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Cultura - 04 Nov 2021

Pagine liberamente estratte dal diario mai scritto di un Milite Ignoto

La fine sul fronte e il ritrovamento dopo anni del corpo. Dalla fantasia di Luisa Mogavero, il racconto del salicese Giovanni Battista Leone, nato nel 1881, disperso nel 1916 sul Carso, durante la Grande Guerra. Una pagina immaginaria nel giorno del Centenario del Milite Ignoto


Spazio Aperto Salento

Mi han trovato che era il 25 ottobre o forse il 26, non ricordo più… Quel giorno pioveva, una pioggia fine fine, di quella che ti entra fino nel midollo delle ossa, e il vento era freddo e molto forte… Che brutta giornata fu quella e non solo per me, ma anche per quegli altri poveracci che erano lì sui campi di battaglia a trovare i soldati sconosciuti da mandare ad Aquileia.

Io fui l’ultimo, oramai erano alla fine delle ricerche ed erano anche molto sconfortati quelli della Commissione. Prima di trovare me, avevano subito un bel colpo: avevano visto un elmo che sbucava tra i sassi e sotto c’era ancora il cranio di un altro disgraziato come me, però dopo aver spostato un po’ di quei sassi nella speranza di poterlo ricomporre e seppellire meglio, avevano fatto la scoperta di una grande quantità di ossa mescolate tutte insieme, che era impossibile capire di chi fossero; dice che erano 10 teschi: era una fosse comune!

Quei soldati che ci stavano cercando, dopo questa scoperta, erano davvero scossi, avevano gli occhi pieni di lacrime e i ricordi delle battaglie che anche loro stessi avevano vissuto, piegavano le loro forze, ma dovevano continuare le ricerche, dovevano trovare l’ultimo, l’undicesimo! Quante ne avevano viste in quel mese di ricerche in tutta la linea del fronte e quante ne avevano viste prima, quando anche loro erano stati immersi nel fango delle trincee, nel freddo dei ghiacciai, sferzati da venti fortissimi con la pancia vuota e la paura di non riuscire ad arrivare all’indomani, di non poter tornare a casa, di non riuscire a rispettare gli ordini del Comandante.

Io, dopo 5 anni che ero morto, sinceramente, proprio non mi aspettavo più che qualcuno mi trovasse e mi ero anche abituato a stare lì: la pioggia, il fango, il sole e il vento non mi facevano più nessun effetto, soprattutto dopo quello che avevo passato nell’ultimo mese al fronte. Il 10 ottobre, quando arrivai, la mia brigata, la Bari, impegnata alla difesa della Quota 144, partì con due colonne a destra, la I/139° e la III/140 , mentre a sinistra c’erano la II e la III del 139°. Sul diario della Brigata hanno scritto: “Le truppe operarono con ammirevole slancio: la sinistra sopravanza le posizioni avversarie catturando 1200 difensori, la destra raggiunge Jamiano ma viene respinta da un violento contrattacco”.

Non c’è che dire ci comportammo proprio bene e anche dopo in quello del 12 ottobre, facemmo molti prigionieri, ma ne abbiamo persi pure tanti dei nostri: 27 ufficiali e 905 della truppa. Dopo l’azione del 12 ottobre, passammo tutto il tempo a lavorare duro per riorganizzarci e per essere pronti ad attaccare e conquistare tutta la quota 144: sistemare le trincee, ammassare le scorte di munizioni che ci sarebbero servite, quanto lavorammo sempre con la paura che arrivasse l’ordine del nuovo attacco. E quell’ordine arrivò il 31 ottobre; prima cominciò l’artiglieria e poi toccò a noi. Fu il mio ultimo giorno di guerra.

Fino a quando mi hanno ritrovato quelli della Commissione, me ne stavo lì tranquillo a guadare la croce che avevano messo sulla mia tomba, che si consumava ogni giorno di più e oramai era quasi distrutta; finalmente ero in pace, senza quei terribili boati che mi scuotevano l’anima, senza più le cariche all’assalto e senza più il dolore di quella ferita che mi avevano fatto i nemici in quel maledetto primo novembre.

