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Narrativa/Poesia - 20 Dic 2021

“Storie di ordinaria fragilità”, il nuovo libro di Ninì Urbano: “Una raccolta di emozioni”

Recensione di Antonio Scandone. “Sfogliare le pagine di questo libro è come percorrere le sale di una galleria d’arte, dove ci si sofferma a meditare dinnanzi alle tele più interessanti e più coinvolgenti”


Spazio Aperto Salento

A distanza di appena un anno dalla sua precedente pubblicazione il salicese Ninì Urbano (in foto) ci offre questa ennesima prova di versatilità narrativa. Lo fa con un libro dal suggestivo titolo Storie di ordinaria fragilità, ed una indicazione editoriale in colophon inatteso: “Printed in Great Britain by Amazzon”.

Questa volta, però, il libro si presenta praticamente da solo, perché lo stesso autore ci fornisce, in quarta di copertina, una sintetica ma limpida definizione di ciò che ci sta proponendo: “Semplicemente una raccolta di emozioni (…) Trentasei piccole e brevi emozioni sotto forma di racconto o di poesia”. Che nello specifico si condensano in “esperienze ordinarie, quotidiane, e, di conseguenza non ci sono eroi, né cavalieri armati che si muovono su destrieri. C’è molta vita, però!” Con un giustificato esclamativo che denota l’autenticità del sentimento sotteso a ciascuno dei brani proposti. E la postilla di una avvertenza di percorso: “Qua e là incontrerete solitudine e disincanto e lì percepirete il senso dell’inutilità (insensata!) dello scorrere del tempo, che a volte assale ciascuno di noi; magari altrove vi illuminerà, invece, il barlume di speranza che possa esistere un orizzonte oltre il quale si può scoprire, finalmente, il senso della nostra presenza”.

Tematiche di fondo che, nella loro rappresentazione narrativa, richiamano da vicino alcune formulazioni filosofiche dell’esistenzialismo, sviluppatosi nei decenni tra le due guerre del secolo scorso. In particolare quel filone di pensiero promosso e divulgato dalla concezione filosofica di Karl Jaspers, che si muoveva su una piattaforma di assunti di origine kierkegardiana, a sfondo spiritualistico, religioso e metafisico. Una percezione solo apparentemente contraddittoria, perché se da un lato evocava il rischio dell’inconciliabilità tra lo smarrimento dell’insignificanza esistenziale, e la permanenza della fede in una finalità trascendente, dall’altro rivelava l’anelito alla ricerca della giustificazione della condizione umana, che può trovare un senso solo nella solidarietà tra tutti noi, esseri infelici. Praticamente, gli stessi esiti di pensiero cui era pervenuto, sul limitare della sua esistenza, il percorso poetico del Leopardi della Ginestra.

In effetti, al di là dell’apparente molteplicità delle presenze narrative di questo libro, che solo riduttivamente l’autore ha voluto presentare come “racconti”, in esso si alternano non solo numerose composizioni poetiche, ma anche alcuni brevi saggi di carattere riflessivo condotti su stralci di interventi giornalistici. E tuttavia, il filo conduttore che associa ed unifica ogni proposta contenuta in questa raccolta è costituito, appunto, dal tema della “fragilità”. Che accomuna, come l’autore precisa nella sua Prefazione, “umani, animali, piante, o altre realtà provvisorie”. Una fragilità “francescana”, dunque. Talmente comune e diffusa, anche nelle certezze più dissimulate, da connotarsi, fin dal titolo, con la dimensione dell’ordinarietà. Quasi a voler smitizzare ogni parvenza di illusoria sicurezza e orgogliosa sicumera, per appiattirla sulla comune dimensione dell’umana precarietà. Anzi, della precarietà universale.

È dunque in questa cornice di palpitante sensibilità che Ninì Urbano colloca le sue figure di uomini e di animali, metaforiche e simbolistiche come i soggetti pittorici del Segantini, pur nella loro schiettissima e fotografica tangibilità. Di conseguenza sfogliare le pagine di questo libro è come percorrere le sale di una galleria d’arte, dove ci si sofferma a meditare dinnanzi alle tele più interessanti e più coinvolgenti.

