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Cultura - 16 Gen 2021

“Con Maria di Magdala”, la poesia e lo stupore sorgivo della scoperta

Antonio Scandone analizza uno dei libri dell’autrice salicese Maria Tondo


Spazio Aperto Salento

Quando mi sono messo a leggere “Con Maria di Magdala, nel giardino del Risorto” di Maria Tondo (in foto) ho cercato di inquadrarlo in una delle varie categorie dei generi letterari riconosciuti dalla esperienza critica. E questo non perché creda negli schemi formali o mi appaghi delle catalogazioni astratte ed esteriori, in quanto sono ben consapevole della molteplice variabilità dei fenomeni e della complessità strutturale della realtà, massime della realtà culturale, ancor di più dei prodotti della mente e del cuore degli uomini, come i libri.

Il fatto è, però, che gli schemi aiutano a capire, servono per stabilire dei punti fermi, inquadrano la realtà, all’interno della quale, però, agisce e opera il relativismo dell’approccio cognitivo e la provvisorietà delle acquisizioni. Nel mare sconfinato delle significazioni le categorie ci aiutano a stabilire delle coordinate, a fissare dei punti di riferimento sebbene approssimativi, ma perlomeno utili all’orientamento.

Che cosa è, dunque, questo libro della Tondo? In quale genere letterario è possibile inquadrarlo? Come lo potremmo definire?

Mentre scorrevo queste pagine e mi ponevo tali domande, mi sono venute alla mente le parole del Manzoni, nella lettera a monsieur Chauvet sull’unità di tempo e di luogo della tragedia: 

“Ma, si potrà forse dire, se si toglie al poeta ciò che lo distingue dallo storico, il diritto d’inventare i fatti, che gli resta? Che gli resta? La poesia: sì la poesia. Perché, infine, cosa ci dà la storia? Degli avvenimenti che non sono, per così dire, conosciuti che all’esterno; ciò che gli uomini hanno compiuto; ma ciò che hanno pensato, i sentimenti che hanno accompagnato le loro decisioni e i loro progetti, i loro successi e i loro infortuni; i discorsi con i quali hanno fatto o tentato di far prevalere le loro passioni e la loro volontà su delle altre passioni e delle altre volontà, con i quali hanno espresso la loro collera, riversato la loro tristezza, con i quali, in una parola, essi hanno rivelato la loro individualità: tutto ciò, tranne pochissime cose, è passato sotto silenzio dalla storia, e tutto ciò è il dominio della poesia”.

Ecco, il libro della Tondo è proprio questo: una ricostruzione personalissima e finemente poetica delle vicende dell’animo di un personaggio della storia, che la tradizione documentaria non ci consegna direttamente bensì ci fa vagamente intuire. Lo dice la stessa autrice: “Maria mi vuol raccontare tutto ciò che non si è ancora detto di lei” (p. 57). Anche se nel caso di Maria di Magdala non possiamo certamente parlare di personaggio storico, perché definire i Vangeli nei termini di un’opera storica è approssimativo per uno storico, e riduttivo per un credente. Tuttavia il personaggio si presta egregiamente ad una esegesi ricostruttiva dei sentimenti e degli stati d’animo provati in quelle circostanze nel “giardino del Risorto”, cioè si presta egregiamente ad una ricostruzione di carattere poetico, fortemente soggettivo, interpretativo, evocativo, non solo dal punto di vista narratologico, come hanno comprovato le numerose interpretazioni letterarie della figura succedutesi nei secoli, ultima (cronologicamente) questa della Tondo, ma anche dal punto di vista pittorico, delle arti figurative, come dimostrano le tele qui citate che l’autrice ha così dettagliatamente chiosato.