Il nome, sulla mia tomba, non ce l’avevano messo, avevano fatto una buca, mi avevano messo giù e dopo averla coperta, avevano messo la croce di legno. Mi avevano sepolto i nostri, non i nemici, qualche giorno dopo che ero morto, quando la battaglia si era calmata un po’, ma non è che avevano potuto fare troppo caso a cercare il mio nome: quelli erano giorni che si combatteva forte e mica potevi stare lì a perdere tempo; seppellire, ci dovevano seppellire, ma bisognava far veloce, che era pericoloso… Che poi nemici… erano giovinotti pure loro, e non è che avessero tutta ‘sta faccia da cattivi,  non più di noi comunque, erano brutti e sporchi proprio come noi, anzi, secondo me, non sapevano neanche che stavano facendo lì; secondo me, era proprio come era successo a me: io mica avevo capito bene perché avevo dovuto lasciare casa mia per venire qua a far la guerra… E mia moglie era pure incinta!

Quando quelli della Commissione del Milite Ignoto, mi han trovato, mi hanno messo in una bara di legno e poi mi hanno avvolto anche nel Tricolore. …e chi se lo sognava tanto lusso e tanto onore: io un contadino della Bassa Italia, che non sapeva né leggere né scrivere, avvolto nel Tricolore! Eh già, io non sapevo né leggere né scrivere, ma non è che mi vergogno a dirlo, ai miei tempi era normale: a casa mia eravamo tanti, 6 fratelli (Rosa, Francesco, Giuseppe, Giuseppa, Cosima e io), più mio padre Michele (lu tata Cheli) e la mamma Filomena (Mena), e appena è stato possibile abbiamo dovuto lavorare tutti perché c’era tanta miseria in paese.

Anche gli amici miei al fronte, la maggior parte, non sapevano leggere e scrivere, eravamo tanti in quelle condizioni, per fortuna ogni tanto se ne trovava uno che ti scriveva la cartolina dal mandare dal prete, giù al paese; al paese mio c’era l’arcipreite Gravili, che poi gliela leggeva a mia madre e a mio padre. Io prima di venire alla guerra non ero mai uscito dal paese. Anzi no, qualche volta ero andato a Lecce, ma quante volte saranno state? 10? 20? ma già sto esagerando!

Poi, giustamente, nel 1909 ero stato nel 94° Reggimento Fanteria e anche quella volta avevo dovuto lasciare casa mia. Per fortuna, nel 1911, quando ci fu la guerra di Libia, io mi ammalai e non partii alla guerra, ma con quest’altra mi hanno richiamato ancora prima che si dichiarasse guerra alli tedeschi. Già il 10 maggio del 1915, mi avevano messo con la Milizia Territoriale del 262°. E sì, ormai facevo parte degli anziani e in teoria, dovevo stare con i Territoriali, quelli che stavano nelle retrovie e invece, poi venivano mandati comunque a combattere in prima linea. Il 30 agosto del 1916, poi, mi hanno mandato al Deposito del 10° Reggimento Fanteria e il 10 ottobre del ‘16 sono arrivato al 139° Reggimento Fanteria.

Purtroppo lì, ci sono durato veramente poco: 20 giorni e sono morto! Quota 144, una collinetta, mica una montagna, che da lì si vede anche il mare, ma in quei momenti tutto potevi guardare tranne che il mare. Beh, comunque devo dire che il mio dovere di militare l’ho fatto davvero e se ne sono accorti anche i miei superiori: sia il 1902, che il 1903 e il 1904 mi hanno segnalato 2a classe di tiro, poi mi hanno dato la Campagna di Guerra del 1916, la Medaglia a Ricordo dell’Unità Nazionale e la Medaglia Interalleata.

…Povera famiglia mia!… se penso alle preoccupazioni della mamma, con me e mio fratello più piccolo, Giuseppe, pure lui al fronte, artigliere; lui almeno è tornato a casa, ma di me che dopo l’attacco del 31 ottobre, nessuno seppe più niente, chissà quanti pensieri e quanti pianti. Mia sorella Rosa capì che ero morto, perché quella sera, mentre lei cercava di accendere il camino, quello si spegneva in continuo, come se qualcuno soffiasse sulla fiammella per spegnerla.

E quanti sacrifici con la campagna da portare avanti senza l’aiuto mio e senza soldi per campare: 4 anni c’è voluto prima che mi dichiarassero morto! Hanno detto che si doveva aspettare un anno dopo la fine della guerra perché potevano avermi fatto prigioniero: magari!… E intanto voi a casa come avete fatto ad andare avanti senza neanche la pensione mia?

