Intervento di Emanuele Fina, "Private Banker Fineco”, esperto in pianificazione patrimoniale e nella gestione di investimenti finanziari e immobiliari
In vista delle prossime elezioni amministrative di Salice Salentino, c’è un tema che meriterebbe di assumere una posizione centrale nel dibattito pubblico. Un tema poco appariscente, ma dal quale dipende una parte importante del futuro economico e sociale della nostra comunità: il progressivo spopolamento e l’invecchiamento della popolazione.
È una delle grandi sfide che l’Italia dovrà affrontare nei prossimi decenni, con conseguenze particolarmente profonde per il Mezzogiorno. Denatalità, allungamento della vita media e migrazione dei giovani stanno modificando gli equilibri demografici, con ripercussioni sulle prospettive di sviluppo dei territori.
Salice Salentino non fa eccezione.
Nel 2001 contavamo 8.862 abitanti. Al 1° gennaio 2026 siamo scesi a 7.549 residenti: 1.313 persone in meno, pari a una contrazione di quasi il 15%.
Ancora più significativa è la composizione della popolazione. L’età media ha raggiunto i 48,8 anni. I residenti con almeno 65 anni sono 2.246, quasi il 30% del totale, mentre i ragazzi fino a 14 anni sono appena 745. In altri termini, per ogni giovane sotto i 15 anni abbiamo più di tre anziani. Nel 2024 si sono registrate soltanto 31 nascite, contro 107 decessi.
Numeri che descrivono una trasformazione profonda, che sarebbe semplicistico attribuire alle responsabilità delle amministrazioni locali. Le cause sono prevalentemente strutturali: denatalità, invecchiamento e migrazione verso territori che offrono maggiori opportunità. Ciò non significa, tuttavia, che le politiche comunali siano irrilevanti.
La diminuzione della popolazione può infatti alimentare un circolo vizioso che coinvolge l’intero sistema economico e sociale.
Ogni famiglia che lascia stabilmente un territorio rappresenta una potenziale riduzione dei consumi e della domanda di beni e servizi. Quando a partire sono soprattutto giovani e famiglie con figli, diminuiscono le iscrizioni scolastiche, si indebolisce il ricambio generazionale e si riducono le prospettive delle attività produttive e commerciali.
Le conseguenze possono estendersi anche al mercato immobiliare. Una popolazione che diminuisce e invecchia tende a esprimere una domanda più debole di abitazioni, mentre l’aumento degli immobili inutilizzati può determinarne il deprezzamento e renderne più difficile la vendita. Un fenomeno che rischia di incidere sul patrimonio delle famiglie, spesso costituito in misura significativa proprio dalla casa.
Meno residenti possono quindi significare meno imprese, servizi più difficili da sostenere e una progressiva riduzione dell’attrattività del territorio. Condizioni che, a loro volta, rischiano di alimentare nuove partenze.
Non si contrasta lo spopolamento soltanto convincendo le persone a tornare. Lo si contrasta innanzitutto riducendo le ragioni che le spingono ad andare via.
È un principio coerente con gli studi dell’OCSE sulle politiche di sviluppo territoriale, che sottolineano l’importanza di intervenire congiuntamente su opportunità economiche, servizi pubblici e qualità della vita.
Ma cosa si potrebbe fare concretamente?
La prima risposta dovrebbe essere la conoscenza. Si potrebbe partire da uno studio socioeconomico del territorio, anche attraverso la collaborazione con università e centri di ricerca, per comprendere le ragioni delle partenze, i bisogni delle famiglie, le difficoltà degli anziani, le potenzialità produttive e il patrimonio immobiliare inutilizzato.
Su queste basi si potrebbe costruire un “Patto per il futuro demografico e sociale di Salice”, con una prospettiva pluriennale, risorse individuate, obiettivi verificabili e risultati misurabili. Non un insieme di promesse ma uno strumento di programmazione capace di orientare le scelte pubbliche e valutare l’efficacia degli interventi.
Occorrerebbe favorire la permanenza delle giovani famiglie attraverso servizi educativi accessibili, politiche abitative, collegamenti efficienti con i luoghi di lavoro e maggiori opportunità economiche. Parallelamente, bisognerebbe valorizzare le vocazioni produttive del territorio, a partire dalla tradizione vitivinicola, sostenendo iniziative capaci di generare occupazione e reddito.
