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Tradizioni - 30 Giu 2024

La “Fera te Salice”, radici storiche e consuetudini


Spazio Aperto Salento

La Fiera di Salice, che ogni anno si tiene nei giorni che vanno dal 30 giugno al 3 luglio (giorno clou il 2 luglio), fu istituita nella seconda metà del ‘600, da don Gabriele Agostino Enriquez, signore feudatario di Salice e Guagnano, il quale, come era consuetudine, volle legarla a una festa religiosa. Fu intitolata, pertanto, alla Madonna della Visitazione, sia per la nobile devozione ereditata dai predecessori, resa visibile dalla Chiesa e attiguo Convento con tale titolo, fatti realizzare nel 1587-97 dal marchese di Salice, Giovanni Antonio Albricci, sia perché il refrigerio del bosco intorno al luogo sacro, isolato rispetto al centro abitato, e il pozzo dei frati erano il posto ideale, dopo un lungo viaggio e in un periodo solitamente di afa e spossatezza, per la sosta di mandrie, greggi… e persone.

I salicesi, sin dall’antichità, l’hanno sempre citata con l’espressione dialettale “La fera te Salice”, come pure “La Matonna te Salice”, mentre i forestieri hanno spesso usato anche l’espressione “La Matonna a ddoi” (cioè Madonna e Santa Elisabetta e/o anche perché incinta…) e “La fera te li culummi” (la festa si celebra nel periodo di esplosione delle grandi e appetitose primizie dei fichi). Essa da subito ha sempre coinvolto molta gente proveniente dalle province e dai paesi limitrofi, ma anche, per la compravendita di bestiame, dai Paesi dell’Est europeo.

Conserva benissimo il suo smalto anche in quest’era super tecnologica, cibernetica ed elettronica e in questo inizio di secondo decennio del terzo millennio, i sentimenti verso la Madonna e la sua festa tradizionale sembrano inossidabili. Anche le famiglie emigrate in vari luoghi italiani ed esteri non vogliono mancare all’appuntamento, perciò sovente prendono le ferie e vengono nel paese natio, proprio in prossimità dei festeggiamenti dal 30 giugno al 3 luglio.

In passato, la festa era uno dei rari momenti d’incontro assembleare, di socialità, di condivisione, di forte comunione e condivisione, visto che la vita contadina costringeva alla dispersione e ad un certo abbrutimento dovuto ai lunghi estenuanti lavori nelle campagne. Quando arrivava l’attesissima festa-fiera ci si tuffava in un mare d’allegria e fraternità. Finalmente si poteva sospendere il pesante lavoro agricolo e dare largo spazio alla gioia dello stare insieme, alla musica, alle danze e alle tavolate bandite di cibi grassi e succulenti, che di certo non si potevano avere tutti i giorni. Per allestire magnificamente la festa si raccoglievano da tutti i cittadini contributi economici. Questi aspetti sono ancora molto presenti anche oggi.

La fiera, cioè un grande mercato di prodotti agricoli, abbigliamento, manufatti per l’agricoltura, per l’artigianato e per la vita domestica, animali per il trasporto e il lavoro, animali da allevamento e da macello, era intesa e vissuta in modo unitario con l’evento religioso, quindi come segno d’amore, di fede e devozione verso Dio e la Madonna, eletta a comprotettrice della Comunità salicese, il cui protettore principale è San Francesco d’Assisi. Pur non trattandosi del patrono principale, nella sua realizzazione pubblica e privata e nel cuore delle persone, ha sempre avuto tutte le caratteristiche tipiche di festa patronale.

Con l’espansione urbana e commerciale della prima metà del Novecento, la fiera del bestiame, come sempre segnata da una forte presenza di zingari (Rom e Sinti) provenienti da ogni dove, si ridusse a pochi cavalli, asinelli, maiali, capre, pecore, gallinacei, eccetera. Come pure si ridimensionarono gli spazi utilizzati; infatti si concentrava nell’uliveto adiacente il lato destro della Chiesa Madonna della Visitazione (zona tra le attuali via Fontana e via Dante) detto “Le ulìe te la Matonna”. E successivamente, negli anni Sessanta-Settanta, in questo versante del commercio di bestiame, assunse i minimi termini spostandosi presso il campo sportivo comunale, sito sulla strada per Avetrana, sino alla completa scomparsa negli anni successivi, anche se spesso, ancora oggi, non manca la presenza di qualche venditore di gallinacei. Ma va detto che il resto del commercio vario della fiera, dai prodotti alimentari, al vestiario, ai casalinghi, agli attrezzi per l’artigianato, per l’agricoltura, eccetera, non solo ha retto bene ai cambiamenti dell’era moderna, ma piuttosto è cresciuto.

Con l’avvento progressivo dell’energia elettrica della prima metà del Novecento, anche gli addobbi delle strade principali diventarono sempre più complessi: si trattava delle famose grandi luminarie, che esaltavano al massimo l’atmosfera della festa. E poi le diverse giostre elettriche, corredate di tante luci colorate e di musica, di solito molto amplificata; spettacoli di varietà e musica…

Sino a non molti anni fa si attendeva questo appuntamento per comprarsi, coi risparmi fatti apposta, un vestito e un paio di scarpe nuovi e allestire per la vigilia (il 1° luglio) un pranzetto a base di pesce e soprattutto il giorno della festa (il 2 luglio) una tavolata coi fiocchi a base di pasta preparata in casa e di carni grasse insieme ai vari familiari e amici. Anche i ragazzi, qualche mese prima, svolgevano lavoretti artigianali da qualche falegname e agricoli (come infilare foglie di tabacco verde, vendere le primizie dei fichi (“li culummi”), la camomilla raccolta in campagna… per mettere da parte qualche soldino da spendere in allegria e spensieratezza poi durante la festa in gelati, granite, zucchero filato, torrone, biscotti, corse alle varie giostre, eccetera.

I massimi momenti assembleari, oltre le sante messe, erano e sono tutt’oggi, la processione eucaristica del 30 giugno, detta a Salice “Il Venerabile”, la processione con le statue della Madonna e Santa Elisabetta del 1° luglio con la famosa sosta in piazza per il canto del Salve Regina. Ma momenti sociali e comunitari sono anche le iniziative di programma: spettacoli teatrali e musicali all’aperto; spettacoli pirotecnici; manifestazioni artistiche, sportive e così via.

In conclusione, la festa-fiera Madonna della Visitazione, pur avendo subìto i naturali cambiamenti nell’avvicendarsi delle epoche, è così radicata nel Dna dei salicesi che mai e poi mai rinuncerebbero ad essa, evidentemente fonte imperdibile di una speciale grazia e gioia*.

Don Michele Arcangelo Martina
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* Articolo pubblicato il 2 luglio 2012 sul giornale parrocchiale “M’interessa” della Chiesa “San Giuseppe”. Viene riproposto con lievi modifiche