Eeh Maria mia, in che pasticcio ti ho lasciata! Giuro che quando ti ho sposato, proprio non pensavo che ti avrei lasciata così presto, io volevo avere tanti figli con te e fare una bella famiglia, ma purtroppo, qualcuno non la pensava come me ed eccomi qui, chiuso in una tomba enorme al centro di Roma.

Onestamente, poi, dopo che quella signora che si chiamava proprio come te, Maria mia, mi hanno fatto fare un viaggio bellissimo; pensa Maria se anche io e te avessimo potuto fare un viaggio insieme, come facevano i signori… Mi misero su un treno che partì da Aquileia, che è un posto molto lontano da casa nostra , quasi alla fine dell’Italia e c’è pure il mare lì vicino, per andare a Roma. Il treno viaggiava pianissimo ed è passato in tanti paesi e città italiane: in ogni stazione c’era la banda che suonava la Canzone del Piave e le persone vedevano passare il treno, mi salutavano, lanciavano fiori su di me, piangevano e pensavano che forse ero un loro parente o un loro amico scomparso.

Quando arrivai a Roma, il mio carro era pieno di corone di fiori che avevano aggiunto in ogni stazione dove si era fermato il treno. Quanti onori! Fino all’ultimo minuto, si sono inginocchiati davanti a me tutti i più alti ufficiali e pure il Re in persona! Io Giovanni Battista, umile fante, contadino ignorante, di un paesino piccolissimo del Sud dell’Italia che nessuno sa che esiste, io uno sconosciuto per tutti da vivo, sono rimasto sconosciuto anche dopo la mia morte, ma sono diventato il simbolo di tutti i miei compagni scomparsi.

Mai avrei potuto immaginare un destino così e quest’anno, dopo 100 anni da quei giorni hanno cercato di ricordare quei fatti, hanno cercato di ricordare tutti noi scomparsi, tutti noi che il giorno dei morti non abbiamo un parente che ci porti un fiore, che accenda un lumino, che venga a salutarci. Noi siamo nei cimiteri, nei sacrari, a volte siamo messi tutti insieme (100 Soldati Ignoti oppure 500, oppure 1000 Soldati Ignoti, ci hanno scritto sopra la tomba), a volta abbiamo loculi separati (Ignoto, e allora hanno scritto solo questo), tanti di noi sono ancora sparsi sulle montagne, sotto mucchi di rocce o cumuli di terra e foglie, e qualcuno ogni tanto lo ritrovano e magari riescono pure a capire chi sia, e allora lo riportano al suo paese.

Onore! Questo è quello che dicono davanti alle nostre tombe, questo è quello che resta di noi, Maria mia…

Luisa Mogavero

 

Traduzione in dialetto salicese

 

M’ane ttruatu ca era lu 25 te ottobre o sirai lu 26, nu me ricordo cchiui…

Ddhru giurnu chiuia, n’acqua fina fina, te quiddhra ca te trase fena intra all’osse e lu ientu era friddu e forte… Cé brutta sciurnata foi quiddhra, e nu sulu pe mia, ma puru per ddhri puarieddhri ca stiane addrai subbra alli campi te le battaglie cu troane li surdati ca nu se sapia ci erane, percè l’erane  mannare a Aquileia. 

Iou foi l’urtimu, ormai stiane alla fine te le ricerche e quiddhri te la Commissione stiane mutu mari. Prima cu me ttroane a mia, iane uta n’aura brutta botta: iane ttruatu n’elmu ca se itia ammienzu alle petre e sutta ’nc’era la capu te n’auru disgraziatu comu a mia, però dopu ca spustara quarche petra culla spiranza ca lu ttroane sanu cu lu potune pricare meiu, ttruara na sarcina te osse tutte mmiscate te paru, ca nu se putia capire te ci erane; erane teice capure; era na foggia! 

