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Romanzo - 16 Feb 2021

“L’estate della Real Fondi”: una storia edificante e lieve

Il nuovo romanzo di Ninì Urbanooffre raffigurazioni comportamentali e palpitazioni emotive di una stagione irreversibilmente perduta”


Spazio Aperto Salento

Quest’ultima proposta narrativa di Ninì Urbano, L’estate della Real Fondi (Self – publishing, 2021, pagine 152), già disponibile su Amazon, è un romanzo che proietta sullo schermo della nostra fantasia il breve tratto della vita di un gruppo di preadolescenti residenti in una piccola e periferica contrada di una cittadina del Salento, nell’estate del 1962.

Un romanzo con il quale si riconferma il brioso e vaporoso calligrafismo della penna di Urbano, con una prova che attesta con maggiore evidenza il grado di maturità di rappresentazione del reale e di dominio della forma che già avevamo conosciuto nelle sue precedenti pubblicazioni.

Questa volta, però, la sfida si è fatta più ardua, perché ha travalicato il più agevole ambito del tracciato esistenziale di un protagonista della vicenda, della figura principale del racconto, che conduce per mano linearmente tanto il lettore che lo stesso autore, allargando l’orizzonte su una pluralità di soggetti impegnati in una reciprocità dinamica di interazioni, che nel contempo è anche di formazione.

Il narrato, difatti, ci accosta con delicata attenzione agli sforzi di crescita e di evoluzione di una compagnia di amici adolescenti, ciascuno impegnato per proprio conto e con le proprie esigenze nella evoluzione del proprio sviluppo interiore. Una sorta di progressione d’insieme verso il superamento dell’età di transizione dalla fanciullezza all’adolescenza. Questa volta, infatti, Urbano si cimenta con l’elaborazione di un romanzo corale, una sorta di bildungsroman allargato alla dimensione del gruppo, e ci racconta di fermenti giovanili, sogni collettivi, pulsioni di incontri, di conoscenze, di nuove esperienze, che sono tipiche di quella età, e perciò di valenza universale, nella quale ciascuno di noi si può riconoscere.

Una rappresentazione lieve, leggera, edificante e tuttavia densa di realtà esistenziale, di valori condivisi, di vera amicizia, e di buoni propositi. Ma anche di contrasti, di conflitti, di sfide e di prove d’insieme, nella rappresentazione del gruppo nel quale ciascun individuo stempera la propria solitudine nell’identificazione di un ruolo condiviso.

Una delle impressioni immediate che si riportano sfogliando già le prime pagine è quella che all’interno di questo romanzo, sia sul piano delle tematiche sviluppate che su quello della loro rappresentazione formale, si ritrova l’impronta stilistica della prosa di Italo Calvino. Vi ho respirato, infatti, la stessa aria che circola nelle pagine di Ultimo viene il corvo, e in particolare del racconto Un bastimento carico di granchi, nella figurazione delle sfide gradasse e delle audacie velleitarie dei ragazzi di Piazza dei Dolori, da un lato, e quelli dell’Arenella, dall’altro.

Rimando mnemonico che si attiva spontaneamente non soltanto per le suggestioni compositive di una prosa ampia, ariosa, limpida e raffinata, ma soprattutto per le tematiche di fondo. Le aggregazioni tra gruppi di ragazzi che entrano in artificiose conflittualità, in piccole guerre per bande, in pretestuose e illusorie sfide di quartiere generate dalla tensione, tipicamente adolescenziale, verso la conquista non della tolda di un vecchio bastimento abbandonato, o del periferico terreno di gioco per la prossima partita di calcio, ma verso la scoperta della propria identità.

Un itinerario di maturazione che è impossibile perseguire nelle forme di un isolamento individualistico, per quanto ovattato e supportato dalle premure del paternalismo genitoriale, nella deprivazione della relazione sociale generazionale, come nel caso emblematico del piccolo Leopardi, che scontò i privilegi di casta con l’infelicità di un’intera esistenza. Per converso, il Pascoli, la cui esistenza fu costantemente ossessionata dal mistero della vita e dall’incombenza della morte, riusciva a conseguire un risarcimento delle proprie angosce recuperando in memoria proprio le dolcezze del cameratismo della sua fanciullezza, come attesta ne L’aquilone:

Sono le voci della camerata
mia: le conosco tutte all’improvviso,
una dolce, una acuta, una velata…
A uno a uno tutti vi ravviso,
o miei compagni!

Da qui la lezione di Urbano, che in questo romanzo riproduce le proprie esperienze autobiografiche nella trasfigurazione delle mitiche imprese della squadra della Real Fondi. Che si concretizzano nella misura con l’altro, nel rapporto con i propri coetanei, nell’integrazione con il gruppo, all’interno del quale ciascun protagonista verifica la portata delle proprie attitudini nell’identificazione collettiva, e nella capacità di affermazione della propria “parte”. Che anche nelle forme ludiche meno controllate dal senso di responsabilità, anche quando assume le connotazioni del branco, si configura sempre come espressione della ricerca di una consistenza esistenziale.

E tuttavia L’estate della Real Fondi propone una storia volutamente datata, perché offre raffigurazioni comportamentali e palpitazioni emotive di un tempo ormai passato, anche se solo da pochi decenni, di una stagione irreversibilmente perduta. I sentimenti ed i valori di quegli anni 50 e 60 del secolo scorso sono probabilmente incomprensibili per i ragazzi di oggi, legati a doppio filo ad una temperie morale, sociale e culturale di straordinaria mutazione. Ad essi infatti, ai ragazzi di oggi, quegli “antichi” valori possono apparire sfibrati, desueti, stravolti dall’evoluzione del tempo, dei costumi imperanti, che li hanno rivoltati come calzini dismessi.

