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Cultura - 24 Apr 2022

L’Obelisco tutto “leccese” in stile egizio costruito per celebrare Ferdinando di Borbone

Sulle quattro facce i simboli dei circondari dell’antica Terra d’Otranto


Spazio Aperto Salento

Più di mezzo secolo fa, l’altezza non ci consentiva di vedere oltre il secondo basamento. E comunque, dell’animale scolpito sulle quattro facce del primo blocco che riuscivamo a toccare con mano, nulla sapevamo. Per vedere oltre e sapere di quella bestia somigliante ad un pesce, abbiamo atteso i tempi del Liceo, e più oltre abbiamo anche compreso, che contrariamente all’idea che ci eravamo fatti, non si trattava di un monumento trafugato.

L’OBELISCO DI LECCE

Quel monumento sul quale giocavamo standocene semplicemente seduti ad osservare le poche auto in transito e la campagna circostante punteggiata di melograni, è l’Obelisco di Porta Napoli. Alto dieci metri, per noi ragazzini con le ginocchia perennemente sbucciate, si fermava all’altezza dell’animale-pesce. Raramente  alzavamo lo sguardo aldisopra, e comunque, i fregi scolpiti sui quadrati delle altre cinque sezioni, e men che mai le iscrizioni in latino, avrebbero potuto rivelarci alcunché.

Oggi che ne sappiamo di più, possiamo intanto dire, che l’animale-pesce è un delfino che azzanna una mezzaluna. La mezzaluna dei turchi che nel Cinquecento terrorizzarono la Terra d’Otranto; e dunque, delfino e mezzaluna, divennero simbolo della sconfitta degli invasori giunti dal mare. Dalla stessa Terra d’Otranto, il delfino che campeggia, con la coda rivolta in alto, su tutte e quattro le facce del primo stadio, venne adottato come emblema. E tale funzione ha continuato ad avere, da quando a tale definizione geografica, è subentrata quella della Provincia di Lecce.

Le sedici facce delle quattro sezioni superiori, sono ricche di bassorilievi e di iscrizioni. Fra le prime, in risalto sono gli stemmi dei Circondari in cui un tempo si divideva il Tacco d’Italia: la lupa per Lecce, l’antica Lupiae; il cervo per Brindisi, la romana Brundisium; lo scorpione per Taranto, già regina della Magna Grecia, ed il gallo per Gallipoli, la città bella. Delle seconde, spiccano i riferimenti alle popolazioni che quei Circondari abitarono: i mesapii (messapi), i salentini, ed i leggendari cretenses (cretesi). E ve n’è una che accenna pure al più orientale fra i nuclei abitati: Hydrvntum (Otranto).

Sull’ultimo stadio, il più piccolo, dell’Obelisco concepito come una piramide, si staglia invece la Costellazione Celeste del Leone. Accanto alla fiera, si notano otto stelle ed accenni di grano, olivo ed uva. Che in considerazione del riferimento temporale di quel segno zodiacale compreso fra il 23 luglio ed il 22 agosto, quasi certamente fanno riferimento al periodo di maturazione e raccolta, proprio di grano, olive ed uva.

LA VERA ORIGINE

Con l’Egitto ed i suoi fantastici Obelischi illustrati con la scrittura geroglifica, dunque, la stele leccese non ha nulla a che vedere. Nel senso che, come gli egizi disseminati a Roma (per tutti il “Vaticano” di 25 metri, 40 con la base e la croce in alto, prelevato nel 37 a.C. dall’imperatore Caligola), non proviene dalla Terra del Nilo.

A quei monumenti che al pari delle Piramidi, continuano a meravigliare il mondo, tuttavia, doveva ispirarsi, almeno nelle intenzioni, chi decise di farlo erigere. Per abbellire l’area acquitrinosa che si apriva fuori Porta Napoli, quest’ultima realizzata nel 1548 a ridosso delle mura cinquecentesche, in vista dell’arrivo dell’imperatore Carlo V, che in realtà, a Lecce non si fece mai vedere, e per celebrare l’arrivo di un altro monarca: Ferdinando di Borbone (1751-1825).