Del resto una schiera infinita di personaggi biblici ed evangelici ha costituito per secoli il modello costante per delle ricostruzioni artistiche, siano esse poetiche (cito a caso la Pentecoste di Manzoni), che narrative (Giuseppe e i suoi fratelli di Mann), drammatiche (il Saul di Alfieri, Il martirio di San Sebastiano di D’Annunzio – nientemeno), pittoriche (imbarazzo della scelta), scultoree (il Mosè di Michelangelo, il David di Donatello), musicali (il Mosè di Rossini, il Nabucco di Verdi), cinematografiche (I dieci comandamenti, di De Mille, il Vangelo secondo Matteo di Pasolini), eccetera. Tutte opere poetiche, nel vasto senso del termine di poesia come ricostruzione artistica dell’evento biblico o dell’immagine del personaggio, filtrati dalla sensibilità e dalla personalità dell’artista. Alle quali ora si è aggiunta questa prova della Tondo, degnissima del confronto.

Per questo condivido pienamente l’affermazione del prefatore fr. Enzo Bianchi, che nel suo scritto ritrova confermato l’afflato poetico dell’autrice, espresso in un linguaggio “lirico e immaginifico”. Definizione acuta e penetrante, perché all’interno della categoria letteraria della poesia quest’opera va collocata proprio sul versante del lirismo, della poesia lirica, dell’effusione personalissima dei propri sentimenti, della ricerca di se stessi, magari accompagnandosi al cammino della evangelica discepola di Cristo.

E poi c’è una sorta di parola-chiave, una sorta di marcatore intrinseco, come direbbero gli strutturalisti, che rivela la sostanza poetica di tutta quest’opera, e che è presente quasi in ogni pagina del libro: l’avverbio forse. Diceva un grande critico letterario, commentando l’incipit del sonetto del Foscolo Alla sera, (“Forse perché della fatal quiete”) che non esiste in italiano parola più evocativamente poetica dell’avverbio forse. Da esso traspare tutta l’incertezza, la trepidazione, la fragilità, la solitudine della condizione umana. E la precarietà delle nostre certezze.

Dunque questo libro io lo vedo soprattutto come un’opera poetica. Un’espressione profondamente avvertita dall’animo nobile e sensibile della Tondo. Poesia in prosa. Poesia lirica espressa nella forma della prosa d’arte.

Operazione degnissima in se stessa, se si considera comunque che in quest’opera il personaggio oggetto di ricostruzione poetica non è uno solo, Maria di Magdala, ma sono almeno due, in quanto l’altro si chiama Maria Tondo. Già, perché in ogni opera artistica, al di là e al di sotto della rappresentazione dei personaggi e delle loro vicende, si nasconde per forza di cose almeno una parte, e la più urgente, della personalità e della vicenda esistenziale dell’autore. Come a buon diritto riconosceva il buon Flaubert quando affermava che “Madame Bovary c’est moi”. Per cui io non riesco a raffrenare la tentazione di attribuire un qualche valore autobiografico a passi come questi, ad esempio, davvero molto belli esteticamente ed inevitabilmente suscitatori di raffronti analogici:

“Maria fa un cenno fugace alla sua avventura interiore tormentata e caotica. Lacerata nel cuore ed estranea a se stessa, trascinata dagli eventi, come donna ha provato la peggiore delle angosce: la paura di aver perso l’identità e l’autonomia. La sua liberà. Per questo ha da sempre cercato l’amore. L’amore vero, fedele, gratuito” (64).

“E chi di noi non ha bisogno di essere guarita da qualche angoscia e non invoca una presenza che l’aiuti a mettere ordine nei propri pensieri e nei propri sentimenti confusi?” (65).

Del resto l’autrice lo sostiene ad ogni piè sospinto che il percorso esistenziale della Maddalena coincide in gran parte con il percorso esistenziale della sua vita, come con quello di tante (o di tutte) le donne del mondo.

“Io seguo attenta ogni segno per capire un po’ più a fondo questa mia strana compagna di viaggio” (130).

Che è non soltanto un’affermazione di principio, ma un progetto di scrittura, una proposizione di intenti, la motivazione di fondo che l’ha spinta a mettere mano a questa sua opera. La ricostruzione dell’animo, e dei sentimenti, e delle emozioni, e delle passioni di Maria di Magdala come metodo attraverso il quale decifrare il mistero della propria esistenza, la ragione delle proprie scelte, il senso della propria vita.

