Cultura - 26 Set 2026

“Uno sguardo al nostro tempo”

“Riflessione” della scrittrice Maria Tondo, esperta in analisi transazionale


Spazio Aperto Salento

“Lo sguardo di fede ci induce ad uscire ogni giorno incontro al prossimo che abita nella città perché questo sguardo si alimenta nella vicinanza e non tollera la distanza” (Jorge Bergoglio, Buenos Aires, 2011).

Saper leggere il proprio tempo è un dono dei profeti che sanno comprendere i cambiamenti epocali.  E, oggi, occorre il cuore per vedere ciò che gli occhi non vedono. Esso ci permette di passare da una osservazione veloce e superficiale della vita ad una forma di attenzione che facilita la relazione. Allora, capiamo meglio dove sta andando l’umanità e cosa è lecito attendersi dal prossimo futuro.

I mutamenti culturali in atto, in particolare la nuova visione dell’uomo, ci chiedono di gestire la complessità per abbracciarla progressivamente. Essi interrogano la fede e la teologia che devono abbandonare schemi consolidati e partecipare al dibattito pubblico per aiutare l’uomo. Così riusciamo a vedere col cuore il visibile e l’invisibile come una sola cosa.

Io non so contemplare freddamente gli eventi di questo tempo poiché li osservo spesso con coinvolgimento emotivo. Non mi sono estranee le paure e le angosce dei contemporanei con le gioie e speranze che sono anche le mie. Tutto ciò che succede intorno mi appartiene o sollecita una mia risposta almeno verbale.

Quando dialogo con le istanze che modellano la società, spesso, mi sento spaesata. Di fronte ai problemi posti dalla crescente secolarizzazione e scristianizzazione della società posti all’esistenza umana e cristiana non servono soluzioni intellettualistiche a tavolino. Occorre cercare risposte incarnate nelle luci e nelle ombre del pensiero di coloro che affrontano sfide simili.

Il cristiano è chiamato a incarnare in unità di vita l’attività professionale col suo rapporto personale con Dio. Si tratta di piani diversi che si compenetrano nell’esistenza concreta. Il nostro tempo non è una via sulla quale dover procedere come realtà esteriore a noi poiché abita in noi. Noi stessi siamo il nostro tempo che è nostro sangue e anima nostra. Con esso siamo in rapporto come lo siamo con noi stessi e lo amiamo e lodiamo. Noi amiamo la forza di questo tempo e la volontà di assumere la responsabilità delle soluzioni.

La nostra anima non rimane insensibile allo spettacolo dei nuovi valori che cercano di farsi strada e di affermarsi. E proviamo commozione pur avvertendone il lato discutibile poiché ancora restiamo sensibili all’attrattiva del passato.

Occorre, allora, sacrificare con coraggio la nostalgia del passato pur sapendo che i dati delle scienze moderne forniscono solo degli indicatori e gli spiragli sull’avvenire rimangono incerti. E si sente il bisogno di una comprensione più teologica di ciò che sta avvenendo. Noi da cristiani nel mondo dobbiamo osare d’imparare a leggere per capire qualcosa. E dobbiamo vigilare perché il diffuso individualismo o egoismo di massa può scatenare dinamiche regressive e reazionarie.

Il nostro secolo può essere definito il secolo dell’immagine e dell’ottico nel quale la globalizzazione sta producendo uno sguardo generalizzato – un “voyerismo universale” – che ha sostituito lo sguardo individuale della persona nel rapporto con l’esperienza. Basta considerare i valori condivisi per accorgerci che si esaltano le azioni gratificanti della persona vincente ad ogni costo.

E oltre all’immagine, anche i messaggi mediatici esaltano come normale il diritto alla prevaricazione. Dalla mattina alla sera emerge l’individuo che sa fare a meno degli altri e li esclude per affermarsi. L’identità della persona è, spesso, misurata secondo criteri di efficienza, potere e visibilità, e non d’interiorità e di significato che incidono nella vita collettiva. Con l’individualismo prevalgono gli interessi individuali portati all’estremo fino a giungere all’egocentrismo con l’io al centro di tutto ciò che accade.

Di conseguenza è resa nulla la considerazione degli altri con i diversi punti di vista. Allora, questo tempo con le sue contraddizioni ricorre alle immagini per comunicare il messaggio.