Come mi è capitato di fare, ad iniziare dal piccolo protagonista che compare nel primo brano proposto, Tu ce l’hai un perché? Una prova di bravura rappresentativa che nella sua scansione narrativa fa pensare ad una sorta di montaggio cinematografico, originale ed efficace. Dove, con una scrittura fluida ed accattivante, come quella a cui ci ha abituati il Ninì Urbano migliore, si staglia la sua nitida capacità di figurazione degli ambienti e delle situazioni. Ma questa volta con una dimensione in più, quella psicologica. In stretta attinenza con le circostanze ambientali, con i condizionamenti sociali, e la labirintica macchinosità dei rapporti interpersonali. Una pagina in cui Urbano si muove in punta di penna, ma senza sottrarsi alle problematiche di fondo che si impongono come presupposto quasi deterministico e causale, quelle esistenziali, filosofiche, ontologiche, che investono il senso stesso della vita. Istanze operanti fin dalla più tenera età, come quella del protagonista, quando il subbuglio dei sentimenti e degli affetti, le carenze dei sostegni etici ed emotivi, si traducono in strampalati ed enigmatici comportamenti che solo con un eufemismo si possono definire di eccentricità, ma che nella sostanza sfumano nella generalità del reale. Ed allora la domanda del titolo si riversa, inevitabilmente, in una interpellanza che ciascuno di noi dovrebbe rivolgere verso se stesso.

Condizione che si può riscontrare anche nel successivo racconto intitolato Piero. Dove, con la tecnica del narratore onnisciente, l’autore entra nella mente e nei pensieri di ciascun personaggio, frugandone ogni moto d’animo ed ogni palpito emotivo. È qui che si può rintracciare il primo segmento della sensibilità esistenzialistica di Urbano, preannunciata da quella icastica rappresentazione “Nella mente nulla, nel cuore nulla”. Siamo in piena temperie di incomunicabilità. Una tematica già ampiamente trattata dalla letteratura, dal teatro e dalla cinematografia italiana e internazionale fin dagli anni 30-40 del secolo scorso. L’impaccio di Piero, infatti, e il suo non sapere che fare di fronte al corpo esanime della madre, il desiderio di comportarsi come un personaggio da film, richiama molto da vicino la temperie emotiva che si respira in tutto il romanzo di Moravia Gli indifferenti. Poi ripresa dalla penna di Carlo Cassola, nel suo Taglio del bosco, ma soprattutto ne Un cuore arido. Ciò non toglie che tali temi non si possano riproporre anche ai nostri giorni, ed anche dal nostro conterraneo Ninì Urbano, che li presenta cesellati dal suo stile raffinato e dalla sua fervida immaginazione. Ma in questo racconto compare anche il tema dell’insignificanza, della consapevolezza della propria inutilità, del proprio fallimento. Dunque il tema della emarginazione, della rassegnazione, dell’abbandono di ogni impegno, di ogni progetto di vita. Molto in linea con le tematiche psico-sociali di tanta parte della nostra contemporaneità giovanile.

Sensazioni che si riproducono anche nelle sue prove poetiche, come è il caso di Sono un contadino.  Una composizione semplice, lineare, schietta ed immediata, che è soprattutto una dichiarazione d’amore che sgorga spontanea dalle radici stesse della nostra esistenza e delle nostre antiche ascendenze. Un inno alla natura, o meglio, alla terra, alla campagna, al lavoro dei campi, ai nostri padri salentini. Un inno che sarebbe piaciuto anche al Pascoli. Ed al Carducci del “pio bove” o dell’Idillio maremmano. Compresa l’amarezza delusa e impotente che trapela palpabilmente dagli ultimi versi, che denunciano l’irreversibilità di un andare risoluto e inarrestabile di quel mondo contadino verso un futuro fosco. Come i personaggi della scena finale del film di Buñuel Il fascino discreto della borghesia, che marciano spediti non si sa dove, probabilmente verso il nulla.

Nell’altra poesia, dal titolo Come se non fossimo, colpisce l’attenzione quel verso “Il sole nasce ancora”, che richiama, forse inavvertitamente, il titolo del primo romanzo di Hemingway, Fiesta. The sun also rises (il sole sorge ancora). Ed annuncia l’inspiegabile contraddittorietà del creato nei confronti della sua più problematica creatura, l’uomo. Contraddittorietà che viene esaltata dalla indifferente compresenza del bene e del male, rappresentati rispettivamente dalla involontaria, automatica, ossessivamente ripetitiva e dunque inconsapevole magnificenza della natura, indifferente al destino degli uomini, come enunciava Leopardi nel Dialogo della Natura e di un Islandese, ed il groviglio delle nefandezze di cui è deliberatamente capace l’umanità. Perfettamente in grado di trasformare il mondo in quell’ “atomo opaco del male”, di cui ci parlava il Pascoli.

Il racconto intitolato Venere è invece un bozzetto di acquerello miniaturizzato, fatto di descrizioni sottilmente psicologiche. Il personaggio di Venere risulta costruito in filigrana, con sfumature delicatissime che riescono a coniugare nel lettore il senso dell’estraneità alla emarginazione evocata dal suo sguardo assente, con il moto di umana pietà e di irrefrenabile solidarietà. Una piccola poesia in prosa.