Della poesia quest’opera ha tutta la grandezza e lo stupore sorgivo della scoperta, non altrimenti attingibile con i consueti strumenti cognitivi dell’indagine sistematica. Ma ne ha anche tutti i limiti.

Innanzi tutto l’irrazionalità, che è il primo dato che balza agli occhi ad una visione cartesiana, illuministica, scientistica, se vogliamo marxista, insomma laica di un lettore anomalo e distante da tali tematiche. Un irrazionalismo non solo praticato, attraverso l’applicazione di un linguaggio che si serve di tutta una serie di stilemi e di reagenti retorici, ma apertamente enunciato (come vedremo in seguito), programmato, scelto deliberatamente come impegno esistenziale, come metodo di conoscenza, come progetto di salvezza, come processo escatologico.

Il tono del linguaggio, infatti, pur nella fluidità prorompente della sua scorrevolezza, risulta spesso enfatico, ridondante, talvolta ieratico, ispirato. Sì, d’accordo, pienamente coerente con l’argomento spirituale e religioso, ma spesso tendente al mistico, talvolta anche all’esoterico, specie in alcuni accanimenti verbali, alcune reiterazioni, le anafore, gli esclamativi, le interiezioni, gli slanci metafisici che ricordano la prosa invasata di Caterina da Siena.

Il linguaggio, dunque. Che come affermava il Croce costituisce la forma che deve corrispondere alla materia trattata ed enunciarne il contenuto. Coerentemente, se il contenuto è un processo di scoperta e di salvezza che ripercorre le orme di Maria, se cioè il contenuto è un itinerario mistico che dalla terra deve far lievitare e ricondurre al cielo, “lo svolgimento della storia della salvezza nell’incontro d’amore di Gesù con Maria di Magdala” (11), allora il linguaggio, che ne è la forma sensibile, non poteva non essere come quello che l’autrice ha adoperato: rotto, sfrangiato, ricolmo di ossimori, di enfasi, di iperboli, punteggiato da contraddizioni, gravato da ripetizioni, ricco di chiasmi retorici, immaginifico, visionario, condotto per lo più attraverso aforismi, dunque sentenzioso; e poi carico di simbolismi, ellittico, incastonato da voli pindarici. In una parola, barocco, ridondante, come una statua del Bernini, o meglio come una chiesa leccese, come la facciata di Santa Croce, che ti stordisce e ti ubriaca, appena voltato l’angolo dell’hotel Patria.

Un linguaggio poetico, insomma, per il quale non conta tanto la linearità logica di ciò che si afferma, il ragionamento dell’argomentazione, quanto piuttosto l’evocazione, l’impressione, meglio la suggestione che si riversa nella pagina e che si riesce a suscitare nell’animo del lettore.

Una poesia lirica intrisa di misticismo. Non a caso l’autore più citato è proprio San Giovanni della Croce, il doctor mysticus, celebrato dalla chiesa soprattutto per i suoi scritti e le sue poesie dal forte afflato ascetico, celebratore del dolore che solo può ricongiungere a Dio. Una poesia sognante, che evoca suggestioni, sì, fa palpitare, d’accordo; ma che proprio per questo naviga nel mare magnum dell’irrazionalità.

Qualche esempio? Mi sia consentita, senza ombra di riprovazione, questa brevissima analisi del testo:

Ossimori

“Reali e trasfigurati” (12); “vedere l’invisibile” (12); “una felicità dolorosa” (31).

Chiasmi

“Credere è un al-di-là del vedere, ma vedere è a sua volta un al-di-là del credere” (18).

Contraddizioni  

Nella tela di Alonso Cano, Noli me tangere, l’autrice vede Maria di Magdala “che versa lacrime in abbondanza, il suo pianto accorato”; ma nello stesso tempo le si rivela anche una Maria che “gioisce” (147).

Allucinazioni

“Basta credere per riconoscerne la presenza e vedere l’invisibile agli occhi” (36).