IL LINGUAGGIO DELLE IMMAGINI

“La parte migliore della bellezza è quella che nessuna foto può esprimere” (Adelina Dokja). E da questa realtà occorre partire per ripensare i modelli di civiltà in campo sociale, ambientale, culturale, economico-finanziario e sanitario. Così, ci si risveglia dal torpore e si immagina un progetto che condivide la bellezza del silenzio e della parola, l’amore per la vita con i diritti materiali e spirituali. E col soffio dello Spirito si può coltivare un grande “sogno” perché non c’è più distinzione tra possibile e impossibile.

Nell’immagine del vincitore libero dal conflitto interno e dalla debolezza, si allontana la fatica di cercare e di ricominciare. Allora, sono messe in moto le spinte più disinibite per una sopravvivenza come sfida permanente che nega il dubbio, la contrarietà e la contraddizione che, invece, sono parte della persona. E questo crea, specie nel mondo giovanile, la paura di decidere e l’incertezza di fronte alle scelte.

L’eccessiva esaltazione della riuscita ad ogni costo, misurabile in ogni campo solo in termini di visibilità, è divenuta regola di vita che sconfina, spesso, nell’arroganza e in atteggiamenti difensivi o offensivi fino a togliere la vita. Certo, subentra anche il ruolo delle famiglie e delle agenzie educative, dei social e dei media.

Ne deriva un senso di estraneità nei rapporti tra le persone e tra le generazioni che si negano un reciproco sguardo. Molti, pur disponendo di risorse di vario genere, si dichiarano insoddisfatti per le eccessive aspettative di familiari e amici e si isolano manifestando inquietudine e scarso controllo delle emozioni.

Poi, per paura della critica, evitano l’assunzione di responsabilità, convinti di poter influire poco sulle proprie scelte di vita dirette dal mondo esterno. (La scarsa capacità di prendere decisioni libere tocca in particolare le nuove generazioni).

Ci chiediamo se, forse, all’uomo contemporaneo manca “uno sguardo del cuore” che sa vedere e leggere il corredo di una società complessa, frenetica, individualizzata e frammentata. E, tutti presi e trascinati dalla precarietà per tale carenza, dimentichiamo il contesto dove viviamo. Ed è come se davanti ad un quadro ne riusciamo a vedere un solo aspetto fuori del senso della tela.

Senza il gusto di inventare la vita e, sospesi nel dubbio, non sappiamo   gestire i veloci cambiamenti e per che cosa o per chi investire le risorse.

Sorge, allora, la domanda su come sostenere il peso della paura e della solitudine quale naturale parte di noi e come vivere l’euforia collettiva di stare insieme con il peso di piccoli e grandi problemi. Ci chiediamo anche come dire parole di senso nella incomunicabilità di una società incapace di incontri vissuti con sguardi veri e attenti. Si dimentica che la realtà è quella che giace dietro lo sguardo nella profondità degli occhi. “Bisogna modificare urgentemente la scala dei valori dominanti (guadagno, potere, successo, sopraffazione), se non si vuole rischiare una catastrofe” (cfr. Carlo Maria Martini).

Un potere delle scienze sociali è leggere i complessi fenomeni    ricomponendo la frammentarietà della società. Alla luce della metafora esse ci fanno prendere le distanze dal quadro e, a volte, senza farcene cogliere il senso generale. Di conseguenza, viviamo in un nebuloso orizzonte culturale dove sono sempre più labili i riferimenti ad una chiara gerarchia dei valori. Poi, l’insicurezza sul lavoro si aggiunge a una più profonda insicurezza su come è fatto il mondo e su qual è il posto di ciascuno.

Questa visione della crisi come fatto sociale non permette di analizzare il fenomeno in tutti gli aspetti. Occorre, allora, la teologia della speranza in un tempo così travagliato da continui cambiamenti.

La diversità di pensiero, di tradizione, di costumi, di razza, dovrebbe aiutare ad aprire lo sguardo sulla identità perché nel dialogo con l’altro si scopra la propria e l’altrui unicità. E questo aiuta ognuno ad aprirsi all’altro   diverso.