Ma nel libro di Urbano vi è anche la consapevolezza, e la proposizione, che tutto ciò che non è più attuale non possa essere nello stesso tempo anche irricevibile, da obliterare, da dimenticare. Perché l’Autore, lungi dal voler attribuire un giudizio di valore sulle realtà in contrasto, si avvicina ai ragazzi di oggi in veste di voce narrante, assume consapevolmente il ruolo di un nonno compiacente, si limita a raccontare, e presenta loro un come eravamo al solo scopo di far sapere che una realtà diversa c’è stata, non meno importante e unica di quella che essi si trovano a vivere in questa stagione del XXI secolo.

Eppure quei ragazzini protagonisti del romanzo, che osservati da qui, dalla lontananza e dalla profondità dell’epoca in cui viviamo, appaiono così distanti e diversi, che credevano di vivere in una terra di mezzo, in un’epoca amorfa, fuori dalla Storia incalzante e drammatica del tempo appena alle loro spalle, solo qualche anno dopo quella pacifica e sonnolenta estate dei loro giochi sarebbero stati chiamati a compiere una tra le rivoluzioni culturali più significative ed incisive della grande Storia: quella del 1968, che per tanti versi ha aperto la via ai comportamenti sociali dell’era moderna.

In definitiva, questa di Urbano è un’operazione di ricostruzione di un nostro passato appena trascorso che prende forma e veridicità grazie all’ambientazione storica dei primi anni 60 rigorosamente coerente: nei costumi sociali, nelle relazioni interpersonali, nei valori comuni, negli interessi e nelle problematiche giovanili del periodo.

Ne risulta una garbata storia edificante, lieve, accattivante, piena di buoni principi, di sani sentimenti, di vera amicizia, di giusti propositi, di grande solidarietà e di amore sincero. La cui lettura fa sicuramente piacere, allevia le nevrosi, e  ritempra lo spirito soprattutto a quelli della generazione postbellica che hanno vissuto quelle atmosfere, respirato quell’aria, gioito per la partite di calcio, palpitato per i primi sommovimenti interiori suscitati dagli occhi di una ragazzina, che hanno sentito il cuore allargato dal bacio della mamma, o dall’abbraccio del piccolo amico handicappato, che hanno penato allegramente per la  mancanza di una lira nelle tasche dei  loro pantaloni corti, che magari hanno anche vissuto, o torbidamente sognato, i turbamenti per la presenza provocatoria di una discinta signora Serinelli, come la tabaccaia di Amarcord.

Ma anche un romanzo a doppia faccia, di duplice valenza. Perché sotto le apparenze della levità del racconto e della ludica effervescenza giovanile, lascia intravvedere anche la presenza nascosta del dramma epocale. Già, perché al di sotto dello strato superiore della nostalgia di quella generazione, dei ricordi accorati, delle trepidazioni di quei ‘loro’ giorni, delle speranze di una indomita progettualità, del rimpianto di un tipo di giovinezza ormai perduta per sempre, c’è anche lo stimolo alla riflessione su una soluzione di continuità tra le generazioni, su un filo di riproduzione dei destini esistenziali che sembra essersi rotto per sempre. E che tale frattura si sia prodotta proprio nel corso di questa specifica generazione, di coloro che sono nati nell’immediato dopoguerra, e che perciò si sono trovati a vivere, unici nella storia dell’umanità, con un piede poggiato nel medioevo e l’altro arrancante nel futuro più inimmaginabile.

Per cui, mentre le riflessioni finali dei protagonisti di questo racconto sulla Storia, sulle sorti della nazione, e sul loro avvenire individuale, rivelano ancora una naturale e insopprimibile fiducia nella ciclicità degli eventi, negli “eterni ritorni” evocati dal Vico e Nietzsche, nella riproducibilità dei destini esistenziali dei loro padri, si giunge poi alla conclusione che ciò non possa più riscontrarsi nelle progettualità dei giovani di oggi.

È questo il segno profondo della frattura generazionale che si respira in questo romanzo di Urbano, solo apparentemente pacato e rasserenante. L’assenza, nell’animo di quei ragazzi della Real Fondi, del senso di smarrimento, di scetticismo, di incertezza del futuro, che è invece la cifra inconfondibile, e drammatica, di tanta parte dei nostri ragazzi di oggi. Che attraversano sgomenti il lungo tunnel oscuro del proprio destino, del quale non riescono a intravvedere il baluginio dello sbocco.

Il dramma della rottura irreversibile e del silenzio incolmabile tra le nostre diverse generazioni, del quale noi adulti siamo i più diretti responsabili.

Antonio Scandone

© Riproduzione riservata

Foto in alto: Ninì Urbano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ninì Urbano è nato a Salice Salentino il 3 dicembre 1948, da una famiglia di braccianti e lì è cresciuto insieme a due sorelle e due fratelli. Ha conseguito il Diploma presso l’Istituto Magistrale ”Pietro Siciliani” di Lecce. Pensionato, per 40 anni ha svolto attività lavorativa, in qualità di Direttore amministrativo, in diverse scuole del Salento. È appassionato di teatro (ha scritto e diretto varie commedie in vernacolo e numerosi altri “pezzi” teatrali destinati all’animazione di gruppi di adolescenti e giovani). Ha partecipato attivamente alla pubblicazione di libri su tradizioni e cultura popolare.

Ha già pubblicato la ricerca “La Fraternità francescana secolare di Leverano 1916-2016 – Cento anni tra la gente” (Poligrafici Ale.Ma., Copertino, 2016), il romanzo “C’erano l’arcobaleno e un vecchio frantoio abbandonato” (Congedo Editore, Galatina, 2018) e il romanzo “Muri a secco” (Self – publishing, Amazon, 2020).

 

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