si scosse, e ci caddero addosso le ragnatele del 2° piano. Fu un terrore: qualche bottiglia cadde e si ruppe; si ruppe anche qualche vetro, e niente più per noi. Attendo ancora la nomina per Cappellano. Grazie a Dio, io sto benissimo di salute, e godo sommamente che voi ancora state bene. Tanti saluti a tutti anche da parte di zio Pietro. Vi bacio la mano e credetemi… in fretta. Vostro Aff.mo figlio Eugenio Pass4.

Il 18 novembre 1915 scrive alla signora Cecilia5 affermando di essere stato richiamato sotto le armi già da sei mesi (quindi a maggio del 1915) e di non potersi lamentare delle sue condizioni generali. Tuttavia, l’impegno logorante e il dolore quotidiano degli ospedali mettono a dura prova la sua resistenza; con estrema trasparenza e senza retorica lascia trapelare questo sacrificio silenzioso, scusandosi perché la “lettera poi è naturalmente sterile, e per verità non ho la testa a posto“. Ciononostante, non venne mai meno al suo dovere. Nella stessa missiva aggiungeva, evidenziando la gratitudine per l’accoglienza ricevuta: “Celebro tutte le mattine ben presto dalle Figlie della Carità, che mi usano davvero tanta carità”.

Grazie alla firma in calce alla lettera, sappiamo che al momento prestava servizio come Aiutante di Sanità con il grado di Caporal Maggiore: “Cap. Maggiore Faggiano Raffaele presso la 11Sez. Sanità  con sede a Palazzo Guerrieri” (struttura in cui era insediato l’Ospedale di Riserva). In questo periodo dimora stabilmente con l’arcivescovo Monsignor Valeri, che lo volle suo ospite nell’episcopio per tutto il tempo della sua permanenza a Brindisi.

Solo l’11 dicembre 1915 riceve ufficialmente la nomina a Cappellano Militare (con decorrenza dal 3 dicembre 1915 come indicato sul foglio personale dell’Ordinariato Militare)6, venendo destinato presso gli Ospedali Militari del Presidio di Brindisi. Il 30 dicembre 1915, in una lettera inviata al Sig. Matteo7, esprime con grande semplicità la sua gioia per aver ricevuto la nomina, non per il prestigio del ruolo, ma perché ha già potuto indossare nuovamente l’abito religioso e, dimorando presso l’Arcivescovo, si sente “quasi in Convento”. Si conquistò la simpatia e la profonda stima di tutti proprio per questo suo modo di fare così umile, riservato e interamente dedito al bene dei soldati ricoverati.

Il suo costante servizio alla Patria si protrasse fino alla conclusione del conflitto. Il 5 dicembre 1918 venne mandato in licenza illimitata e il successivo 31 dicembre giunse il congedo assoluto. A fine guerra, rifuggendo qualsiasi celebrazione pubblica per il servizio prestato, ritornò tra i suoi confratelli con la stessa semplicità con cui era partito, dedicandosi, con umiltà e fervore, ai molti compiti e doveri del suo apostolato.

Il valore morale di quegli anni in divisa rimarrà custodito nel suo cuore come un ricordo intimo e prezioso, privo di vanagloria. Molti anni dopo, in una lettera del 1949 indirizzata a Maria Scarpelli8, Padre Eugenio ricorderà quel periodo con una sintesi perfetta che unisce la commozione del vecchio soldato alla compostezza del sacerdote:

Sono stato a Brindisi pel 50° di Sacerdozio dell’Arcivescovo e per le feste Patronali di S. Teodoro Martire. Sono andato perché insistentemente invitato, e poi ivi nell’altra guerra mondiale avea fatto il Cappellano Militare: quanti ricordi!”. Ricordi per lui, così preziosi da conservare gelosamente, fino alla fine dei suoi giorni, una gavetta che riporta incise a mano date e numeri di matricola risalenti a quei giorni. Il lungo e silenzioso cammino di umiltà e servizio di Padre Eugenio Faggiano conobbe una svolta fondamentale nel 1936, anno in cui fu nominato Vescovo di Cariati. L’umile e schivo Cappellano della Grande Guerra diventa Vescovo e il suo patriottismo, prima vissuto nel silenzio delle retrovie, si fa esplicito, dottrinale e profetico attraverso la forza della sua parola scritta attraverso le sue lettere pastorali e i suoi interventi pubblici.