OCCHI NUOVI PER VEDERE

“Il cuore del cristianesimo è scoprire la misericordia di Dio, viverla e riviverla. Ecco un altro atteggiamento cristiano dinanzi all’uomo contemporaneo: comunicare speranza e incoraggiare a vivere” (Michele Giulio Masciarelli).

Osserviamo la realtà che ci circonda e attraverso un piccolo varco con lo sguardo tocchiamo l’angoscia degli occhi che chiedono libertà di essere, di fuggire o di restare. Chi ha di fronte qualcuno con un compito più faticoso del proprio, deve usare bene gli occhi del cuore per affidarsi con la sua fragilità. Poi, saprà decidere se scegliere la strada indicata o una nuova direzione.

Prima d’inoltrarci nello “sguardo cristiano” che sa vedere con “occhi nuovi”, occorre non estraniarci dall’altro che è ciascuno di noi e dal post-moderno che è il tempo in cui viviamo. È urgente pensare al futuro della creazione dentro la Chiesa che accompagna i cambiamenti e li interpreta con sguardo rivolto anche ai tempi escatologici.

Scrutare la realtà con gli occhi di Teilhard De Chardin, teologo e mistico dell’Incarnazione, ci aiuta a capire il senso delle pagine scritte nelle trincee della guerra mondiale.

La sua teologia non è solo attuale, ma appare ancora avanti rispetto alle questioni di oggi. Il pensiero controcorrente del gesuita legge ciò che sta avvenendo e alimenta una teologia della speranza necessaria nel nostro tempo che attraversa un rapido cambiamento epocale su ogni piano e, non per ultimo, ecologico.

La velocità ha portato in molti casi benessere materiale e, a volte, ha accompagnato un tracollo dei valori cristiani. Secondo Zygmunt Bauman il consumismo della post-modernità e i risultati della globalizzazione nella vita con gli effetti principali delle trasformazioni in atto non riguardano tanto l’edonismo diffuso quanto il secolarismo conseguente. Un cambiamento da cui è afflitta l’umanità è la perdita del senso del sacro.

Le trasformazioni in atto segnano un progresso che esclude Dio ed è lecito chiederci se gli sviluppi odierni sono vero progresso o il segno di un umanesimo ateo. Alcuni considerano i progressi “naturali” un contributo al Regno di Dio e prevedono un cammino verso la direzione escatologica dell’alto e in avanti. Se quello a cui assistiamo è un reale progresso, ci chiediamo verso dove stiamo andando. E per la risposta dobbiamo inserire gli avvenimenti storici in una cornice di senso e in un quadro metafisico. Il concetto di attrazione come un polo divino e vertice finale della vicenda umana permette di includere le vicende umane in una vera teologia della storia.

Rimuovendo questo freno intellettuale saremo in grado di avere una visione più ampia e vera del mondo che ci circonda. Sotto questo aspetto ci allontaniamo dai catastrofisti del tempo che di fronte alla degenerazione morale e alle epidemie, al rischio di autodistruzione nucleare, allo sviluppo demografico e al perdurare dei conflitti mettono in discussione l’idea stessa del vero progresso nella storia. La teologia cristiana ci aiuta a comprendere i rapporti che intercorrono fra progresso scientifico e progresso umano nella dinamica delle loro interazioni e nella convergenza.

LA RESPONSABILITÀ DEI CAMBIAMENTI

“Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla” (Martin Luther King).

Di per sé il concetto di progresso non è chiaro, perché indica un miglioramento delle condizioni di vita materiali e spirituali, ma i mezzi attraverso cui si intende realizzarli – la tecnica, la scienza, la politica, l’economia – risultano ambigui a volte. Essi, infatti, rappresentano le forze principali che producono il cambiamento ecologico, ma raccontano un vero cambiamento antropologico.

Occorre, allora, vivere l’incertezza fino a respirarla senza sostituirla alle certezze che continuano ad essere necessarie.

L’uomo dell’età moderna si definiva a partire dalla sua capacità di dominare la natura. L’uomo dell’età post-moderna, invece, ha compreso il pericolo del suo titanismo e ritiene necessario passare dal dominio del mondo all’umiltà cosmica. Potrà, così, comprenderne il senso. Ciò che stiamo subendo è il prezzo e la fase preliminare della nuova umanizzazione che ci fa comprendere i cambiamenti in atto. Allora, le trasformazioni sono condivisibili solo se vanno nella direzione di un processo di unificazione.