Esperienze sviluppate in altri piccoli Comuni italiani offrono spunti interessanti: spazi di coworking per professionisti e lavoratori da remoto, cooperative di comunità per il recupero e la gestione dei terreni agricoli abbandonati, progetti di ospitalità diffusa attraverso il riutilizzo degli immobili inutilizzati. Modelli che mostrano come le risorse locali possano diventare opportunità economiche, attraverso progettualità credibili e collaborazione tra pubblico e privato.
Un altro obiettivo potrebbe essere migliorare il saldo migratorio, ossia la differenza tra chi arriva e chi lascia il Comune. Anche senza compensare completamente il calo naturale della popolazione, attrarre nuovi residenti e trattenere quelli attuali consentirebbe di rallentare il declino.
Una strategia credibile dovrebbe però dedicare altrettanta attenzione agli anziani.
Con oltre 2.200 residenti ultrasessantacinquenni, le politiche per la terza età non possono essere considerate un settore marginale dei servizi sociali. Assistenza domiciliare, accompagnamento alle visite mediche, contrasto alla solitudine, facilitazione digitale e sostegno alle famiglie con persone fragili rappresentano bisogni concreti, ai quali rispondere attraverso una maggiore integrazione tra Comune, Ambito sociale, servizi sanitari e terzo settore.
Non si tratta soltanto di assistenza. Questi servizi rendono un paese più vivibile, alleggeriscono il carico di cura sulle famiglie e possono favorire un’economia locale legata ai servizi alla persona. Lo sviluppo di un territorio dipende anche dalla qualità delle infrastrutture sociali che rendono possibile la partecipazione alla vita economica.
C’è poi un elemento spesso sottovalutato: la qualità dello spazio pubblico.
Rendere un paese attrattivo non significa soltanto realizzare grandi opere. Significa avere marciapiedi percorribili, illuminazione adeguata, alberature, panchine, aree ombreggiate, percorsi sicuri e luoghi nei quali bambini, giovani e anziani possano incontrarsi.
Si potrebbe immaginare un “Piano dei luoghi di prossimità”, destinato a restituire vivibilità agli spazi del paese durante tutto l’anno, favorendo le relazioni sociali e contrastando l’isolamento.
Anche la cultura dovrebbe essere considerata un servizio permanente e non soltanto un calendario di eventi: luoghi di aggregazione, attività formative, spazi studio e iniziative intergenerazionali.
Le manifestazioni pubbliche hanno certamente un valore culturale, economico e sociale. Ma la qualità di una comunità si misura soprattutto nella quotidianità, nella capacità di rispondere ai bisogni delle persone, anche quando questi sono meno visibili e meno spettacolari.
Ogni proposta dovrebbe naturalmente confrontarsi con le risorse disponibili e con la sostenibilità finanziaria nel tempo, valorizzando anche le opportunità offerte dai finanziamenti regionali, nazionali ed europei. È essenziale distinguere gli investimenti iniziali dai costi permanenti, evitando interventi destinati a esaurirsi con la conclusione dei finanziamenti.
C’è infine una riflessione decisiva.
Le politiche locali possono incidere su alcune cause dello spopolamento ma non possono annullare fenomeni demografici che interessano intere nazioni. Sarebbe quindi poco realistico giudicare il successo di processo complesso esclusivamente dal numero dei residenti.
Un paese può continuare a perdere abitanti e, contemporaneamente, diventare un luogo migliore in cui vivere.
Può avere servizi più efficienti, spazi pubblici più accoglienti, maggiori opportunità per i giovani, famiglie meno sole e anziani meglio assistiti. Può essere una comunità più coesa, capace di valorizzare le proprie risorse e costruire nuove prospettive.
Questo non significa rassegnarsi al declino. Significa riconoscere la complessità del problema e governarne le conseguenze, invece di subirle passivamente.
In questa prospettiva, il Comune non è soltanto un soggetto che distribuisce prestazioni e contributi. Diventa un’istituzione capace di coordinare risorse economiche e sociali, ridurre ostacoli e promuovere opportunità.
Il futuro di Salice non dipenderà soltanto dalla nostra capacità di attrarre nuovi abitanti ma soprattutto dalla capacità di tornare a essere una comunità nella quale valga la pena vivere, lavorare, crescere i propri figli e invecchiare.
È da questa consapevolezza che dovrebbe partire una riflessione seria sul futuro del nostro paese. Perché il compito delle istituzioni locali non è soltanto amministrare ciò che esiste ma contribuire a creare le condizioni affinché una comunità possa continuare ad avere un futuro.
Emanuele Fina
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In foto: Emanuele Fina