• martedì , 18 Gennaio 2022

Recensione - 05 Dic 2021

“Sotto avverso cielo più chiara luce”, il nuovo libro di Pantaleo Palmieri

Le pagine dell’autore, studioso e critico letterario di origini salentine, analizzate e presentate da Antonio Scandone


Spazio Aperto Salento

Pantaleo Palmieri (in foto) è un critico letterario nostro conterraneo, che come altre eccellenze ha portato il nome del Salento a brillare nelle altre contrade d’Italia. Egli stesso ha detto di sé “da molti decenni non più salentino all’anagrafe, ma ancora legato alle sue origini e più volte coinvolto nella vivace vita culturale” del nostro territorio. Subito dopo la laurea, conseguita nei primi anni 70 presso l’Università di Lecce, si trasferì in Romagna, dove prese dimora. E dove ha ripagato il suo tributo di ospitalità con studi e ricerche filologiche e letterarie incentrate sui più rilevanti autori e studiosi di quella regione. Alcuni dei quali riappaiono in questo volume che abbiamo sott’occhio, e ne costituiscono probabilmente la parte più corposa e rilevante.

Avevamo già conosciuto, ed apprezzato, la pertinenza esegetica di Palmieri sulla materia dantesca, espressa nella scorsa primavera in due interventi su Spazio Aperto Salento. Ma si trattava solo di un’anticipazione degli studi e degli approfondimenti che egli ha dedicato, nel corso degli anni, alla figura, alla poesia ed alla cultura dell’Alighieri. Ora, in occasione del settimo centenario della morte del grande fiorentino, Palmieri raccoglie, e pubblica, in un’unica opera, l’intera sua produzione di dantista, in questo volume edito da Giorgio Pozzi Editore, che si inserisce nella Collana del “Bollettino dantesco”. Studi e testi diretta da Alfredo Cottignoli, Franco Gàbici ed il compianto Emilio Pasquini.

Copertina del volume

Il titolo, Sotto avverso cielo più chiara luce, fonde un appunto di Carlo Michelstaedter con un verso di Gaspare Gozzi, e allude, scopertamente, alle drammatiche vicende biografiche di Dante, alle sue peregrinazioni di esule, ma anche alla redenzione dei suoi traviamenti e, soprattutto, alla consapevolezza della levatura della sua opera poetica, e del risarcimento morale che, col tempo, gli avrebbe assicurato. Il volume comprende cinque Lecturae Dantis di diversi canti della Commedia, un saggio critico sulle predizioni dell’esilio, un altro d’impianto filologico sulle quattro occorrenze del termine “fiumicello” nella Commedia, alcune monografie sul dantismo romagnolo, e per ultimo, ma in funzione celebrativa, un ricordo di Mario Marti “lettore della Commedia”.

Il fatto è che questo volume ha catturato da subito il mio interesse, nonostante la mia indomita circospezione nei confronti di alcuni mostri sacri della letteratura universale, come Dante appunto, o Shakespeare. E questo per una serie di motivi soggettivi costituiti dall’intreccio (il gliòmmero, o garbuglio, di gaddiana memoria) degli eventi che determinano la formazione di ciascuno di noi: tendenze personali, esperienze scolastiche, gusto estetico, interessi diversi, carenza di sollecitazioni, pregiudizi ideologici, ecc. Ma in questo caso è prevalso ugualmente il sottofondo dell’ammirazione che io provo per tutte le opere d’ingegno, in particolare quando si riscontra in esse impegno, passione, competenza, tecnica, e, in aggiunta, ricercatezza stilistica. Per cui, al di là della tematica dantesca, mi hanno da subito intrigato alcune specificità di questo lavoro, che balzano in evidenza fin dalle prime righe. Anzi fin dagli esergo, azzeccatissimi, posti come incipit di ogni intervento. Ad iniziare dalla ricchezza dei suoi interessi, dalla vastità delle sue letture, dalla profondità delle sue ricerche d’archivio, per non dire dalle frequentazioni critico-letterarie, la cui campata straordinaria si estende dall’esegesi dei testi sacri, attraverso tutta la variegata compagine dei commentatori coevi dell’Alighieri, fino a toccare le raffinatezze analitiche del formalismo russo e dello strutturalismo di Michail Bachtin, con le sue teorie sul dialogato.