L’avvenire celeste e umano genera la solidarietà degli individui mediante l’amore che parte dallo sguardo del cuore. La pressione delle forze planetarie ci costringerà, presto o tardi, a radunarci in una unità umana organizzata che prevede l’avvento dell’Era della Persona.

La vita spirituale non può essere disgiunta dalla vita concreta (biologica, sociale, politica, artistica, ecc.) poiché con l’Incarnazione la salvezza annunciata dal Vangelo non è estranea alla vita umana.

Nella crisi di crescita l’umanità dovrà scegliere tra la fede e la non-fede in un progresso collettivo spirituale della Terra. La convergenza della natura e dello spirito verso Dio è quella dell’universo naturale e personale. E non è esagerato dire oggi che una filosofia globale deve articolarsi attorno a tre assi: la natura, l’essere umano e l’Assoluto.

La scienza senza lo spirito è morta e l’unificazione come convergenza spirituale orientata a Cristo facilita il passaggio della coscienza ad una nuova fase. Più collaboriamo da diversi e più diventiamo solidali. E sbagliamo se pensiamo che il mondo cresce nel rischio perenne di non avere un esito positivo. Il suo divenire si persegue come la salvezza individuale in timore e tremore.

Alla luce dei pericoli e ambiguità degli sviluppi bio-tecnologici attuali il periodo della meccanizzazione non è stato mai così grande e non si può scalare una montagna senza costeggiare un abisso. Si tratta, allora, di un monito profetico per il nostro tempo con i valori di base della libertà di opinione, tolleranza, confronto, sostenibilità poiché la fonte del progresso non è il benessere, ma il più-essere in umanità e socialità.

LA VISIONE DI UN NUOVO FUTURO

“Lo spostamento del punto di vista dal presente al futuro per dare un senso alla storia è un passo molto importante e prezioso” (Zoltán Boldizsár Simon).

Secondo Fratel Sabino Chialà, Priore della Comunità di Bose, all’uomo contemporaneo occorre uno sguardo cristiano che sa studiare l’uomo con incuriosita sapienza antropologica. Poi, occorre chiedersi quale sguardo avere verso le malattie del secolo nella dimensione orizzontale e verticale e della profondità che penetra la terra e per poterla contemplare come l’essere umano la vede e la abita in armonia con lo sguardo degli altri.

Lo sguardo profondo non è uno sguardo che vede solo aspetti belli poiché col discernimento sa leggere l’invisibile.

Nuovo futuro significa nuova storia. La storia orientata al futuro non ha lo scopo di sostituire la comprensione storica attuale, ma di aprire nuovi modi di esplorare la storia come storia moderna incentrata esclusivamente sull’uomo.

La storia che guarda al futuro prevede un futuro in cui il passato ha un significato e produce, allo stesso tempo, un passato in cui il futuro ha un significato. E in riferimento al nostro tempo non bisogna aver paura, ma essere oggettivi, critici, prudenti, pacati, benevoli, miti. Il nostro tempo non va aggredito. “Giustificate il vostro sperare” dice san Pietro nella sua prima Lettera. Si tratta, allora, di ricercare incessantemente i motivi per credere e sperare ricordando che il Vangelo è sempre più grande dei discepoli che lo accolgono e lo diffondono. Ecco, come dalla Parola nasce la proposta di uno sguardo nuovo all’uomo contemporaneo che vive nella società italiana attuale connessa con la situazione socio-culturale.

Alcuni anni fa eravamo all’indomani di una catastrofe come l’Olocausto e oggi viviamo nella prospettiva di una catastrofe futura. E questo è da aggiungere alla cassetta degli attrezzi della storia orientata al futuro e della storia degli eventi e, forse, anche storia multiplanetaria. Di conseguenza, la comprensione storica non si forma all’indomani di esperienze passate, ma ancor più all’inizio di nuove modalità del futuro presentista.  E possiamo riferirlo al nostro tempo.

In tempo di crisi constatiamo che l’Italia è un Paese trasformato da una società della penuria economica ad una società dell’abbondanza fino ad arrivare ad una società dello spreco. E ciò incide profondamente sull’assetto delle famiglie italiane. Sono certamente migliori le condizioni economiche rispetto al passato, anche se la denatalità è un serio problema nel tempo dell’attuale crisi che s’inserisce nelle trasformazioni dell’assetto familiare italiano negli ultimi quaranta o cinquanta anni.