Ddhri surdati ca ne sta circaane, dopu sta scuperta, nu se capia come stiane, trimulavane, tiniane l’uocchi cu le lacrime e li ricordi te le battaglie ca iane fatte iddhri stessi, li faciane scunucchiare l’anche e nu se mantiniane tisi, ma iane continuare lu stessu le ricerche, iane truare l’urtimu, l’undicesimu! Quante n’iane iste intra a ddhru mese te ricerche subbra a tutta la linea te lu fronte e quante n’iane iste prima, quannu puru iddhri iane stati intra alla muta te le trincee, ammienzu allu friddu te lu iacciu te l’auta montagna e sbattuti te li ienti fuerti, cu la panza acante e la paura cu nu ponnu rriare allu crai, cu nu ponnu turnare a casa, cu nu riescune cu rispettane li cumanni te lu Comandante.

Iou, dopu 5 anni ca era muertu, sinceramente, propriu nu me la critia ca inia quanchetunu cu me cerca e m’era puru abituatu cu stau addhrai: l’acqua, la muta, lu sule, lu ientu nu me faciane nuddhru effettu chiui, soprattuttu dopu quiddhru ca ia passatu l’urtimu mese subbra alla linea te lu fronte. Lu teice te ottobre, quannu rrhiari, la Brigata mia, la Bari, stia alla difesa te la Quota 144 e partemmu cu do culonne una a destra, cu la Prima te lu 139esimu e la Terza te lu 140esimu, e a sinistra’ nc’erane la Seconda e la Terza te lu 139esimu. Subbra allu diariu te la Brigata ane scrittu:”Le truppe operarono con ammirevole slancio: la sinistra sopravanza le posizioni avversarie catturando 1200 difensori, la destra raggiunge Jamiano ma viene respinta da un violento contrattacco”.

 Nun c’è nienzi te tire, n’amu cumpurtati propriu buenu e pure lu 12 te ottobre ficimu muti prigionieri, ma nimu puru persi muti te li nuestri: 27 ufficiali e 905 surdati. Dopu lu 12 te ottobre, amu passatu tuttu lu tiempu fatiannu giurnu e notte cu ne priparamu, cu simu pronti pe quannu eramu scire alla conquista te tutta la quota 144 sana: sistimammu trincee, ammassammu scorte te li viveri e te le munizioni ca ne sirviane: quantu fatiammu sempre cu la paura ca putua  rriare l’ordine te lu nueu attaccu, cussì, te nu mumentu all’auru. E ddhr’ordine rriau lu 31 te ottobre; prima ncingnau l’artiglieria e poi tuccau a nui. Foi l’urtimu giurnu te la guerra mia. 

Fena a quannu nu m’ane tthuatu quiddhri te la Commissione, me stia addrai tranquillu e uardaa la cruce ca m’iane misa subbra alla tomba, ca se cunsumaa giurnu dopo giurnu te cchiui e orami s’ia propriu tistrutta; finalmente stia an pace, senza ddhri scoppi terribili ca me faciane trimulare l’anima, senza cchiui le cariche all’assaltu e senza ddhra tulore te la ferita ca m’iane fatta li nemici ddhru malitiddtu primu novembre. 

Lu nume subbra alla tomba mia nu l’iane misu, iane fatta na foggia, m’ane misu addhra intra e dopu ca l’iane china cu la terra, iane misa la cruce fatta cu do stuezzi te taula. M’iane pricatu li nuestri, nu li nemici, quarche giurnu dopu ca era muertu, quannu la battaglia s’era calmata nu picca, ma nu bè ca putiane batare mutu cu cercane lu nume mia, quiddhri erane giurni tristi, ca se cumbattia mutu forte e nun bete ca putiane perdere troppu tiempu; pricare, n’iane pricare, ma tuccava cu facune te pressa, ca era mutu periculosu…Ca poi nemici… erano giovinotti puru iddhri, e nu tiniane la facce te gente cussì fiacca, nu mutu cchiu te nui comunque, erane brutti e mmucati propriu comu a nui, anzi, secondu mia, nu sapiane mancu c’è sta faciane addhrai,  secondu mia, era propriu comu era successu a mia: io nu era capitu buenu percè era butu lassare casa mia cu begnu aqquai cu fazzu la guerra. … e muierima era pure prena!