Aforismi

“Finisce (cambia) il cammino attraverso i luoghi conosciuti e già battuti e si apre un orizzonte mai visto / Sorge qualcosa di inatteso e di ignoto / Amare è toccare con mano i limiti umani per aprirci a ciò che non siamo ancora diventati” (42).

“Il mistero dell’amore è insieme individuale e universale” (44).

“Si può dire del desiderio ciò che è proprio dell’amore. Il desiderio frontale è il desiderio d’amore…” (104).

Ripetizioni

Tutte le anafore, le reiterazioni retoriche di p. 43, “qualcun altro che…”, di intonazione salmodiante.

Variazioni 

Anche se fortemente ispirata, anzi forse proprio per questo, l’opera è appesantita da frequenti variazioni sul tema, come in uno spartito di Paganini. Se ne veda un esempio a p. 129, a proposito del concetto dell’unione. A tal proposito si deve registrare anche una continua rivelazione di fatti già riportati (130), o di inesistenti realtà pregresse (132).

Enfasi

Il profluvio delle citazioni a volte pertinenti, ma talvolta anche incongrue, come quella di p. 113, che è puramente esornativa, non presentando alcun legame logico con quanto detto prima e dopo; o come quella di p. 158, che è tratta da Merleau-Ponty, un filosofo esistenzialista-marxista, del tutto spaesato in quest’ambito di interessi. Citazioni che sono sicuramente testimonianza della profonda curiosità intellettuale della Tondo e della sua straordinaria frequentazione culturale. Ma che comunque risultano eccessive, senza arrivare a dire esibizionistiche.

Affermazioni arbitrarie

“Il giardino dell’Eden, dove è iniziata la storia della relazione d’amore di Dio con l’umanità” (36). Rinforzata dalla presenza confortante del “Dio che perdona” (74).

Amore? Perdono? E l’ira di Dio per il peccato dell’Eden? La cacciata dell’angelo con la spada infuocata? La condanna al sudore della fronte ed al parto con dolore? E successivamente, l’annientamento dell’umanità intera col diluvio universale? E poi, nei millenni a seguire, tutte le anime perse, i peccatori, i miscredenti? Dio li crea per poi abbandonarli al loro destino? E i bambini schiacciati sotto le bombe di Beirut, di Bagdad, di Gaza? Anch’essi fatti oggetto dell’amore di Dio? Anch’essi vittime del libero arbitrio? Questo sangue, che odora come nel tempo dell’uomo della pietra e della fionda, non merita alcuna esegesi? Nessun libro di riflessioni o di palpito umano? È facile rifugiarsi nella nicchia confortevole della mistica, ti assolve da ogni dovere storico e politico, ti gratifica della stigmate dell’iniziato, ti fa sentire un eletto, unico in grado di attingere “la verità”, con la quale ci si conforta e nella quale ci si crogiola. Col rischio di convogliare il proprio personale percorso salvifico in una sorta di terminal di un intellettualistico compiacimento solitario.

Ma per tornare all’analisi del testo, e a quelle che a me sembrano delle soggettive gratuità, mi sono chiesto, senza trovare delle risposte, non tanto perché tra le varie rappresentazioni pittoriche della Maddalena l’autrice abbia scelto come fonte evocativa proprio la tela del Cano, e non quelle, ad es. del Guercino o del Caravaggio o di Artemisia Gentileschi, quanto piuttosto come mai la ricostruzione dell’evento evangelico, l’incontro di Cristo con la Maddalena, possa essere sostanziato solo dal vasto armamentario dello spiritualismo, che costituisce l’ossatura portante di questo libro. E produrre fenomeni paranormali, a partire proprio dalla sindrome di Stendhal che sembra assalire l’autrice nel mentre ammira estaticamente la tela di Alonso Cano, provocandole quasi la perdita del contatto con la realtà:

“Attratta dalla bellezza delle due figure e illuminata dalla luce del loro sguardo, ho sostato così a lungo da perdere quasi il senso del tempo” (11).

“Ho potuto cogliere l’incontro tra Gesù e Maria nella sua spontaneità nell’instante in cui sono stata resa libera da qualsiasi prospettiva razionale” (150).