Tale trasformazione ha conosciuto il passaggio da un’Italia con una famiglia di tipo patriarcale numerosa a quella mononucleare di una coppia con uno o due figli. Ecco, il filo rosso della mancanza di un progetto per il futuro nella crisi della natalità con la scomparsa dell’orizzonte magico-religioso e delle ideologie politiche che danno senso al mondo.

La nostra incapacità di pensare un futuro progettato, preparato e costruito è una peculiarità del nostro tempo. E tale appare l’impossibilità strutturale di pensare, decidere e agire.

Il futuro appare buio nell’analisi delle trasformazioni dei tre pilastri delle società occidentali: la famiglia, il lavoro e la politica. Il problema interpella tutti i settori del vivere civile e sociale, politico e religioso.  A questa trasformazione ha contribuito anche l’apporto dei movimenti femministi che hanno affrancato le donne da una sostanziale “schiavitù” della maternità e di altri campi.

L’altro aspetto su cui la crisi ha un impatto violento è l’ambito del lavoro con alti tassi di disoccupazione giovanile registrati soprattutto nel Meridione italiano. E la flessibilità del lavoro e la sua precarietà sono il frutto di politiche economiche attente spesso solo al benessere aziendale e della classe egemonica. Di conseguenza, l’aspetto finanziario dell’economia e la diffusa logica imprenditoriale del lavoro hanno reso le vite più incerte per l’orizzonte progettuale limitato nel tempo. Il terzo e ultimo aspetto su cui la crisi ha prodotto effetti devastanti è il rapporto con le istituzioni e, di conseguenza, la partecipazione politica sempre più rarefatta perché demotivata.

Anche in questo caso sono emersi problemi e vizi presenti nel nostro sistema politico da lunga data. La clientelizzazione e la conseguente corruzione del sistema politico sono solo due delle cause che creano il disinteresse di tante persone verso il sistema politico-amministrativo italiano.  La diffidenza che suscitano le parole: politica, partito e uomini politici, arriva a tingersi di critica e rancore, di ostilità e disimpegno e spesso di lotta. L’impegno politico delle nuove generazioni si è, infatti, configurato nell’ultimo decennio come sempre più scarso, intermittente e superficiale.

La conseguenza di questo disinteresse è l’insorgere di movimenti politici populisti privi di un reale progetto per il futuro del nostro Paese. E dopo queste sottili e laceranti riflessioni ci poniamo una domanda sullo sguardo col quale è osservato questo nostro tempo dalla maggior parte della popolazione.

Forse occorre un quadro unitario della realtà con gli aspetti universali che interrogano il cuore dell’uomo. E occorre, ancora una volta, un’ulteriore riflessione sull’importanza dello sguardo tra memoria e storia a partire dall’esperienza. L’analisi riguarda il fenomeno che legge la realtà alla luce delle vicende presenti.

Vedere è un atto che si compie non solo con lo sguardo perché occorrono gli occhi e il cuore. E, quando entrambi entrano in funzione, non restituiscono una semplice registrazione visiva della realtà nella sua crudezza poiché sono toccati da uno sguardo che coinvolge e genera compassione e desiderio di realizzazione dell’incompiuto.

Davvero, la qualità dello sguardo continua a fare la differenza ieri come oggi. Occorre uno sguardo da lontano e uno sguardo da vicino che tocca la realtà così com’è e ci aiuta a prenderci cura di essa pur nella previsione del nuovo possibile da aggiungere. Così siamo consapevoli della realtà toccata dalla fede in Dio e dalla fede nell’uomo.

Per seguire il nuovo cammino è opportuno ricordare cosa significa “credere” e quali sono le tappe del cammino di fede come adesione ad una nuova prospettiva dell’universo. Occorre scendere nel suo cuore per scoprire il fondo comune di aspirazioni e di luci.