Ma con ogni probabilità ciò che ha destato maggiormente la mia ammirazione è stata l’organicità compatta della materia, l’intreccio indissolubile e necessario dell’analisi testuale, della ricostruzione storica, del riscontro documentale, del raffronto con le diverse interpretazioni, e perfino della sottigliezza analitica degli stati d’animo, delle sfumature emotive e psicologiche che Palmieri ha saputo cavare fin dai più semplici sintagmi, fin dai singoli lessemi danteschi. Ad iniziare dalla sua prima lectura, che per me ha costituito un diletto della mente, un piacere dell’intelletto. Ma anche un continuo pulsare del sommovimento emotivo e del coinvolgimento empatico. Fino alle minuzie, come è successo con il suo accenno al termine salentino delle scarde, che, pur nella sua dimessa dimensione, stimola ugualmente sprazzi di riflessioni storico-linguistiche, come il fatto, ad esempio, che tale termine possa anche essere interpretato come un accatto vernacolare del parlato dei veneziani e dei bergamaschi che fin dal 500 a Lecce avevano costituito una nutrita colonia commerciale. Fatto su cui potrebbe esercitarsi la competenza specifica del nostro amico Salvatore De Masi. Di quella presenza lombardo-veneta rimane ancora a Lecce la testimonianza architettonica della chiesetta di San Marco, addossata al Sedile in piazza Sant’Oronzo. A Salice, poi, nello stesso periodo hanno praticato il loro predominio gli Albricci, o Albrizzi, ricchi commercianti bergamaschi, che nel Salento avevano acquistato ampie tenute di terreni, e che a Salice finanziarono interamente la costruzione del Convento dei francescani e dell’annessa Chiesa della Visitazione.

Mentre nella seconda lectura mi ha colpito la sua esegesi condotta con escussioni documentali che giungono fino al 1990, che rivela nell’autore una agile capacità di segmentazione diacronica dell’esercizio critico-esegetico dantesco. Ma mi ha coinvolto anche la sottilissima e mirabile dissertazione sull’hapax del “memorar” di pp. 50 sgg., con la confutazione della forzatura interpretativa del Savarese, e seguenti. Per non tacere sul fatto che ho riconosciuto il caratteristico tratto della sua signorile generosità nell’affermazione secondo cui “tutte le recenti lecturae del nostro canto (…) si leggono con profitto”. Come anche nel doveroso omaggio al prof. Emilio Pasquini che nel corso delle varie conferenze gli sedeva accanto.

Avevo già ascoltato qualcuna di queste lecturae di Palmieri nella chiesa dell’abazia di Cerrate, alcuni anni fa. Ma ora la lettura di questo libro mi ha fornito lo strumento che mi ha consentito di sperimentare in corpore vili la differenza sostanziale che si determina raffrontando lo stesso testo proposto sia in modalità verbale che per iscritto. In particolare, ascoltando Palmieri da oratore, ho potuto rilevare, ed esaltare, oltre ai contenuti, tutte le variabili extra-testuali, la molteplicità di quelle forme della comunicazione che Gerard Genette chiamava le “soglie”. Vale a dire, la valenza dell’intonazione di voce, le inflessioni significative del suo timbro, la suggestione delle pause, le sottolineature delle diverse sillabazioni, la concitazione dei concetti più pregnanti, la musicalità indotta dal ritmo prosodico della versificazione recitata; e poi i messaggi significativi della prossemica, della postura, il richiamo eloquente degli sguardi, il fraseggio di fondo della gestualità, il moto d’accompagnamento delle mani, eccetera. Tutti elementi comunicativi ed emotivi che, ovviamente, si perdono quando si passa a leggere il medesimo testo riportato sulla pagina. Dove, però, si ritrovano altri sostrati significativi, e di diversa natura. Nel senso che mentre i primi comportano un maggiore coinvolgimento della sfera emotiva e partecipativa, nell’esercizio della lettura si attingono livelli di superiore fruizione e di maggiore razionalità. Innanzi tutto perché si ha più tempo da concedere alla riflessione, all’analisi del testo e alla compenetrazione dei contenuti. Inoltre perché ci si può soffermare sulla singola pagina, sul singolo concetto, sul singolo vocabolo, proprio come l’autore ha fatto, ad esempio, con l’attribuzione di senso da dare al verbo “memorare”. E poi si può tornare indietro, riaprire le pagine già scorse, richiamare una suggestione su cui si era sorvolato, stabilire dei confronti con luoghi analoghi, richiamare alla memoria precedenti letture, dei parallelismi con altri autori; o evidenziare delle soluzioni linguistiche innovative, individuare il tratto personale dello stile di ricerca, le costanti linguistiche, gli stilemi ricorrenti, eccetera. Fenomenologie sulle quali non è necessario dilungarsi, perché di dominio pubblico fra i cultori di queste tematiche.

Fatto sta che ora mi ritrovo due presenze dantesche della acribia esegetica di Palmieri, una nella memoria e l’altra sotto gli occhi. Con delle suggestioni e delle emozioni nuove e profonde che travalicano l’unicità della dimensione “marcusiana” e mi forniscono una immagine spettroscopica inedita e profonda delle proposte letterarie e intellettuali delle ricerche di questo autore, e delle sue soluzioni. Un’esperienza davvero unica.