La cronaca dell’epoca lo ritrae inizialmente in un atteggiamento di complessa convivenza con le istituzioni. Tuttavia, gli storici sottolineano come questo ossequio non fosse un’adesione ideologica, quanto piuttosto una forma di rettitudine istituzionale figlia dei Patti Lateranensi. Faggiano rimase fedele al suo stile: un uomo “umile con gli umili e austero con i potenti”, lontano da ambizioni politiche e fermamente convinto che la Chiesa decidesse restare al di sopra delle parti9. Nel 1939, ad esempio, salì sul treno del Duce in sosta a Cariati per porgere il suo rispettoso saluto, ma l’espressione più alta del suo pensiero si trova nei suoi scritti.

La seconda lettera pastorale del Vescovo Faggiano, datata 22 febbraio 1938, ebbe come tema esplicito proprio “L’amor di patria”10. In essa il presule muove da una prospettiva storica profonda, ricordando come già i popoli antichi avessero trasformato l’attaccamento alla terra in un “culto speciale” e in una forma di “venerazione”. Questa eredità viene presentata come il seme di quel patriottismo cristiano che vede nella nazione una comunità di destino benedetta da Dio.

L’autore celebra con orgoglio il superamento della storica frattura tra Stato e Chiesa attraverso i Patti Lateranensi, grazie ai quali quella che chiama “la patria nostra” (lo Stato italiano) si è finalmente ricongiunta alla Santa Sede. In questo processo, il Vescovo individua una trinità di comando – il Papa, il Re e il Duce – definiti come i supremi “fattori della conciliazione”, capaci di armonizzare il dovere verso Dio con quello verso l’Italia.

L’argomentazione di quel particolare momento storico culmina con la giustificazione della campagna d’Africa (1935-36): nel 1938 il Vescovo definì infatti l’intervento militare non come un atto di forza, bensì come una missione etica, un’impresa di redenzione e di civiltà per quei popoli, quasi a voler dare una veste evangelizzatrice alla conquista. Allo stesso tempo, l’autore non trascura il lato pragmatico, vedendo nella guerra un’imperdibile occasione di “espansione e di benessere per la nostra Patria”. In questa fase, per il Vescovo, l’amor di patria si realizza pienamente nell’Italia che, ritrovata la pace religiosa interna, si proietta all’esterno per portare il proprio ordine nel mondo.

Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, la voce del Vescovo si fece profetica e dolente; nelle sue lettere pastorali il tono mutò radicalmente. Mentre il Paese era immerso nella retorica fascista della potenza, della conquista e dell’odio verso lo straniero, la voce di monsignor Faggiano si levò solitaria per ricordare che la vera grandezza di un popolo non risiede nella sua forza d’urto, ma nella sua tempra morale.

Nel 1940 rifiutò apertamente la logica del conflitto, denunciando l’uso della scienza e della meccanica per fini distruttivi e invocando l’iride luminosa della pace11. Tra le righe dei suoi scritti emersero così gli elementi di un patriottismo puramente etico. Il Vescovo non incitava alla battaglia sui campi di Marte, ma a una guerra interiore: per Faggiano, la guerra non era solo un evento politico, ma la conseguenza di una “profonda crisi spirituale” e di un “affievolimento della fede” che minavano le fondamenta della nazione. Il suo appello a vincere l’egoismo era un invito a rigenerare il tessuto sociale italiano: una nazione forte è, per il presule, una nazione che non ha smarrito i “sani principi della morale pubblica”.

L’elemento patriottico più audace risiede nella sua reinterpretazione del successo nazionale. Faggiano negò fermamente che la gloria dell’Italia potesse passare per la “disfatta completa del nemico”. In una nazione che si preparava a celebrare i trionfi militari, il Vescovo propose una visione alternativa e coraggiosa: la vera vittoria è quella “dello spirito sulla materia, delle ragioni sui sensi”. È un patriottismo della “civiltà” che si oppone alla “meccanica della distruzione”: l’Italia, nella sua visione, dovrebbe aspirare a essere un faro di spirito e fede, rifiutando la logica della distruzione reciproca in nome di una vittoria più alta e trascendente.