Il progetto dell’Obelisco leccese, venne affidato a Luigi Cepolla di San Cesario, e la costruzione, in pietra leccese, allo scultore di Muro Leccese, Vito Carluccio. Al primo, avvocato professore di Diritto all’Università di Napoli, nonché latinista e grecista, si devono anche i disegni e le epigrafi, compresa quella per immortalare la visita del regnante Borbone, coadiuvato, almeno stando allo storico Pietro Palumbo (1839-1915), dall’arcivescovo di Napoli, Angelo Antonio Scotti (1786-1845), valente paleografo, e dal vescovo di Pozzuoli, Carlo Maria Rosini (1748-1836), che fu pure raffinato filologo.

L’OBELISCO NERO

Quando venne realizzato, nel 1822, del giallo dorato della pietra leccese, non aveva il colore. Per farlo somigliare agli egizi, buona parte dei quali, lungo le rive del Nilo, da Luxor a Karnak, erano fatti di basalto, lo dipinsero di nero, che di quella pietra è una delle peculiarità. Chi aveva maturato la scelta, non aveva però fatto i conti con la pioggia. Il primo acquazzone, infatti, lo sbiancò, ed il giallo del tufo tornò a prendere il sopravvento.

Un altro incidente, caratterizzò inoltre la sua nascita, che in realtà, tale divenne, nel senso della completezza, solo vent’anni dopo, nel 1842, allorché venne ultimata l’ultima decorazione. L’inizio dell’Ottocento, in Italia era epoca di moti rivoluzionari, di Risorgimento, ed anche a Lecce, c’era chi non perdeva occasione per osteggiare i regnanti blasonati. In segno di protesta contro l’arrivo di Ferdinando di Borbone, consapevoli che l’Obelisco stava nascendo per celebrare la sua venuta in città, nottetempo, i  seguaci della Carboneria rubavano i blocchi di pietra, rimandandone così l’erezione.

Per tornare al cambio di colore, se nero fosse rimasto, oggi le coppie di sposi che si fanno immortalare al suo cospetto, non lo inserirebbero certo fra le mete da indicare ai fotografi al seguito. A parte qualche turista, sono le uniche, che ad esso si avvicinano salendo i quattro gradoni del primo basamento. A tutti gli altri, tale piacere è di fatto negato. Posto al centro del quadrivio che include piazza Gino Rizzo e le tre trafficate, di giorno e di notte, vie D’Aurio, Calasso e Degli Studenti, ormai funge da Rotatoria, e le auto e non più i pedoni, regnano sovrane.

Impegnati alla guida fra code, segnali stradali da rispettare e mete da raggiungere, probabilmente, gli automobilisti neppure lo guardano, e poco o forse niente sanno del delfino azzannante e degli stemmi degli antichi Circondari. E come noi da ragazzini, forse pensano che sia davvero egizio, e che dall’Egitto sia stato trafugato.

IL SECONDO DI PUGLIA

L’Obelisco di Lecce è il secondo dell’intera Regione. Di torri e campanili, la Puglia in generale ed il Salento in particolare, sono pieni. Ma gli Obelischi sono soltanto due. Il primo, perché costruito prima del leccese, si trova a Bitonto. Realizzato in tufo e rivestito in marmo bianco, è alto 19 metri, e campeggia in piazza 26 maggio 1734. La data è la stessa dell’inizio dei lavori, che vennero completati appena un anno dopo, e la stessa dell’evento che ne determinò la nascita.

A maggio di quell’anno, a Bitonto venne combattuta la battaglia fra l’esercito spagnolo di re Filippo V, e l’esercito austriaco guidato dal principe di Belmonte, Antonio Pignatelli, e dal conte di Traun. La vittoria arrise al primo, e portò al dominio dei Borboni sul Regno di Napoli.

L’Obelisco di Bitonto è detto “Carolino”, in onore del figlio di re Filippo V, Carlo III, che guidò l’esercito vittorioso. Sui lati della stele, fra le altre, si trovano le epigrafi dedicate allo stesso Carlo III ed al padre, nonché alla celebre battaglia.

Toti Bellone
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Foto in alto: Il sole tramonta dietro l’antica stele in stile egizio (© T.B.)

 

Il delfino che azzanna la mezzaluna turca (© T.B.)

Un particolare del basamento in pietra leccese (© T.B.)

Due dei quattro “pesuli” che circondano il monumento (© T.B.)

 

L’Obelisco con alle spalle Porta Napoli (© T.B.)

L’Obelisco visto da Porta Napoli (© T.B.)

L’Obelisco di Bitonto