Diversa è la temperie rappresentativa del racconto Salvatore, perché nella breve descrizione di questo inaspettato funerale si respira l’aria della basilarità dell’esistenza umana, della sua intima necessità, della ragione ultima della vita. Qui siamo al nocciolo della questione fondante di ogni filosofia, quello che da sempre, dagli albori della nostra civiltà, da quei passi perduti lungo i chiostri peripatetici degli antichi greci, si è posto ogni ragione pensante, nel vano tentativo di sciogliere il nodo sul significato della propria vita, anzi sul significato della vita, dell’esserci, del perché. Turbamenti profondi che scompaginano alla radice non solo le coscienze più disilluse del razionalismo e del laicismo, ma anche tutti coloro che si ripiegano su se stessi per porsi schiettamente quegli “interrogativi senza risposta, per l’esercizio di una fede a volte stanca e sempre insufficiente”.

Un calligrafismo descrittivo di una levità raffaellita lo riscontriamo anche nell’altra proposta narrativa dal titolo Palloncini bianchi. Nella quale ritorna e si insinua il tarlo corrosivo della riflessione sul significato profondo della vita, sulla sua evanescenza, la sua gratuità. Anche questa è una vera poesia senza versi, un effluvio di sensazioni, emozioni e simbologie trasferite sul lineare pentagramma della prosa. La paragono a qualcuno dei più riusciti acquerelli di Carlo Arnesano, prolifico pittore salicese. Ma questa volta con un tono più deciso di ripiegamento interiore e di pensiero.

E comunque l’uomo non è lasciato solo nello smacco della sua pena esistenziale. A questo “male di vivere” partecipano, montalianamente, anche i diversi aspetti della natura, anche la sorte degli animali, come attestato dal racconto Storie di gatti 1, e dal suo seguito. La vicenda, se non rispondente direttamente ad una personale esperienza biografica dell’autore, si presta molto facilmente ad essere interpretata come tale, perché la rappresentazione è precisa, minuziosa, dettagliata non solo nei particolari fisici, ma anche nei comportamenti dei vari personaggi e soprattutto nella accorata e solidale partecipazione del narratore. Che, raccontando una piccola storia di ordinaria drammaticità, condotta con verve, con brio e spesso con fine ironia, ha tracciato le coordinate di una parabola esistenziale, che nella fattispecie riguarda due poveri gattini, ma che è facilmente universalizzabile. Ne esce fuori il ritratto simbolico della fragilità e della precarietà di ogni esistenza, intesa nella sua cosmica globalità, in senso leopardiano. Ma anche, e forse soprattutto, della sua enigmatica casualità, per cui tutto, nel corso della vita, è appeso ad un filo di coincidenze più o meno fortuite, che ci consentono di procedere nel percorso assegnatoci dal destino. O dalla sorte. O da Dio. O dal caso. E comunque, in un modo o nell’altro, da una forza del tutto indecifrabile nella sua intenzionalità. La “divina indifferenza”. Si tratta, tuttavia, di un brano “felino” molto piacevole. Innanzi tutto per la delicatezza dei sentimenti, umanissimi anche se espressi nei confronti di queste povere bestiole, spesso più sensibili e affettuose di noi “sapiens sapiens”, ma anche per la scioltezza e la scorrevolezza del linguaggio. Che solo apparentemente può sembrare supportato da una fluidità linguistica connaturata alla penna di Urbano, ma che invece presuppone e lascia intravvedere uno studio terminologico, un’applicazione sintattica, una concentrazione elaborativa, una scansione di sequenze, e un’esperienza di letture di notevole spessore. Così come molto ponderata e cesellata è la determinazione dei particolari visivi, spesso di una precisione geometrica, quando si impunta, ad esempio, nella descrizione della configurazione urbanistica della zona in cui è ambientata la vicenda.

E comunque, in questo libro, non mancano anche gli aspetti satirici e graffianti della prolifica versatilità di Urbano. Ne fanno fede i versi de Il paese di arraffa-arraffa, un componimento divertente, coinvolgente, realistico, autobiograficamente vissuto quindi vero, autentico e decisamente suscitatore di giusta indignazione da parte dei lettori che, se docenti o personale scolastico, abbiano assistito, senza prenderne parte, a questo meschino saccheggio delle briciole di emolumenti ministeriali cadute sul sistema scolastico italiano. Molto ben curata la suddivisione metrica in quartine, che sviluppano una facile vena satirica alla maniera di Giovenale (“Facit indignatio versum”), ed una sicura padronanza delle capacità rappresentative.