Solo col Vaticano II la Chiesa cattolica ha puntualizzato meglio il concetto di fede come atto di abbandono fiducioso in Dio “prestando l’ossequio dell’intelletto e della volontà e acconsentendo liberamente alla rivelazione data da Lui (D.V. 5). Allora, non c’è fede cristiana viva se non raggiunge e non solleva verso Dio l’uomo nella esperienza di incarnazione e di partecipazione. Solo allora, la bellezza della vita è  resa visibile nello sguardo del cuore che si riflette nel volto di ognuno.

Appare chiaro che lo sguardo è sintesi di quanto accade e si stratifica nel corso della vita e di quanto l’esperienza si costruisce nel modo di vivere. E il cuore fa la sintesi di emozioni e relazioni nell’identità umana capace di cambiare nel dialogo col mondo.

Occorre, allora, mantenere limpido lo sguardo e sereno il cuore in una pausa di silenzio per letture o per la musica nella contemplazione della bellezza del mondo. La contemplazione rallenta i battiti del cuore mentre si gusta con gli occhi la leggerezza del tempo.

Capita, a volte, di non riuscire ad usare il tempo per dedicare attenzione alle persone che amiamo e alle cose e ai nostri ricordi. E ci aiutano le parole di Lucio Anneo Seneca nel “De brevitate vitae”: “Nessuno ti renderà gli anni, nessuno ti restituirà a te stesso; andrà il tempo della vita per la via intrapresa e non tornerà indietro né arresterà il suo corso; non farà rumore, non darà segno della sua velocità: scorrerà in silenzio, non si allungherà per editto di Re o favore di popolo; correrà come è partito dal primo giorno, non farà mai fermate, mai soste. Che avverrà? Tu sei affaccendato, la vita si affretta: e intanto sarà lì la morte, per la quale, tu voglia o no, devi aver tempo”.

Può aiutarci a riflettere su una lunga domanda aperta: secondo me “tenerezza, spazio, incrocio, scambio silenzioso, attimi, parole, guardare, vedere, lasciarsi penetrare, benevolenza, reciprocità, gratuità” sono le note del tempo che scorre inesorabile senza tornare mai indietro e io come le uso con lo sguardo?

Dopo la risposta certamente giungerà la gioia dell’azione d’altri in noi. E l’azione non ha senso se non è inter-azione, consegna di sé a vantaggio di un altro e come rinuncia a restare il proprietario e maestro esclusivo del proprio tempo. Allora, l’unione ha la meglio nella missione della comunità di Chiesa per la quale non conta quanto si vive, ma come si vive.

La domanda sul senso del tempo coincide con la domanda sul senso della vita. La gioia della vita è minacciata dallo scorrere del tempo: la gioia della vita nel tempo a volte non è piena.

Noi viviamo sempre una “parte” della vita come “momenti e istanti”. E se la nostra vita è la somma di tanti attimi slegati fra loro e lo scorrere del tempo non va in alcuna direzione, la vita della persona è “sconclusionata”.

È, però, possibile salvare il tempo della vita dal suo incessante frammentarsi nell’inarrestabile fluire dei giorni. “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna… perché ricevessimo l’adozione a figli” [Gal 4,4].

In un momento predeterminato, un momento nel tempo e del tempo, un momento non fuori del tempo, ma nel tempo, in ciò che noi chiamiamo storia Dio mandò il suo Figlio nella pienezza del tempo che si è caricato di significato.

L’uomo raggiunge il compimento del destino soltanto nell’incontro con Dio nel quale trova la piena realizzazione di sé nella verità rivelata da Cristo. Il tempo corre verso un fatto, accaduto il quale, esso ha raggiunto il suo traguardo. E questo è il punto centrale. E ci può aiutare la poesia di Pablo Neruda nella quale da due sguardi che s’incrociano scaturisce l’energia di “milioni di attimi e di parole”.

Se tu mi guardi con i tuoi occhi

Se tu mi guardi con i tuoi occhi
dai quali mi viene incontro la tenerezza
e se io guardandoti con i miei occhi
ti faccio spazio dentro di me,
in questo incrocio di sguardi
che riassume milioni di attimi e di parole,
in questo scambio silenzioso
che per entrambi è guardare e lasciarsi guardare,
in questo penetrare l’uno nell’altro
nel tempo con benevolenza,
ci è dato tessere la reciprocità di questo amore
e forse la gratuità.

 

Maria Tondo
Scrittrice, esperta in analisi transazionale

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