Richiamando i fedeli al senso di responsabilità del cittadino, ne condannò l’apatia e la rincorsa alle frivolezze. Egli vide nel disinteresse religioso un pericolo per la tenuta stessa della comunità e il suo grido – “Dio mio dove siamo arrivati!» – fu l’allarme di un pastore che vedeva la propria terra deviare verso un materialismo distruttivo.

Nel 1943, mentre l’Italia era funestata dai bombardamenti anglo-americani e lo Stato vacillava, la voce di Monsignor Faggiano si levò con una forza drammatica senza precedenti. Se nelle lettere del periodo precedente il tono era di cauta analisi, qui il Vescovo di Cariati descrive un’Italia e un’Europa travolte da un “uragano furioso”12. Il suo sguardo non si fermò solo alla “sistematica distruzione di città e monumenti”, ma puntò dritto al cuore della crisi d’identità del popolo italiano.

Emerge in queste pagine un forte elemento di patriottismo culturale: il dolore profondo per la perdita delle “opere d’arte che da secoli hanno formato l’ammirazione di tutti”. Il Vescovo vide nell’annientamento fisico della bellezza storica italiana il segno di un mondo che aveva perso il lume della ragione. Per Faggiano, difendere l’Italia significava innanzitutto difendere ciò che la rendeva unica al mondo – il suo genio artistico e la sua storia – ora calpestati da una guerra di sterminio che superava per crudeltà persino il primo conflitto mondiale da lui vissuto in gioventù.

Il passaggio più dirompente del documento fu il netto rifiuto della logica del capro espiatorio. Di fronte allo sterminio mondiale, ebbe il coraggio di scrivere che i veri colpevoli non erano solo i governi, ma l’umanità stessa che si era “scavata la fossa da sola” attraverso l’egoismo e l’apatia religiosa. Chiamò la nazione a un severo esame di coscienza collettivo, scrivendo: “Voi spesso ve la prendete con gli uomini di governo, sparlate, criticate! (…) I veri colpevoli siamo proprio noi stessi”.

L’autore spostò così il concetto di colpa politica su un piano squisitamente etico-patriottico: l’Italia stava vivendo il suo “caos orribile” perché i cittadini avevano abdicato ai propri valori. La citazione biblica da lui utilizzata, “Incidit in foveam quam fecit” (è caduto nella fossa che ha scavato), fu un monito brutale: la rovina della Patria era l’effetto di una decadenza morale interna, di un’ignoranza religiosa che aveva reso l’uomo schiavo della tecnica.

Faggiano analizzò il paradosso di un’Italia che viveva un “formidabile e sbalorditivo progresso nella meccanica”, ma che si ritrovava spiritualmente analfabeta. Il suo patriottismo si manifestò come un richiamo alla “tradizione viva”: non poteva esserci vera salvezza per la nazione se il progresso scientifico non fosse stato accompagnato da una rinascita dei costumi. Denunciò i “cattolici a modo loro” e l’ipocrisia sociale, vedendo in questa doppiezza la vera causa dell’indebolimento del Paese.

La conclusione di questo scritto del 1943 è un grido che mescola disperazione e speranza patriottica. Come gli Apostoli nella tempesta, il Vescovo invitò gli italiani a gettarsi ai piedi della Croce per invocare una “pace giusta e duratura”. Non si parlava di resa o di vittoria militare, ma di una pacificazione nazionale che partisse dalla conversione del cuore. Monsignor Faggiano non offriva soluzioni politiche, ma indicava una via di ricostruzione nazionale che doveva iniziare prima dell’ultima bomba: la riconquista della dignità morale era l’unico modo per evitare che la Patria precipitasse definitivamente nell’abisso.

Con la caduta del totalitarismo e la fine del conflitto, Faggiano accolse con favore il ritorno alla libertà, pur mantenendo una rigorosa e assoluta neutralità partitica, coerente con il suo stile schivo e superiore alle fazioni. Il 4 giugno del 1944, in una lettera circolare indirizzata ai suoi sacerdoti13, mise chiaramente in guardia il clero dalle tentazioni della militanza politica, scrivendo parole rimaste celebri: “La Chiesa non fa della politica” e “i sacerdoti non debbono appartenere ad alcun partito”.

Nonostante la personale soddisfazione per la vittoria della Democrazia Cristiana nelle storiche elezioni del 1948, che egli vide come l’inizio di un’era nuova per il popolo italiano, il suo sguardo di patriota e di pastore rimase vigile e preoccupato sulle nuove nubi globali. Lo dimostra la sua accorata mobilitazione, nel 1950, contro il “flagello” della guerra di Corea, segno della sua costante avversione a ogni logica di distruzione.