Quannu quiddhri te la Commissione te lu Milite Ignotu, m’ane tthruatu, m’ane misu intra a na bara te taula e poi m’ame mmucciatu cu lu Tricolore… E ci se lu sunnaa tantu lussu e tantu onore: iou nu contadinu te la Bassa Italia, ca nu sapia né leggere né scrivere, mmucciatu cu lu Tricolore! Eh già, iou nu sapia né leggere né scrivere, ma nu me vergognu cu la ticu, alli tiempi mei era normale: a casa mia eramu muti, 6 frati (la Rosa, lu Ciccillu, lu Pippi, la Ciseppa, la Coi e iou), sirma Michele (lu tata Cheli) e mama Filumen ( la Mena), e anpena foi possibile tutti n’imu bbuti sciungere cu la fatia ca la miseria intra allu paise era muta.

Puru li amici mei allu fronte, la maggior parte, nu sapiane leggere e scrivere, eramu muti intra alla stessa condizione, menu male ca ogni tantu se ttruaa quarchetunu ca te scrivia la cartullina te mannare allu preite te lu paise; allu paise mia ‘nc’era l’arcipreite Gravili, ca poi la liggia a mama e a sirma. Iou prima cu begnu alla guerra nun b’era mai issutu te lu paise. Anzi no, quarche fiata era sciutu a Lecce, ma quante fiate potuiane essere state? 10? 20? Ma sta pure esageru!

Poi, giustamente, allu 1909, su statu allu 94esimu Reggimentu Fanteria e puru ddhra fiata ibbi lassare casa mia. Pe furtuna, allu 1911, quannu ‘nc’era la guerra alla Libia io stia malatu e alla guerra nun ci partii, ma cu st’aura m’ane chiamatu ancora prima te la tichiarazione te la guerra alli tedeschi. Già allu 10 te maggiu te lu 1915, m’iane misu alla Milizia Territoriale te lu 262esimu. E si oramai facia parte te li ecchi e, quasi sia, era stare cu li Territoriali, quiddhri ca stiane alla retrovia, ca poi invece ne mannane lo stessu cu combattimu alla prima linea. Lu 30 te agostu te lu 1916, poi, m’ane mannatu allu Tepositu te lu 10ecimu Reggimentu Fanteria  e lu teice te ottobre te lu ‘16, su rriatu allu 139esimu Reggimentu Fanteria.

Purtroppu, addhrai, aggiu duratu veramente picca: 20 giurni e su muertu! Quota 144, na collinetta, none na muntagna, ca te ddhrai se ite puru lu mare, ma ddhri mumenti tuttu putii uardare tranne ca lu mare. Beh, comunque, aggiu dire ca lu tovere mia te militare l’aggiu fattu addaveru e se n’ane ccorti puru li superiori mei; sia lu 1902, ca lu 1903 e lu 1904 m’ane segnalatu 2° classe te tiru, poi m’ane tata la Campagna te Guerra te lu 1916, la Miraia te lu Ricordu te l’Unità Nazionale e la Miraia Interalleata.

…Pora famiia mia!… se pensu alle preoccupazioni te mama, cu mia e cu fraima lu Pippi, cchiu picciccu te mia, ca stia puru iddhru allu fronte, all’artiglieria; iddhru armenu è turnatu a casa, ma te mia ca dopu l’attaccu te lu trentunu te ottobre nu se sippe cchiui nienzi, ci sape quanti pinsieri e quanti chianti. Sorma la Rosa, capiu ca era muertu, percè ddhra sira,mentre circaa cu mpiccia lu fuecu a sutta lu fucalire, se stutaa te continuu comu sia ca n’cera quanchetunu ca fiataa subbra all’ampa cu la stutaa.

E quanti sacrifici cu la campagna te purtare annanzi e senza sordi pe campare: 4 anni ‘nc’è bulutu prima cu me tichiarane muertu! Ane tittu ca s’era spittare n’annu dopo la fine te la guerra ca putia essere ca m’erane fattu progionieru: macari!…  E intantu ui a casa comu iti fattu cu tirati nnanzi seza mancu la pensione mia? Eeh Maria mia, intra c’è uai t’aggiu lassata! Giuru ca quannu t’aggiu spusata, propriu nu me la critia ca t’ia buta lassare cussì mprima, iou ia ulutu cu fazzu tanti fiji cu tia e cu facinu na beddhra famija, ma purtroppu, quarchetunu nu la pinsava comu a mia e mo stau acquai, chiusu intra a na tomba enorme allu centru te Roma!