Nel brano autobiografico Io, adolescente del 78 si evidenziano con nettezza le pregresse esperienze narrative di Urbano, e le sue doti di immedesimazione multipla nella psicologia dei vari personaggi sulla scena. Il trapasso dall’uno all’altro avviene in maniera rapida e naturale, con la stessa multiforme variabilità di un caleidoscopio. L’effetto è raggiunto soprattutto grazie alla immedesimazione linguistica nel dialogo interiore, il “flusso di coscienza”, che asseconda lo stile espressivo di ciascuno dei vari personaggi. Essi si parlano vicendevolmente, ed in maniera anche animata e fortemente mimetica, ma solo nella dimensione di una conversazione virtuale, come se avessero trasferito su una nuvola, in un cloud, il loro pensiero. E poi c’è la riuscitissima trasposizione della personale psicologia dell’autore, e finanche delle sue personali peculiarità espressive (quelle che il De Saussure chiamava la parole, individuale, in contrapposizione a la langue, generale), nel personaggio femminile, con le sue bizze, le sue insofferenze, i suoi scatti tipicamente adolescenziali… e femminili, appunto. L’intero brano si lascia accostare con molta facilità e pertinenza analogica ai temi ed alla prosa de Il giovane Holden, di J.D. Salinger. Ma in versione femminile, e con un tipetto di ragazza più sbarazzino e meno problematico. Che comunque è riuscita a penetrare argutamente nelle ragioni di fondo della “rivoluzione” del 68. Che voleva certamente demolire un mondo, ma per costruirne uno migliore… L’ultima esaltante utopia giovanile che a molti di noi è capitato di vedere, e di vivere, in questo ultimo mezzo secolo di storia.

Molto suggestivo anche il brano intitolato Quando finisce un anno. Esso costituisce la rappresentazione concreta della solitudine e del disincanto. Vi si percepisce tangibilmente l’inutilità insensata dello scorrere del tempo, e probabilmente anche della stessa presenza su questo mondo. Se non fosse per il barlume di speranza che ci possa essere un orizzonte di impalpabilità metafisica oltre il quale si possa scoprire, finalmente, il senso di questa presenza. Un brano nel quale si avverte, di nuovo, l’alitare disilluso della presenza di Leopardi, in particolare del Dialogo tra un venditore d’almanacchi e di un passeggiere. Sta di fatto che con questo racconto Ninì Urbano mi ha fornito degli agevoli strumenti rappresentativi per avvicinarmi a comprendere meglio il senso filosofico dell’esistenzialismo cristiano, che nelle pagine di Jaspers non riuscivo a percepire fino in fondo. Non comprendendo come un credente possa farsi schiacciare dallo scacco dell’insignificanza, che è appannaggio esclusivo solo di chi quell’orizzonte di fede lo ha smarrito di fatto. Anche se in questo racconto della notte di capodanno di Mimmo e Angela non compare se non di sfuggita la presenza della dimensione religiosa, tuttavia è innegabile che un’altra religione, probabilmente più forte e più tenace di quella canonica, è data per loro dalla realtà tangibile e pulsante della loro famiglia, degli affetti, dei ricordi, dei rapporti reciproci, dei contigui percorsi di maturazione. Che, raggruppati tutti insieme in quella notte d’inverno, riescono a scaldare, e a dare un senso più umano alla festa gaudente che impazza fuori dalla finestra.

Infine non si può negare un accenno anche a quel brano di “prosa d’arte” dal titolo Un’alba sul mare. Un pezzo di virtuosismo descrittivo, dove colori, suoni, profumi, vibrazioni sensoriali e fluttuazioni emotive si fondono insieme, per comporre un affresco con i pennelli che può approntare un autentico artista della parola.

Chiudendo l’ultima pagina di questo libro non ci si può sottrarre alla constatazione di aver trovato, in esso, tanti spunti di riflessione, e di condivisione, sulla condizione umana dei giorni nostri. E di averci riscontrato piena consonanza con quanto lo stesso autore ha scritto in riferimento a questi suoi racconti. Che “narrano di ultimi, diseredati, emarginati, solitari, e, almeno nelle mie intenzioni, vogliono dimostrare il personale ripiegamento verso la sofferenza, la miseria, il dolore dell’umanità” (p.142). Nello spirito della più autentica partecipazione al magistero ed alle rinnovate esternazioni di Papa Bergoglio su questi temi, distintamente codificate nelle luminose pagine della Laudato si’, prima, e poi della Fratelli tutti.

Antonio Scandone
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Copertina del libro