Monsignor Faggiano si spense lasciando l’immagine di un pastore che, fedele alla sua Regola passionista, non cercò mai di esaltare se stesso o di cavalcare i palcoscenici della storia. Si offrì invece come un “teste del Vangelo” in un mondo ferito, rimanendo fino all’ultimo un patriota dell’anima, convinto che solo la vittoria dello spirito sulla materia potesse garantire all’Italia e al mondo una pace giusta e duratura.

Luisa Mogavero
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* Il presente saggio è la versione integrale dell’intervento letto il 3 giugno 2026, a Manduria (Chiesa dell’Immacolata), in occasione della celebrazione del 90° anniversario della consacrazione episcopale del Servo di Dio monsignor Eugenio Raffaele Faggiano

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Luisa Mogavero

Nata a Salice Salentino, Luisa Mogavero vive a Milano dove si è laureata in architettura presso il Politecnico di Milano. Svolge l’attività professionale di Project Manager nel settore dell’edilizia. Esperta nella costruzione e rifunzionalizzazione tecnica di sale cinematografiche, riserva particolare attenzione alla valorizzazione del patrimonio costruito, all’identità dei luoghi e al rapporto tra architettura, territorio e memoria storica. Alla professione affianca da molti anni un’intensa attività di ricerca storica e divulgazione culturale, dedicata soprattutto alla Prima Guerra Mondiale, alle vicende sociali del Novecento e alla memoria collettiva del territorio Salentino. Studiosa di storia sociale e militare, unisce la ricerca d’archivio sui documenti ufficiali allo studio “sul campo” dei luoghi del conflitto. Ha collaborato alla pubblicazione del volume “Torneremo forti e gloriosi. Ricordi della guerra contro l’Austria”, dedicato al diario del cappellano militare don Umberto Lazzari, contribuendo alle ricerche negli archivi civili e militari e curando la ricostruzione biografica del protagonista. Parallelamente all’attività di ricerca, Luisa Mogavero svolge una rilevante opera divulgativa attraverso articoli, approfondimenti storici e contributi giornalistici pubblicati in particolare sulla testata culturale “Spazio Aperto Salento”.

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1 Cfr. Regola della Congregazione della Passione di Gesù Cristo (Passionisti), fondata da San Paolo della Croce.
2 P. Emidio Orlandi, Parole di Conforto alle famiglie dei Combattenti, Stabilimento Tipografico San Giuseppe, Firenze, 1915.
3 Archivio di Stato di Lecce, Ruolo Matricolare di Faggiano Raffaele Arcangelo (Eugenio Faggiano), Distretto di Lecce, matr. 4801 classe 1877.
4 Lettera autografa di Padre Eugenio Faggiano alla famiglia, inviata da Brindisi in data 4 ottobre 1915 a seguito del disastro della corazzata “Benedetto Brin”.
5 Lettera di Padre Eugenio Faggiano indirizzata alla Sig.ra Cecilia, Brindisi, 18 novembre 1915
6 Ordinariato Militare, Foglio personale, decreto di nomina a Cappellano Militare con decorrenza dal 3 dicembre 1915 (notificato l’11 dicembre 1915)
7 Lettera di Padre Eugenio Faggiano al sig. Matteo, datata Brindisi, 30 dicembre 1915.
8 Lettera di Mons. Eugenio Faggiano a Maria Scarpelli, datata 1949
9 F. Liguori – M. Liguori, Mons. Eugenio Raffaele Faggiano, un vescovo della Calabria tra fascismo e democrazia (Cariati, 1936-1956), in “Rivista Storica Calabrese” (Nuova Serie, Anno XXXV, n. 1-2), 2014
10 Mons. Eugenio Faggiano, Lettera Pastorale: L’amor di patria, 22 febbraio 1938
11 Mons. Eugenio Faggiano, Lettera Pastorale: Nella vittoria la pace, Stabilimento tipografico Abramo, Catanzaro, 1940
12 Mons. Eugenio Faggiano, Lettera Pastorale: La nostra salvezza, Stabilimento tipografico Abramo, Catanzaro, 1943
13 Mons. Eugenio Faggiano, Lettera circolare al clero della Diocesi di Cariati, 4 giugno 1944

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