Onestamente, poi, dopo ca ddhra cristiana ca se chiamaa propriu comu a tia, Maria mia, m’ane fattu fare nu viaggiu bellissimu: pensa Maria se puru iou e tia n’eramu pututu fare nu viaggiu te paru, propriu comu faciane li signuri…

Me misera subbra a nu trenu ca partia te Aquileia, ca ete nu postu ca se ttroa mutu largu te casa nostra, quasi alla fine te l’Italia e ‘nc’ete puru lu mare addhra meru, e bbera tirettu a Roma. Lu trenu caminaa chianu chianu e passaa te tanti paisieddhri e città te l’Italia: a ogni stazione ‘nc’era la banda ca sunaa la Canzune te lu Piave e li cristiani ca itiane passare lu trenu, me salutanee, me minavane fiuri, chiangiane e pinsanee ca macari era nu parente o n’amicu loro che ia sparitu.

Quannu rriai a Roma, lu carru mia era chinu te corone te fiuri, ca iane sciunte a ogni stazione ca lu trenu s’ia firmatu.Quanti onori! Fena all’urtimu minutu, s’anu nginucchiati annanzi a mia tutti li ufficiali cchiu bauti, fenanche lu Re in persona! Iou Giovanni Battista, umile fante, contadinu ignurante, te nu paise picciccu picciccu te lu Suddu te l’Italia, ca cieddhri sape ca esiste, iou nu sconusciutu pe tutti quannu era iu, aggiu rimastu sconusciutu puru dopu ca aggiu muertu, ma ggiu ddintatu lu simbulu te tutti li cumpagni mei scumparsi!

Mai me l’era pututu mmaginare nu destinu cussì e ‘st’annu, dopu centu anni te ddhri giurni, ane circatu cu ricordane ddhri fatti, ane circatu cu ricordane tutti nui ca amu spariti, tutti nui ca lu giurnu te li muerti nu tinimu nu parente ca ne porta nu fiuru, ca ne mpiccia nu luminu, ca ene cu ne saluta. Nui stamu intra alli cimiteri, alli sacrari, a fiate stamu misi tutti assieme (“100 Soldati Ignoti”, oppuru “500”, oppuru “1000 Soldati Ignoti”, ane scrittu subbra alla tomba), a fiate tinimu loculi ognunu pe cuntu soa (“Ignoto” a sti casi ane scrittu sulu quistu), tanti te nui staune ancora sparpaiati subbra alle montagne, sutta alle petre o sutta a cumuli te terra e te fuiazze, e quarchetunu ognitantu, lu troane e macari riescune puru cu capiscune cinca ete e allora lu portane allu paise soa.  

Onore! Quistu ete quiddhru ca ticune annanzi alle tombe nostre, quistu ete quiddhru ca resta te nui, Maria mia…

Luisa Mogavero

 

Nota conclusiva

 

Giovanni Battista Leone, nacque a Salice Salentino il 24 settembre 1881, da Michele e Filomena D’Attis. Giovanni Battista, apparteneva al 139° Reggimento Fanteria che il 31 ottobre 1916 fu impegnato per la conquista della Quota 144. Al termine di quella sanguinosa battaglia, non fu mai ritrovato tra i Caduti o i prigionieri di guerra e fu dichiarato ufficialmente irreperibile a seguito di ricorso al Tribunale di Lecce, in data 3 luglio 1920.

Quota 144 si trova nella fascia di terreno dove operò la Commissione incaricata per la ricerca del Milite Ignoto e in questo brano, si immagina che Giovanni Battista sia proprio l’ultimo Caduto che la Commissione individuò e inviò ad Aquileia per la scelta che avrebbe fatto Maria Bergamas, e che scriva una pagina di diario pensando alla moglie Maria, lasciata in paese alla sua partenza per la guerra.

Alcune frasi sono volutamente scritte in forma poco corretta e coerente per rappresentare i pensieri che si aggiungono di volta in volta, alla mente del narratore scomparso e fortunosamente ritrovato per assurgere a una gloria inaspettata e insperata. (l.m.)

© Riproduzione riservata

 

In foto: Giovanni Battista Leone, nato a Salice nel 1881, disperso sul Carso nel 1916 durante la Prima Guerra mondiale