Preso l’abbrivio da tale disposizione psicologica, è chiaro che dovevano scaturire mano a mano le seguenti affermazioni:

“Quando l’intelletto intende, non si avvicina a Dio, ma se ne allontana. Per giungere a lui bisogna allontanare l’intelletto da se stesso e dal suo atto, camminando in fede, credendo senza capire” (S. Giovanni della Croce) (16).

“Lascia la mente e i suoi vecchi apprendimenti a riposo” (16).

“Lo sguardo del cuore – L’intelligenza del cuore” (17).

“Credere è un al-di-là del vedere” (18).

“É pur sempre parziale ogni tentativo dell’intelligenza” (21).

“Dobbiamo abbandonare i ragionamenti e le spiegazioni che portano lontano” (22).

“Dalla ricerca all’abbandono” (44) / “Con la memoria del cuore” (47).

“Nessun bisogno di conoscenza razionale, esterna. Solo l’amore che penetra ogni cosa dal di dentro” (72).

“L’albero della conoscenza che non doveva toccare” (73).

Eccetera.

Dunque, un crescendo di affermazioni apodittiche, che cozzano visibilmente, e deliberatamente, con l’esercizio della ragione. Anzi, che degradano la ragione a strumento inservibile ed inutile per attingere la Verità. La quale può solo essere intuita, sentita, avvertita interiormente, intravista per sprazzi di luminosità. Che, sospettiamo, possono avvertire solo gli eletti, i graziati da Dio, coloro che Dio ha scelto per la loro salvezza.

Con il rischio, conseguente, di partire da presupposti rigorosamente cattolici apostolici e romani, per approdare a conclusioni sostanzialmente luterane.

Allora è meglio gustarsi la lettura di questo libro della Tondo abbandonandosi alle suggestioni, davvero intense e coinvolgenti, della sua poesia, della lirica, della gioia di una conquista spirituale, e di una verità che sembra sempre più difficile rintracciare con l’ausilio della ragione, nelle convulsioni inquietanti di questa nostra precaria modernità. Apprezzandolo nel suo senso profondo di una originale e personalissima ricerca del proprio ubi consistam, l’itinerario tormentato ed affannoso della propria coscienza per dare un senso alla nostra esistenza.

In tale percorso, anche se può sembrare paradossale, la Tondo ha profuso tutte le risorse della sua cultura e della sua razionalità, per impattare alla fine contro il muro sartriano della inattingibilità della verità dimostrata. Da cui la rinuncia ad essa. Esiti di una ricerca che comunque sono anch’essi sicuramente apprezzabili, perché rispondenti alla inestinguibile tensione umana verso il significato.

Per cui ci teniamo con profitto il piacere di questa lettura, densa di stimoli alla riflessione, lasciando fuori dalla porta, per il tempo necessario, il povero Brecht, col suo monito accorato sul sonno della ragione che genera mostri.

Antonio Scandone

© Riproduzione riservata


Nella foto in alto: Alonso Cano, particolare di  “Noli me tangere” (Museo Belle Arti – Budapest)

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Maria Tondo, autrice salicese, nota anche per il suo impegno nel campo socio-politico (dal 1976 al 1980 ha pure ricoperto la carica di sindaco), si è formata nelle discipline umanistiche di lettere e psicologia. Già docente nelle scuole locali, ha esercitato un’intensa attività di accompagnamento vocazionale dei giovani.

Maria Tondo

Ha finora pubblicato quattro volumi, il primo con le Edizioni Paoline di Milano”, gli altri con il Centro editoriale dehoniano “EDB” di Bologna: “Donna profezia e futuro: identità femminile e relazione” (1997); “Di fronte al progetto di vita: un percorso formativo con i giovani” (2005); Con Maria di Magdala, nel giardino del Risorto (2009); “La straniera, Noemi e le sue nuore” (2015). Nel suo profilo biografico riportato nel terzo volume pubblicato, fra l’altro si legge: “Linea dominante che dà unità e continuità ai suoi scritti pedagogici e spirituali è il tema della relazione”.