Infine ho da rilevare il dato che inerisce alla fruizione testuale del lettore. Già, perché questo tipo di interventi presuppone, per forza di cose, la tendenza all’esclusivismo della specializzazione, con il rischio della chiusura nella cerchia ristretta dei professionisti e l’esclusione del lettore occasionale che pure si sente attratto dagli argomenti e motivato dal prestigio degli autori. Anche queste lecturae di Palmieri dovrebbero essere iscritte in questa rosa mistica degli eletti, per la profondità delle riflessioni, l’ampiezza delle conoscenze, il presupposto delle indagini, la puntigliosità dello studio, la meticolosità dei riscontri bibliografici, la raffinatezza delle analisi linguistiche, ecc.

Eppure devo riconoscere, in tutta onestà, di aver letto questo libro con interesse e partecipazione, pur essendo renitente ai richiami delle suggestioni dantesche, e soprattutto a tali livelli di analisi testuale. Non solo, ma devo ammettere, nel leggerlo, di non aver perduto il senso di neanche uno dei suoi termini, dei suoi assunti e delle sue argomentazioni. E di essermi sorpreso a meditare fin sull’ultima delle sue note a piè di pagina. Segno evidente di una sorta di raro prodigio comunicativo, quello di esporre argomenti di straordinaria sottigliezza e specializzazione, ma in una forma piana, lineare, accessibile, stimolante e dunque coinvolgente, anche per un lettore non addetto ai lavori. Soprattutto se penso alla fatica che feci nel tentare di capire il senso di molte delle proposizioni esposte nei testi critici di Luciano Anceschi, giusto per citare qualcuno, oppure di Oreste Macrì, di Edoardo Sanguineti, ma anche di Walter Pedullà (Le caramelle di Musil).

Dunque uno studioso, il Palmieri, a tutto tondo, che si è saputo imporre nel mondo accademico della ricerca letteraria con i suoi interessi e i suoi studi su Dante, Benvenuto da Imola, i grandi dell’Ottocento, Leopardi in primis, ma anche Monti, Giordani, il Cuoco, Manzoni, la scuola classica romagnola, Carducci, Pascoli, fino ai contemporanei del Novecento, come Renato Serra, Manara Valgimigli, Guido da Verona, Dino Campana, Fausta Cialente, eccetera. Senza mai rinnegare, tuttavia, le radici culturali della sua formazione salentina. Ne costituisce schietta testimonianza il suo tributo affettuoso a Mario Marti. Che nel saggio di chiusura di questo volume viene riproposto come una delle più luminose figure di intellettuale e promotore di cultura nel Salento di tutto il 900. Il cui impegno di fondo è stato quello di sprovincializzare l’orizzonte delle discipline umanistiche, per agganciare il territorio non solo al contesto nazionale, ma inserirlo a pieno titolo nella dialettica delle ricerche e degli studi internazionali. Esemplare, a tal proposito, fu la sua determinazione nell’assegnare, alla collana di corpose pubblicazioni da lui diretta, edita da Milella negli anni 70-80, non la denominazione di Biblioteca di Cultura Salentina, dalla facile e compiacente definizione, ma quella di “Biblioteca Salentina di Cultura”. Impegnando in essa autori del calibro di Aldo Vallone, Donato Valli, Gino Rizzo, Antonio Mangione, e sé medesimo.

In questo suo ultimo lavoro Palmieri traccia una delicata ed accorata rievocazione degli anni della sua frequentazione del prof. Marti. Dapprima come discepolo, poi, con la progressiva affermazione della sua scrupolosità di vigoroso filologo e di penetrante critico letterario, come compartecipe di diverse iniziative culturali, quelle che lui chiama “occasioni salentine”, spesso promosse dal Circolo Culturale “Galileo” di Trepuzzi. Lavoro con cui chiude il cerchio dei suoi interessi e delle sue predilezioni, riconoscendo nelle origini della sua formazione e nelle radici della sua sensibilità il ruolo determinante costituito dai suoi maestri, dalle istituzioni scolastiche leccesi, dall’eccellenza di talenti e di intellettuali che per tanti anni l’Università di Lecce ha saputo assicurare allo sviluppo culturale di tutto il Salento, ed oltre.

Antonio Scandone
© Riproduzione riservata

 

Leggi anche:

Il carteggio di Leopardi nell’opera del salentino Pantaleo Palmieri

Dante: una vita spericolata

Dante nuovo Ulisse

Approfondimenti sull’autore:

Pantaleo Palmieri